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Il vescovo di Hitler

Adolf Eichmann, Josef Mengele, Walter Rauff, Franz Stangl, Josef Schwammberger, Erich Priebke e Gerhard Bohne sono ricordati come i fuggitivi più celebri del Terzo Reich. Biografie simili, fati diversi – chi morto in libertà e di vecchiaia, chi morto per impiccagione o in una cella di prigione –, due elementi in comune: prima l’adesione a quello che Alfred Rosenberg aveva definito il Mito del ventesimo secolo e dopo la fuga in America Latina nel secondo dopoguerra.

I nazisti ad aver trovato una seconda casa in America Latina, però, non furono soltanto quei temibili sette: furono molti di più – migliaia –, dai 9mila ai 12mila. Un vero e proprio esercito, materializzatosi nottetempo dall’Europa all’America meridionale, la cui fuga dalle maglie della giustizia internazionale, nonché dagli agguerriti cacciatori di nazisti israeliani, è oggetto di dibattito tra gli storici. Quel (poco) che è noto, a proposito della trasmigrazione nazista in America Latina, proviene da testimonianze dirette e documenti desecretati e punta il dito, tra i vari attori, contro l’internazionale cattolica ruotante attorno al Vaticano. Perché uno dei più importanti salvatori di nazisti, autentica nemesi di Simon Wiesenthal, fu il vescovo austriaco Alois Hudal.

 

Alois Hudal nasce a Graz (Austria) il 31 maggio 1885 in una famiglia di umili origini. Folgorato sulla via di Damasco in tenerissima età, sarebbe stato ordinato presbitero precocemente, nel 1908, cioè a soli 23 anni. Studente instancabile e cattolico zelante, Hudal avrebbe tagliato una serie di traguardi rilevanti negli immediatamente successivi all’ordinazione e precedenti allo scoppio della Grande guerra, tra i quali risaltano due dottorati (uno in teologia sacra e uno in sacre scritture) e il titolo di cappellano preso il Collegio teutonico di Santa Maria dell’Anima a Roma.

La Prima guerra mondiale lo avrebbe toccato profondamente, costituendo un momento di svolta nella sua vita. Ordinato cappellano militare, avrebbe seguito le truppe imperiali al fronte, supportandole spiritualmente – nel 1917 mette la firma su un libro di omelie militari –, conoscendo il dramma della Grande guerra e assistendo al progressivo annichilimento della propria nazione.

Quando la guerra finisce, l’impero austro-ungarico è stato seppellito dalla storia, il mondo germanico è stato ridotto in cenere e la Chiesa cattolica è una grande potenza in divenire. E Hudal, patriota disincantato, avrebbe cominciato a scalare i vertici vaticani a partire dal primo dopoguerra. Introdotto all’allora papa Pio XI dall’influente diplomatico (e connazionale) Ludwig von Pastor, Hudal entra rapidamente nelle grazie del pontefice e nel 1923 viene nominato rettore del Collegio teutonico di santa Maria dell’Anima, presso il quale aveva ricoperto il ruolo di cappellano nell’anteguerra.

Sette anni dopo, dopo aver consolidato la propria posizione all’interno della gerarchia ecclesiastica, entra a far parte della potente Congregazione del Sant’Uffizio (oggi Congregazione per la dottrina della fede) in qualità di consultore. Negli anni Trenta si avvicina a quello che di lì a poco sarebbe divenuto il successore di Pio XI, ovvero il cardinale e segretario di Stato Eugenio Pacelli. Da Pacelli verrà nominato vescovo di Ela e incaricato di monitorare sia la persecuzione dei cristiani all’interno dell’Unione sovietica sia l’evoluzione di un fenomeno nuovo, sul quale la Chiesa era interessata a sapere di più: il nazismo.

Né comunista né liberale, Hudal sarebbe rimasto affascinato da quell’ideologia teorizzata, tra l’altro, da un suo connazionale. Credendo incombente un’invasione sovietica delle terre germaniche e dell’Italia, e constatando l’avanzare della secolarizzazione tra le classi politiche dell’Europa occidentale, Hudal avrebbe visto nel nazismo, e in generale nei fascismi, un antemurale Christianitatis meritevole di comprensione e supporto.

Con lo scorrere del tempo, consapevolmente o meno, Hudal sarebbe divenuto un simpatizzante anima e corpo del nazismo, sposandone quasi ogni punto cardine: dalla gestione dell’economia alla nazionalizzazione delle masse e dalla politica estera, fino addirittura alla “questione ebraica”. La fascinazione verso l’ideologia nazista, però, non gli impediva di riconoscerne i gravi limiti e la minaccia posta alla Chiesa cattolica. Perché Hudal era consapevole della presenza tra i ranghi nazisti di personaggi come Alfred Rosenberg ed Ernst Bergmann, fortemente contrari ad ogni forma di cooperazione con le forze di matrice cristiana, inclusa la Chiesa cattolica, ma favorevoli ad una revisione dei dogmi orientata alla costruzione del cosiddetto “cristianesimo positivo”.

