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Massoud, il Leone del Panjshir

Storia /

“Per me la cosa peggiore sarebbe vivere da schiavo! Si può avere tutto nella vita: mangiare, bere, vestire, un tetto sotto cui dormire. Ma se non si ha la libertà, se non si ha la fierezza, se non si è indipendenti, tutto ciò non ha significato né valore”. Questa frase, di Ahmad Shah Massoud, basterebbe per caratterizzare un personaggio entrato nella storia e nel mito. Un mito spesso e volentieri talmente enfatizzato da non riuscire più a capire quale sia il confine tra l’una e l’altro.

Raccontare la vita di Massoud significa raccontare la storia recente di un Paese, l’Afghanistan, dove si intrecciano dinamiche di potere globali e locali, dove la massima machiavellica “il fine giustifica i mezzi” assume il suo significato più puro e crudo.

Ahmad Shah Massoud è nato il 2 settembre 1953 (altre fonti riportano il 1954 e addirittura il 1956) da una famiglia di etnia tagika a Bazarak nella regione del Panjshir in Afghanistan. Suo padre, Dost Mohammad Khan, era un colonnello nell’esercito afghano. Risulta che la famiglia di Massoud fosse particolarmente ben conosciuta e stimata in tutta la regione. Il nome “Massoud”, è stato preso dal giovane Ahmad circa all’inizio della sua lotta armata, nel 1974.

Massoud sembra essere stato uno studente di talento, sia alla scuola elementare (frequentata a Herat) che negli studi religiosi, formandosi in un Islam di tipo sunnita moderato, con forti sfumature sufi. Frequenta il liceo francese a Kabul dimostrando di possedere una innata propensione per le lingue: Massoud parlava correntemente il persiano, il francese, il pashtu, l’hindi, l’urdu e l’arabo.

Dopo il diploma di scuola superiore, si iscrive alla facoltà di ingegneria all’università di Kabul, dove si unisce all’Organizzazione della Gioventù Musulmana (Sazman-i Jawanan-i Musulman), che si opponeva al regime comunista dell’Afghanistan e alla crescente influenza sovietica nel Paese. Sono gli anni di Mohammad Daoud Khan (1973) e della nascita del regime filosovietico dominato dal Partito democratico popolare dell’Afghanistan. Massoud pertanto abbandona gli studi per dedicarsi dapprima all’attività politica (dove nasce la sua rivalità con Gulbuddin Hekmatyar, di etnia pashtu, leader della fazione islamica radicale Hezb-e-Islami) per poi ben presto prendere la via della resistenza armata nella sua valle natia.

Dopo la rivolta nel Panjshir del 1975 è costretto a rifugiarsi in Pakistan (dove entra in contatto con l’Isi, il servizio segreto pakistano), da dove però fa ritorno nel 1978 quando il presidente Daoud viene deposto e assassinato. A luglio del 1979 cerca di avviare una seconda insurrezione nella valle, che fallisce. Massoud viene ferito a una gamba e costretto a deporre le armi insieme ai suoi miliziani.

Intanto la situazione internazionale precipita, e, dopo il golpe ordito da Mosca, l’Unione sovietica inizia l’invasione dell’Afghanistan a dicembre dello stesso anno. Massoud, che pone il suo quartier generale nella sua città natale, raccoglie intorno a sé miliziani provenienti da tutto il Panjshir e organizza la prima forma di resistenza ai sovietici mettendo in pratica tattiche di guerriglia – si dice apprese da autodidatta – che furono di Ho Chi Minh, Ernesto “Che” Guevara, Mao e del generale nordvietnamita Giap. Nella più classica delle dottrine di insurrezione/guerriglia, Massoud sceglie di non impegnare mai il nemico in campo aperto ma di colpirlo con attacchi di sorpresa “mordi e fuggi”, mirati soprattutto alle colonne di rifornimento che dovevano per forza passare per il “collo di bottiglia” del tunnel di Salang. Il territorio montuoso, ben noto agli afghani, permetteva loro di effettuare rapide sortite e accerchiamenti che mettevano in seria difficoltà l’esercito sovietico, che si muoveva utilizzando assetti pesanti poco adatti a una campagna in un terreno simile.

I successi ottenuti in questo modo dalle milizie di Massoud attirano ben presto l’attenzione dei vertici militari di Mosca, che organizzano sei offensive tra il 1980 e il 1983 nella valle del Panjshir per cercare di eliminare la resistenza. Massoud aveva organizzato un “esercito” ben strutturato, il più possibile vicino a un’armata regolare con quadri ben formati, una struttura fortemente gerarchizzata e l’impiego di unità altamente mobili. In questi primi anni non mancano, però, gli accordi di tregua coi sovietici, probabilmente dovuti ai contrasti intertribali – fomentati anche da Mosca per cercare di spezzare il fronte della resistenza – che si erano creati sulla scorta delle divisioni “politiche” passate.

