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Jorge von Marees, Hitler e il sogno della svastica sulle Ande

Germania e Stati Uniti, a volte nemici, talvolta aminemici, ma mai completamente amici. Il loro è un rapporto di amore-odio, dove il secondo ha storicamente prevalso sul primo, che affonda le origini nella competizione tra grandi potenze tardo-ottocentesca, più precisamente nell’agenda antiamericana di Guglielmo II.

Quella dei sogni di egemonia del Kaiser sull’America, o meglio sulle Americhe, è una storia quasi sconosciuta, ignorata dai più, ma della quale è indispensabile scrivere, sulla quale è essenziale indagare, perché l’«aminimicizia» germano-americana di oggi è il risultato degli accadimenti di ieri. Accadimenti come il tentativo di Guglielmo II di intrufolarsi nella spinosa questione del Canale del Nicaragua. Accadimenti come il Telegramma Zimmermann – motivo conduttore dell’entrata degli Stati Uniti nella Grande guerra. E accadimenti come le azioni di disturbo del Terzo Reich tra Caraibi e Terra del fuoco, tra le quali le operazioni Bolivar e Pastorius, il Progetto 14 e l’eclatante tentativo di golpe consumato in Cile dai filonazisti di Jorge González von Marées all’alba della seconda guerra mondiale.



 

Jorge González von Marées nacque in quel di Santiago del Cile il 4 aprile 1900 in una famiglia dell’alta classe, di nobile lignaggio. Figlio di un ricco imprenditore del settore sanitario Marcial González Azócar, fondatore della Clinica tedesca di Santiago (ancora oggi esistente) – e di una nobile imparentata con il pittore Hans von MaréesSofía von Marées Sommer –, González avrebbe manifestato un interesse per i più deboli, in particolare per la classe operaia, sin dalla gioventù.

Cresciuto con un profondo di disagio, legato al fatto di avere del sangue blu nelle vene in una nazione capillarmente indigente e diseguale, González avrebbe trascorso la giovinezza e la prima età adulta a lavorare in senso contrario ai voleri dei genitori. Dapprima un ciclo di studi estremamente lungo, terminato soltanto nel 1932 – con una tesi dedicata alla questione operaia –, e dipoi la decisione di imboccarsi in una strada senza ritorno, rifiutando l’aiuto di due genitori disposti a farlo entrare nelle forze dell’ordine o in politica: l’adesione al nazismo.


La scelta che lo avrebbe condizionato tutta la vita, macchiandone per sempre l’immagine e incrinando i rapporti già logori con la famiglia, avvenne nel 1932, Quell’anno, in data 5 aprile, González, in collaborazione con l’economista Carlos Keller e il militare in pensione Francisco Javier Diaz, avrebbe dato vita al Movimento nazionalsocialista del Cile (MNS, Movimiento Nacional-Socialista de Chile).

Ufficialmente indipendenti, cioè privi di legami con il Terzo Reich – del quale, a detta di González, avrebbero condiviso soltanto l’ideologia –, i membri del MNS avrebbero svelato molto presto il loro (vero) volto, quello, cioè, di una quinta colonna mossa dalla longa manus di Adolf Hitler. Il loro stesso soprannome, del resto, non lasciava spazio alla fantasia: González e i suoi gregari si facevano chiamare los nacistas, i nazisti.

Nel 1933, ad un solo anno dalla fondazione, il MNS avrebbe cominciato a incutere timore ai dipendenti della Moneda. E il motivo non era dato dagli scontri pressoché quotidiani con i gruppi studenteschi di estrema sinistra, in prevalenza marxisti e stalinisti, che avevano portato un inusuale caos lungo le strade cilene. Il motivo era che González aveva costituito un corpo paramilitare ispirato alle camicie brune (Sturmabteilung), dandogli un nome altrettanto eloquente: Truppe naziste d’assalto (Tropas Nacistas de Asalto).

Carismatico, nonché forte di un cognome pesante, in grado di suscitare approvazione, González avrebbe successivamente riformato alcuni concetti-chiave del MNS, ad esempio depurandolo dalla giudeofobia e dal biancocentrismo, allo scopo di tentare la conquista di ampi settori dell’opinione pubblica. Una moderazione tattica, in vista delle parlamentari del 1937, che avrebbe permesso al MNS di raggiungere una serie di traguardi notevoli, tra i quali la presidenza della Federazione degli studenti universitari cileni e un trattamento simpatetico da parte della grande stampa, persino da El Mercurio, il giornale più letto della nazione.

Nel 1937, sorprendendo lo stesso González, il MNS sarebbe riuscito a entrare in Parlamento. Avendo ottenuto il 2,04% a livello nazionale, infatti, il piccolo partito fu in grado di eleggere tre deputati: Fernando Guarello Fitz-Henry, Gustavo Vargas Molinare e lo stesso González.

Che la presenza del MNS non sarebbe stata identica a quella degli partiti, però, la politica e la società lo avrebbero compreso molto rapidamente. Il giorno dell’apertura dei lavori del nuovo Congresso, infatti, González avrebbe estratto una pistola nel corso di un alterco con degli altri deputati; un gesto costatogli l’immunità parlamentare e precorritore di ciò che sarebbe accaduto di lì a breve.

