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Akhtar Abdur Rahman, il padrino segreto dei talebani

I talebani hanno dato vita ad un’ingegnosa opera di pulizia della propria immagine nell’immediato post-cattura di Kabul, promettendo diritti alle donne (nel rispetto e nei limiti della shari’a), pluralismo religioso e fine della collaborazione con il terrorismo islamista, in quanto mossi dal duplice obiettivo di apparire diversi rispetto al passato e di ottenere riconoscimento e legittimità a livello internazionale.

A meno di sorprese, questa curiosa opera di personal branding dovrebbe funzionare, conducendo il secondo Emirato a conseguire una legittimazione limitata presso la comunità internazionale – il primo, ad esempio, fu riconosciuto da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Rispetto al passato, però, cambiano soltanto i mezzi, perché il fine è rimasto inalterato: il dominio esclusivo dell’Afghanistan, una nazione al cui interno non tollereranno interferenze straniere di nessun tipo.

E per capire chi sono i talebani, di oggi come di ieri, oltre a scandagliare le loro credenze, si configurano in termini di obbligatorietà la riscoperta e il disseppellimento di tutte quelle figure dalle quali traggono ispirazione – come il leggendario Dost Mohammed Khan –, che li hanno guidati – come il mullah Omar – e che li hanno plasmati, dandogli una forma, uno scopo e qualcosa in cui credere – come il generale Akhtar Abdur Rahman e l’imam Sami-ul-Haq.

 

Akhtar Abdur Rahman Khan nasce a Peshawar l’11 giugno 1924 all’interno di una famiglia di etnia pashtun. Il futuro generale viene affidato alle cure della madre a soli quattro anni, causa decesso prematuro del padre, e crescerà nel Punjab orientale dell’India britannica.

Nei primi anni Quaranta, mentre il mondo sprofonda nella guerra mondiale e la stessa India britannica è in subbuglio per via dei moti nazionalistici di induisti e musulmani, Akhtar studia (e si laurea) in statistica ed economia presso il Collegio universitario di Faisalabad.

Al termine degli studi, però, Akhtar avrebbe preferito un’altra strada all’economia: l’esercito. Nel 1946, all’acme dei moti antibritannici, Akhtar si arruola nell’esercito anglo-indiano. Tre anni più tardi, cioè nel 1949, quella breve esperienza gli avrebbe permesso di ottenere il titolo di capitano all’interno della neonata armata pakistana.

Contraddistintosi per il forte patriottismo, Akhtar avrebbe scalato rapidamente i vertici della piramide militare pakistana: ad Islamabad, invero, v’era bisogno di gente come lui. Gente che fosse capace di aiutare i pakistani a superare il trauma della partizione, che aveva relegato il Pakistan ad una posizione di marginalità in Asia meridionale.

Nel 1965, anno della guerra indo-pakistana, Akhtar viene inviato al fronte, dove avrebbe combattuto in prima linea ricoprendo il ruolo di ufficiale operativo sul campo. Al termine della guerra, per il suo contributo determinante nel guidare la resistenza di Lahore, sarebbe stato promosso al grado di tenente colonnello e, in seguito, di colonnello.

Profondo conoscitore del Kashmir, nonché possessore di una vasta erudizione delle dinamiche interne dell’India – del resto, era cresciuto nell’attuale Punjab –, il generale Akhtar sarebbe entrato nelle grazie dell’allora primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto nei primi anni Settanta, ragion per cui nel 1977, anno del golpe militare, scelse di non prendere parte alla sua detronizzazione.

Ammirato dai colleghi, ed in qualche modo persino temuto – si era costruito una fama di personaggio duro ed irreprensibile –, il generale Akhtar non sarebbe stato penalizzato da quella chiassosa assenza al golpe. Al contrario, senza averne preteso la partecipazione, i golpisti gli avrebbero successivamente proposto il ruolo di aiutante generale presso i quartieri generali delle forze armate.

Una volta nei quartieri generali, nonostante la posizione defilata, Akhtar avrebbe aiutato i vertici a sventare una cospirazione ordita dal collega Faiz Ali Chishti per rovesciare il presidente e generale Zia-ul-Haq. Fintosi interessato al piano, Akhtar avrebbe convinto Chishti ad esplicarlo nei dettagli, raccogliendo delle prove incontestabili poi presentate a Zia-ul-Haq.

Zia-ul-Haq, dopo aver arrestato i cospiratori ed evitato il proprio rovesciamento, avrebbe ricambiato il prezioso supporto ricevuto introducendo Akhtar nell’ISI (Inter-Services Intelligence), i potenti servizi segreti militari del Pakistan, in qualità di direttore generale. Akhtar, in breve, era stato messo a capo dello Stato profondo.

Il generale Akhtar era uno di quegli analisti che aveva interpretato l’invasione sovietica dell’Afghanistan in termini di preludio ad un’operazione del Cremlino in Pakistan. Erano i tempi della Guerra fredda, del resto, e a nessun teatro era garantita l’esenzione dalle prove di forza tra Washington e Mosca. E quest’ultima, in quel periodo, combatteva fianco a fianco con Nuova Delhi.

Akhtar era convinto che i sovietici serbassero l’ambizione ascosa di utilizzare Kabul e Nuova Delhi quali teste di ponte per l’assoggettamento di Islamabad, la cui posizione geostrategica avrebbe potuto consentire a Mosca uno sbocco nei mari caldi della regione arabo-persica, e la promozione del separatismo nel turbolento Belucistan. La sua visione degli eventi avrebbe convinto la dirigenza politica, dalla quale ottenne l’incarico di formulare un piano d’azione per “salvare” l’Afghanistan dalla sovietizzazione.