Nel febbraio 1983, ad esempio, dopo l’ultima offensiva sovietica nel Panjshir e trovandosi circondato da comandanti mujaheddin rivali, Massoud firmò una tregua di un anno con le forze occupanti. L’accordo includeva il pagamento di 350mila dollari che Massoud usò per riarmare i suoi combattenti e concentrarsi sulla storica rivalità con Hekmatyar. La richiesta di Massoud di un ulteriore pagamento di 700mila dollari insieme a quella di avere accesso diretto ai funzionari sovietici invece di dover negoziare con Kabul – condizioni accettabili per Mosca – venne respinta dal Cremlino in quanto il “Leone del Panjshir” insisteva per ottenere anche il governo autonomo della valle. Nell’aprile 1984 i sovietici rompono la tregua dando il via alla settima offensiva, anch’essa caratterizzata dall’ennesimo fallimento. A questo punto Massoud riorganizza le sue formazioni e aggiorna la tattica di combattimento: le unità di guerriglieri, i mujaheddin, vengono addestrate meglio e impiegate su fronti più vasti. La nuova tattica si rivela efficace nel 1985, durante gli scontri al forte di Peshgur, e da quel momento Massoud amplia ulteriormente il proprio raggio d’azione con sortite più frequenti e più in profondità.

Nel 1987 promuove la Shura-i-Nazar (Consiglio di Supervisione): un organismo intertribale che si proponeva di raccogliere i leader afghani con l’obiettivo immediato di realizzare operazioni militari di più ampia portata e, in prospettiva, creare una federazione di gruppi politici che avrebbero guidato il futuro Afghanistan liberato dal giogo di Mosca. L’iniziativa fallisce sia per il precoce ritiro sovietico (febbraio 1989) sia perché alcune importanti realtà tribali afghane, come gli sciiti Hazara, non vi aderiscono.

Il ritiro dell’esercito sovietico non fa cadere immediatamente il regime di Kabul, che resiste sino allo sfaldamento dell’Unione Sovietica.

Massoud, nonostante in più di un’occasione, durante la guerra, avesse detto che i collaboratori di Mosca non avrebbero trovato posto nel futuro Afghanistan, al crollo del governo Najibullah, nel 1992, si allea con funzionari e generali ex comunisti quando comincia la una guerra civile intra-mujaheddin.

Quell’anno, infatti, la città settentrionale di Mazar-i-Sharif passa sotto il controllo di una coalizione composta principalmente da elementi del partito filo-sciita Hezb Wahdat, dalla Shura-i-Nazar di Massoud e dalle forze del comandante Abdul Rashid Dostum che fino a quel momento era appartenuto alle forze comuniste afghane, coadiuvate da quelle del generale Abdul Momim. Questa è stata una decisione radicata puramente nella politica etno-settaria di Massoud necessaria per far fronteggiare la maggioranza estremista islamica pashtun che stava prendendo il sopravvento. Gli eventi, nel 1992, precipitano rapidamente e Massoud rifiuta l’invito dell’autorità provvisoria di Kabul ad entrare a Kabul come nuovo capo di Stato: l’ordine del Leone del Panjshir alle sue milizie è quello di non entrare nella capitale fino a quando non fosse stata trovata una soluzione politica, da prendere con tutti gli alti leader dei partiti afghani, molti in esilio a Peshawar, in Pakistan. Anche in questa fase si palesa l’antica rivalità con Hekmatyar, che alle proposte di collaborazione di Massoud risponde che entrerà a Kabul “brandendo la spada” e che non intende incontrare gli altri leader. A questo punto fa la sua comparsa Osama Bin Laden, che cerca di mediare nonostante l’odio verso Massoud. Il 24 aprile vengono firmati gli “Accordi di Peshawar” per la costituzione di uno Stato islamico afghano, ma la guerra civile è alle porte e il nuovo governo è di breve durata. Il comandante riceve la nomina a ministro della Difesa mentre il suo rivale, Hekmatyar, quella di primo ministro, che però rifiuta. Le sue milizie infatti non depongono le armi e pertanto continuano i combattimenti tra le due fazioni rivali, supportate anche da Iran e Arabia Saudita in un complesso gioco di ricerca di egemonia regionale.