Il risibile eppur importante esito delle parlamentari aveva convinto il MNS che la presa del potere, della Moneda, fosse più che possibile. Le urne avevano prodotto un risultato esiguo, ma le strade erano movimentate e le forze armate in trepidazione. Tutto sembrava indicare, in breve, che i tempi maturi affinché la nazione delle Ande si unisse all’internazionale nazifascista.

Il 5 settembre 1938, alla vigilia delle presidenziali più attese del decennio e il giorno successivo alla Marcia della Vittoria – la discesa su Santiago di oltre diecimila nacistas –, un piccolo esercito del MNS tentò un azzardo passato alla storia: una sedizione avente l’obiettivo di detronizzare il presidente in carica, Arturo Alessandri, e sostituirlo con l’ex dittatore Carlos Ibáñez del Campo.

Speranza-aspettativa dei golpisti era che le loro gesta eclatanti dessero vita ad un effetto domino nelle forze armate, incoraggiando i fedelissimi dell’ex dittatore, gli ibañisti, a destituire Alessandri e proclamare un regime militare, simil-fascista, in tutto il Cile. 

Poco dopo lo scoccare delle dodici, al grido “¡Chileno, a la acción!“, più di trenta nacistas addestrati all’arte della guerra urbana – selezionati tra i migliori combattenti delle Truppe naziste d’assalto – avrebbero fatto irruzione nel Palazzo del Seguro Obrero, sede dell’omonima agenzia governativa responsabie delle politiche assistenzialistiche.

Guidati dal tenente Gerardo Gallmeyer Klotze, i putschisti avrebbero mietuto la prima vittima entro cinque minuti dall’inizio dell’assalto: il carabinero José Luis Salazer Aedo. Preso in ostaggio il personale e convertito l’edificio in un avamposto fortificato e colmo di trappole ad ogni piano, i nacistas avrebbero iniziato a comunicare le loro intenzioni via radio, esortando i cileni, sia civili sia militari, a scendere in strada per sostenere la rivoluzione in corso.

La reazione della presidenza sarebbe stata ferma, intransigente e fulminea. Alessandri, dopo aver preannunciato l’apertura di un fascicolo di indagine teso a far luce sull’esistenza di legami tra i golpisti, apparati statali e forze straniere, avrebbe ordinato ai Carabineros di fare irruzione nell’edificio e sedare quel putsch in tempi brevi e con ogni mezzo necessario.

Entro le quattordici, un tiratore scelto avrebbe eliminato Gallmeyer, privando i golpisti della loro guida. Ed entro le quindici, tra lo stupore generale, sarebbe cominciata la battaglia per il Cile. Poco dopo aver inviato il reggimento di fanteria Buin al Seguro Obrero, infatti, la presidenza avrebbe dovuto mobilitare il reggimento Tacna per via dello scoppio di disordini in altre parti della capitale, tra i quali l’occupazione del Palazzo centrale dell’università del Cile.

Ordine e sicurezza sarebbero stati restaurati entro il tramonto, ma ad un prezzo carissimo: il sangue dei putschisti tra le mani di Alessandri e dei Carabineros. Il presidente, invero, dette l’ordine agli uomini in divisa di giustiziare il maggior numero di aspiranti rivoluzionari. Un severo monito per l’intero ambiente nazionalsocialista cileno che, alla fine della giornata, sarebbe costato la vita a 59 nacistas e avrebbe scioccato tanto l’opinione pubblica quanto gli intellettuali cileni più celebri dell’epoca, come il poeta Gonzalo Rojas.

Le urne avrebbero punito Alessandri per quell’eccidio, passato alla storia come il Massacro del Seguro Obrero (Matanza del Seguro Obrero), decretando la vittoria del rivale Pedro Aguirre Cerda. E Cerda, consapevole di essere stato eletto (anche) per protesta, una volta in ufficio avrebbe proceduto ad amnistiare i putschisti in stato di detenzione, tra i quali González.

Dopo un periodo di silenzio e raccoglimento, caratterizzato da un profilo sostanzialmente basso, González avrebbe tentato un nuovo colpo di mano all’acme della seconda guerra mondiale. Con l’aiuto di Buenos Aires e Berlino, secondo i servizi segreti britannici e statunitensi, avrebbe voluto occupare la Moneda e instaurare una dittatura militare a Santiago. Questa volta, però, a fermare González non sarebbero stati i militari cileni: sarebbero stati gli americani, che inviarono l’incrociatore Trenton al largo di Valparaiso in segno di avvertimento, riuscendo negli obiettivi di farlo desistere e di placarne a tempo indefinito l’animo sobillatore.

Reinventatosi liberale negli anni Cinquanta, e per questo accusato di tradimento da ex camerati e nacistas di nuova generazione – come il celeberrimo Miguel Serrano –, González sarebbe morto a Santiago del Cile il 14 marzo 1962, all’età di 61 anni.

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