Abu al-Walid, il re dei mujaheddin

È esistito un tempo in cui la disgregazione è sembrata alla Russia una realtà imminente e ineluttabile. È stato un tempo di guerre, terrorismo e misteri, come gli attentati del 1999, che alcuni credevano fosse destinato a eliminarla dal mappamondo. È stato il tempo dei ruggenti anni Novanta di Boris Eltsin.

Scrivere dell’epoca eltsiniana, breve ma intenso ottennato di umiliazione, equivale a raccontare del remake del periodo dei torbidi, della reincarnazione dei sette boiardi nei sette banchieri e, non meno importante, dell’insorgenza etno-separatistica nel Caucaso settentrionale.

Scrivere dell’epoca eltsiniana, traumatica esperienza che catalizzò l’irruento ritorno al potere dello stato profondo, equivale a raccontare delle due guerre cecene e dei loro protagonisti: Šamil BasaevIbn al-Khaṭṭāb e Abu al-Walid.

Basaev viene ricordato come una sorta di antieroe popolare nella nazione cecena, sebbene il suo nome sia oggi oggetto di tabù, Khattab come una sorte di Che Guevara musulmano, e Abu al-Walid come un combattente tanto valoroso quanto antimediatico.

Discreto, enigmatico, restio alle telecamere, al-Walid fu la spalla di Basaev e l’erede di Khattab. Uno dei tanti mujāhidīn arabi giunti nel Caucaso settentrionale durante i primi anni Novanta, in concomitanza con lo scoppio della prima guerra cecena, di lui si scoprì la vera identità soltanto nel 2002 e a lungo, data la sua riluttanza a comparire in pubblico, si dubitò della sua esistenza.

Al-Walid nasce nel 1967 ad al-Hal, un minuscolo villaggio saudita, e viene registrato all’anagrafe come Abd Al-Aziz Bin Ali Bin Said Al Said Al-Ghamdi. Figlio dell’imam del villaggio, cresciuto insieme a dieci fratelli, al-Walid sarebbe stato pio e devoto sin dall’infanzia. La moschea il suo luogo preferito. Il Corano il libro letto e riletto più volte, sino alla memorizzazione di ogni sura.

Nel 1986, dopo una vita interamente vissuta ad al-Hal, il giovane chiede il permesso ai genitori di poter andare all’estero. La sua non è una richiesta fatta per esigenze di studio o di lavoro. La sua è una richiesta particolare: vuole recarsi in Afghanistan, dove molti suoi amici sono partiti, per partecipare al Jihād contro l’esercito sovietico. Permesso accordato, al-Walid parte lo stesso anno.

Integrarsi nel tessuto afgano non sarebbe stato difficile. Al-Walid era solo uno dei tanti combattenti volontari di origine araba che, spinti dal richiamo del Jihād lanciato dai muezzini di tutto il Medio Oriente, avevano deciso di trasferirsi nel Paese. Addestrato alla guerra irregolare nei campi del Parapamiso di Maktab Khadamāt al-Mujāhidīn al-‘Arab, l’organizzazione precorritrice di Al-Qāʿida, al-Walid sarebbe rimasto in Afghanistan fino alla ritirata dell’invasore. Ma la vita non aveva in serbo per lui, dopo quell’esperienza, il ritorno a casa.

Nel dopoguerra, mentre alcuni mujāhidīn scelgono di rincasare, al-Walid decide di partire alla volta di tutti quei luoghi in cui risuona la tromba del Jihād. Viene avvistato nei Balcani occidentali, dove combatterà nel teatro bosniaco contro i serbi. Viene poi segnalato in Tagikistan, attraversato dalla guerra civile, e da lì il passo verso il Caucaso settentrionale, anticipato da una rumoreggiata sosta nel Karabakh, sarà relativamente breve.

Al-Walid arriva in Cecenia all’acme della prima guerra di indipendenza. La piccola repubblica ciscaucasica è un magnete che ha attratto gran parte dei mujāhidīn che combatterono in Afghanistan e in Bosnia, molti dei quali di origine araba, ed è il luogo in cui, per una serie di motivi, sceglierà di rimanere anche a guerra finita.

Al-Walid viene arruolato da un carismatico connazionale, Ibn al-Khattab, che, intravedendo del potenziale in lui, lo elegge nāʾib del Battaglione islamico dei mujāhidīn arabi in Cecenia. I due guideranno i ceceni alla vittoria, assestando un duro colpo all’immagine delle forze armate russe nella battaglia di Yarysh-mardy – combattuta (e vinta) dalle unità arabo-cecene guidate da al-Walid e al-Khattab – e giocando un ruolo-determinante nell’armistizio del 1997.

Salutato come un eroe dalla nazione cecena, ma come un terrorista dal Cremlino, al-Walid sceglie di restare. La Cecenia è divenuta la sua seconda casa. La casa dove si sposa, con una donna del posto, e dove nasceranno i suoi figli negli anni successivi. Ma la fine dell’idillio è alle porte.

Membro-chiave della neonata Repubblica di Ichkeria, l’anti-Cecenia, al-Walid trascorre il periodo interguerra ad addestrare combattenti volontari e autoctoni alla guerra, regolare ed irregolare, preparandosi e preparandoli all’eventualità di una riapertura del fronte.

Nel 1999, poi, la sconsiderata decisione di invadere il Dagestan, verso il quale la presidenza cecena serbava aspirazioni egemoniche, renderà il trio Basaev-Khattab-Walid celebre in tutto il mondo islamista. L’evento che avrebbe dovuto apportare nuova linfa vitale all’Internazionale del Jihād, spianando la strada alla liberazione di tutti i popoli islamici soggiogati da Mosca, ma che avrebbe significato l’inizio della fine dell’insorgenza ciscaucasica.

Eletto numero due di Khattab alla vigilia della seconda guerra cecena, anticipata da una serie di attentati terroristici di dubbia matrice, Walid entra molto rapidamente nell’elenco dei “wanted dead or alive” dei servizi segreti russi. Non è, infatti, un combattente come gli altri: è capace di guidare battaglie semisimmetriche durature – come ad Argun, dove viene annichilita la 76esima Divisione aerea d’assalto di Pskov –, di condurre imboscate sanguinose e di eliminare intere divisioni.

Nell’estate 2001, in riconoscimento dei successi riscossi dal combattente saudita, l’allora presidente ichkeriano, Aslan Maschadov, lo elegge comandante del fronte orientale. Nel 2002, dopo la morte dell’amico Khattab, avvelenato dai servizi segreti russi, diventa il capo del Battaglione islamico dei mujāhidīn arabi in Cecenia.

Il regno di Walid non durerà molto. Il 16 aprile 2004, dopo soli due anni di leaderaggio del Battaglione islamico dei mujāhidīn arabi in Cecenia, il comandante saudita viene ucciso a seguito di un’imboscata del Battaglione speciale Vostok. A dirigere l’operazione è Sulim Yamadaev, un ribelle passato dalla parte di Mosca, che Vladimir Putin insignerà di una preziosa medaglia, Eroe della Federazione Russa, l’anno seguente.