In questo contesto si colloca il controverso “massacro di Afshar”. Nel 1993, nel distretto di Kabul, la minoranza degli Hazara, venne massacrata I principali responsabili di questo massacro possono essere individuati nell’allora primo ministro, Burhanuddin Rabbani, nel signore della guerra Abdul Rasul Sayyaf e in Massoud, che all’epoca era ministro della Difesa. Circa 750 persone sono state uccise o rapite anche per opera dei soldati di Massoud, il quale però, è bene ricordarlo, non controllava più la totalità dei suoi comandanti da quando si era installato a Kabul.

A marzo del 1993 si dimette dalla carica, in cambio del raggiungimento della pace, ma la tregua dura poco: entro la fine dell’anno viene pianificato un altro colpo di Stato, questa volta orchestrato da Hekmatyar col sostegno dell’Isi pakistano, l’intelligence iraniana e l’Uzbekistan, che depone Rabbani all’inizio del 1994 e contemporaneamente viene aperte una nuova stagione di combattimenti per cercare di eliminare le milizie rivali.

A metà del 1994, Hekmatyar e Dostum (anche quest’ultimo passato sul fronte opposto nel frattempo) sono sulla difensiva a Kabul contro le forze guidate da Massoud. L’Afghanistan meridionale a questo punto non è né sotto il controllo delle milizie sostenute dall’estero né del governo di Kabul, ma è governato da leader pashtun locali. Durante l’anno si sviluppa anche in Afghanistan il movimento dei talebani (originato dalle scuole religiose gestite da Jamiat Ulema-e-Islam per i rifugiati afgani in Pakistan) per volere di Islamabad come forza politico-religiosa e comincia una nuova fase del conflitto civile afghano. Sempre nel 1994, a novembre, prendono il controllo di Kandahar e di diverse province dell’Afghanistan meridionale e centrale. Massoud si oppone, in armi, ma cerca comunque un dialogo invitandoli a unirsi al processo di pace in modo da dare stabilità all’Afghanistan. Ma i talebani ormai sono già alle porte della capitale. Siamo a settembre del 1996. Alla fine dell’anno restano solo tre aree, in tutto l’Afghanistan, non occupate dai talebani: la valle del Panjshir, in cui ritorna Massoud, la zone dell’Hazarajat, dove risiedono gli sciiti, e quella intorno a Mazar-i-Sharif, controllata dal generale Dostum. A ottobre queste forze superstiti, insieme a diversi altri “signori della guerra” di estrazione diversa accomunati però dall’opposizione ai talebani, come Abdul Rasul Sayyaf e Asif Muhsini, fanno sorgere il Fronte Unito Nazionale Islamico per la Salvezza dell’Afghanistan, detto anche Alleanza del Nord.

Il Fronte Unito viene guidato da Massoud restando sempre attivo nel contrasto ai talebani tra il 1996 e il 2001 con alterne fortune: nell’agosto del 1998, ad esempio, Mazar-i-Sharif cade e il generale Dostum è costretto alla fuga, lasciando la città in mano alle orde talebane che la saccheggiano per tre giorni dedicandosi a stupri e uccisioni di massa degli hazara che non avevano fatto in tempo a fuggire. Il centro della resistenza diventa la valle del Panjshir e Massoud riceve aiuti dal Tagikistan, dal Kazakistan, dal Kirghizistan, oltre che dalla Cina, dall’India e dall’Iran che ora teme l’allargamento della presenza saudita e pakistana ai suoi confini orientali. In questo periodo la presenza e l’influenza di al-Qaeda nel Paese si fa sempre più pesante. Alla fine degli anni ’90 i talebani accettano, da parte dell’organizzazione che ha a capo Osama Bin Laden, non solo un maggiore contributo economico, ma anche una crescente influenza politica, ideologica e culturale.

Ancora all’inizio del 2001, Massoud propone di nuovo ai talebani di unirsi a lui nel sostenere un processo di pacificazione del Paese, ma questi rifiutano. È in questo contesto che matura il suo assassinio, perpetrato da due tunisini che riescono a farsi passare per giornalisti, nella città afgana di Khvajeh Baha od Din. Entrambi gli assassini restano uccisi: uno nell’attacco stesso, facendosi esplodere, e l’altro, a quanto pare, colpito mentre cercava di scappare. I mandanti non sono mai stati stabiliti con chiarezza, del resto sia i talebani sia al-Qaeda avevano entrambi validi motivi per eliminare Massoud, ma la sua morte avrebbe dovuto rappresentare un sinistro presagio per gli Stati Uniti e l’Occidente: era, infatti, il 9 settembre del 2001, due giorni prima degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ahmad Shah Massoud, il Leone del Panjshir, muore all’età di 48 anni, lasciando una moglie, Sediqa, e sei figli (un maschio e cinque femmine) nati tra il 1989 e il 1998.