Decise di rimanere dalla parte dei nazisti, nonostante tutto, perché convinto che fossero dalla parte giusta della storia e che, soprattutto, avrebbero prevalso su liberali e comunisti, riportando l’Europa ai fasti dell’epoca della Res publica christiana. Una scelta di campo, quella di Hudal, mai tenuta nascosta e, anzi, palesata in più occasioni – dal sostegno all’Anschluss alla scrittura di un’agiografia sul nazismo (I fondamenti del nazionalsocialismo, 1937) –, che gli sarebbe costata il sacrificio delle prospettive di carriera nella piramide vaticana.

Dopo la pubblicazione del controverso manifesto filonazista – accolto positivamente in Germania e, sembra, letto dallo stesso Hitler –, Hudal fu costretto al ritiro a vita privata. Sebbene fosse rimasto teoricamente in servizio, in pratica fu spogliato di ogni responsabilità rilevante e gli fu impedito ogni contatto con Pio XII e gli alti papaveri della Chiesa cattolica.

Gli storici ritengono che negli anni della guerra abbia profittato della lontananza dagli occhi indiscreti per reinventarsi agente segreto sul libropaga del Terzo Reich. Una tesi, quella di Hudal divenuto 007 nazista, esposta in Nothing Sacred dello storico Robert Graham e sostenuta da altri autori. E se la trasformazione in agente segreto continua ad essere materia di dibattito, è invece acclarata e dimostrata la sua conversione da monsignore a custode di ricercati e soldati – esclusivamente nazisti –, nascosti nei conventi e nelle strutture cattoliche spalmate sui territori italiano, austriaco e iugoslavo.

Realizzato pienamente il potere della rete transnazionale della Chiesa cattolica, perché tastato con mano, Hudal, nel secondo Dopoguerra, avrebbe cominciato a dedicarsi alacremente ad un nuovo obiettivo: l’utilizzazione di chierici e strutture ecclesiastiche al fine della messa in sicurezza di tutti quei nazisti desiderosi di fuggire dal Vecchio continente.

Isolato dalle stanze dei bottoni e dagli affari esteri, ma ricco di amicizie influenti e profondo conoscitore dei meccanismi interni della struttura vaticana, Hudal avrebbe costruito un’imponente macchina burocratica votata alla produzione di nuove identità, alla fornitura di nascondigli e all’organizzazione di viaggi salva-nazisti. Aiutato da potenti complici, tra i quali i cardinali Antonio Caggiano ed Eugène Tisserant, Hudal avrebbe salvato la vita di migliaia di nazisti, curandone ogni aspetto della latitanza: dalla fabbricazione di nuovi documenti identificativi all’acquisto dei biglietti di viaggio e dalla fornitura di denaro alla ricerca di lavoro nella loro nuova dimora.

Tra i nazisti più celebri che riuscirono a scappare dall’Europa, usufruendo delle linee dei ratti (ratlines) istituite da Hudal e complici e sovvenzionate da finanziatori occulti, figurano e risaltano Stangl, Mengele, Eichmann, Priebke, Eduard Roschmann, Gustav Wagner e Alois Brunner.

Ci sarebbero voluti anni, in alcuni casi decenni, perché alcuni di quei nazisti salvati dal monsignore della svastica venissero catturati e portati dinanzi alla giustizia dalla contro-rete allestita dal Mossad del neonato Israele. Decine di rintracciati (e condannati) a fronte di migliaia di scappati e mai più ritrovati: una vittoria totale per Hudal, il chierico che, più di ogni altro, aveva creduto nel “Mito del ventesimo secolo” e lottato affinché non perisse con la fine della Seconda guerra mondiale.

Dimessosi dal rettorato del Collegio teutonico di santa Maria dell’Anima nel 1952, viene successivamente esiliato da Pio XII. Non sarebbe tornato in Austria, però, scegliendo di trascorrere gli ultimi anni di vita nella Città eterna, in maniera tale da continuare a poter vedere San Pietro, pur non potendovi mettere piede. Muore nel 1963, poco dopo aver terminato la scrittura delle sue memorie (Römische Tagebücher, Lebensberichte eines alten Bischofs), senza aver mai rinnegato le complicità con e le simpatie per il nazismo e portandosi nella tomba una miriade di segreti su quel sistema salva-nazisti, a metà tra mito e realtà, che gli storici avrebbero ribattezzato “Odessa“.