Esperto di strategia militare, colto in materia di relazioni internazionali e dotato di una mente matematica – i suoi successi sul campo vanno imputati all’applicazione rigida del calcolo delle probabilità nei contesti di battaglia –, Akhtar credeva di aver trovato il modo di trasformare l’Afghanistan nel Vietnam dei sovietici: fare leva sulla forza del numero.

Politicamente soli, nonché costretti ad operare in un territorio loro sconosciuto geograficamente ed estraneo culturalmente, i sovietici avrebbero potuto essere battuti soltanto in una maniera: un bellum omnium contra unum. E quel tutti contro uno, passato alla storia con il nome di operazione Ciclone, avrebbe visto il Pakistan supportare il vasto e multiforme universo mujaheddin con addestramento, armi, capitale e guerriglieri, in combutta con Stati Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Repubblica Popolare Cinese e Iran.

L’Isi, capitanato da Akhtar, avrebbe trasformato il Pakistan nello scalo internazionale del denaro, delle armi e dei combattenti provenienti da tutto il mondo e con destinazione Afghanistan. Entro il 1988, anno della morte prematura del generale Akhtar, l’Isi avrebbe addestrato, equipaggiato, finanziato e armato circa 100mila mujaheddin: un esercito agguerrito e la cui avanzata inarrestabile avrebbe obbligato i sovietici ad accettare la fine della loro egemonia sull’Afghanistan.

Quale sarebbe stato il destino dell’Afghanistan era chiaro nelle stanze dei bottoni del Cremlino almeno dal 1985: l’allontanamento dall’orbita sovietica. La sola incognita, non di poco conto, era rappresentata dal pianeta attorno al quale questo satellite avrebbe cominciato a gravitare.

Il generale Akhtar, ad ogni modo, non avrebbe vissuto tanto a lungo da assistere alla costituzione dell’Emirato dell’Afghanistan dei Talebani, gli studenti del Corano che, di lì a breve, sarebbero emersi quali vincitori della guerra civile post-invasione sovietica. Perché Akhtar, uno degli strateghi più abili (e fedeli) che Islamabad abbia mai avuto, avrebbe trovato la morte il 17 agosto 1988 in un incidente aereo. Insieme a lui, quel giorno, sarebbero morti anche l’allora presidente Zia-ul-Haq, l’ambasciatore statunitense in loco Arnold Lewis Raphel e gli altri 28 passeggeri.

L’aereo che trasportava le eminenze grigie dell’operazione Ciclone si sarebbe schiantato poco dopo il decollo dall’aeroporto di Bahawalpur. Le indagini successive, più che fare luce sulle cause dello schianto, hanno alimentato gli appetiti dei cospirazionisti. Gli inquirenti, invero, che hanno dovuto ricostruire gli eventi senza la preziosa scatola nera – perché non rinvenuta –, non sono mai giunti ad una conclusione univoca, pur concordando sull’elevata probabilità di un sabotaggio.

L’assassinio (presunto) di Akhtar non avrebbe avuto ripercussioni a livello regionale: i sovietici si sarebbero ritirati dall’Afghanistan di lì a poco, la giunta militare pakistana avrebbe trovato una nuova guida e l’Isi non avrebbe accusato il colpo, perché oramai trasformato dal defunto generale in uno stato nello Stato con le capacità rigenerative epimorfiche di un Idra.

Negli anni successivi alla dipartita del generale Akhtar, più precisamente nel 1996 e nel 1998, il sottovalutato Pakistan si sarebbe preso una tremenda rivincita su Henry Kissinger – il fautore della svolta filo-indiana della Casa Bianca, noto per predetto l’ingabbiamento pakistano nella condizione di “potenza regionale” e la trasformazione dell’India in una superpotenza –, dapprima assistendo all’instaurazione di un Emirato in Afghanistan e dipoi coronando il sogno di entrare nel club delle potenze nucleari.

Due eventi, quelli di cui sopra, avvenuti al di là di ogni aspettativa, contro ogni previsione, per merito di una persona: il generale Akhtar. Perché ad Akhtar vanno riconosciuti i meriti di aver determinato il successo dell’operazione Ciclone, di aver gettato le basi per la nascita dei Talebani – sua l’idea di costituire una rete di madrase impegnate nella rinascita dell’islam deobandi e guidate dagli “imam dell’Isi“; madrase presso le quali si sarebbero formati il mullah Omar e la prima generazione degli studiosi del Corano – e di aver sigillato il programma atomico pakistano – mettendolo al riparo da possibili rappresaglie e boicottaggi.

Oggi, a distanza di vent’anni dall’invasione statunitense dell’Afghanistan, sembra che il generale Akhtar avesse ragione: l’oracolo Kissinger si era sbagliato. Perché il Pakistan può essere qualcosa di più di una potenza regionale schiacciata tra Iran, Russia e India: può essere una potenza autonoma, temuta dai vicini e dotata di una profondità strategica invidiabile.

Una profondità strategica che il Pakistan ha originariamente ricercato nel Kashmir e che successivamente ha trovato in Afghanistan, su illuminazione di Akhtar. Una profondità strategica concepita in funzione sia anti-indiana – la proiezione sul Kashmir – sia stabilizzatrice – la messa in sicurezza dell’estero vicino e il piombaggio del Belucistan. Una profondità strategica conseguita nel 1996, perduta nel 2001 e, infine, pazientemente ritrovata nel 2021, per la gioia del generale Akhtar.