La storia di Santa Sofia

“L’insieme della cattedrale rappresenta un mondo autosufficiente, che non poggia su nulla, che non s’innalza verso nulla, ma che, semplicemente, si mostra, si rivela. In effetti il pensiero, più vissuto del resto che pensato, che sedimentò in questo modo di costruire, comprende l’idea che il trascendente scenda per farsi tangibile, che sia possibile una rivelazione dall’alto al basso, che la grazia prenda corpo dall’alto, divenendo sensibile”. In questa descrizione della basilica di Santa Sofia, il più celebre e conteso monumento di Istanbul, scritta dal filosofo e drammaturgo romeno Lucian Blaga, si possono cogliere in tutta la loro potenza il fascino e l’influenza esercitate dall’edificio che è stato prima centro di irradiamento della cristianità orientale e del potere imperiale bizantino a partire dalla capitale Costantinopoli, poi cuore della dinastia ottomana e della sua centralità nell’Islam come moschea e, infine, dal 1935, simbolo della nuova Turchia laica con la trasformazione in museo.

La decisione di Recep Tayyip Erdogan di trasformare nuovamente il monumento consacrato alla Sapienza di Dio in una moschea ha scosso gli animi in tutto il mondo europeo e mediterraneo. Il Sultano di Ankara ottiene in questo modo la definitiva rottura col passato politico kemalista. La sua nuova Turchia rilancia la sua volontà di farsi potenza attraente per il mondo musulmano. Le Chiese greco-ortodosse orientali sono insorte rivendicando la continuità morale con l’antica cattedrale. Papa Francesco si è detto preoccupato per quello che è ritenuto uno strappo problematico. Tutte queste reazioni segnalano che anche nel mondo presente, in cui tradizione e storia sembrano troppo spesso relativi o secondari in un Occidente privo di bussola, il peso della tradizione è determinante e decisivo. E Santa Sofia continua ad attrarre passioni e sentimenti contrastanti e ad esercitare un’influenza legata al peso della sua storia.

Si deve all’imperatore bizantino Giustiniano l’idea di trasformare Santa Sofia nel tempio più importante della cristianità orientale; nel 532, nel pieno delle campagne con cui l’imperatore di stirpe illirica espanse il potere dell’Impero romano d’Oriente su terre un tempo facenti parte dei domini della Res Publica, Giustiniano progettò l’ampliamento di un complesso già esistente da circa 150 anni, che desiderava trasformare nel cuore della cristianità contemporanea.

Il progetto di ampliamento della basilica di Santa Sofia creò un monumento unico nel suo genere che si identificò ben presto con lo stesso impero orientale. La possente struttura di Santa Sofia dominava il profilo della città, mentre nonostante due terremoti (553 e 557) gli architetti Isidoro di Mileto e Isidoro il Giovane, suo nipote, riuscirono a completare in trent’anni una basilica caratterizzata da un particolare senza precedenti: una cupola sostenuta da quattro pennacchi, soluzione mai utilizzata prima, dal diametro di oltre 30 metri, sotto la quale, dall’altezza di 55 metri fino a terra, la basilica appariva ricoperta di mosaici dorati che creavano immaginifici giochi di luce.

La cattedrale della Santa Sapienza divenne il cuore del cesaropapismo bizantino, un simbolo religioso, politico e sociale in cui avvenivano le incoronazioni degli imperatori, le cerimonie più sacre, il culto della Vergine Maria considerata protettrice dell’Impero e delle sue fortune. L’imperatore, divenuto tramite tra il popolo dei “romani” (i bizantini non si definirono mai diversamente) e Dio, nella Cattedrale era esaltato come il punto di congiunzione tra terra e cielo.

Nel corso dei secoli avari, sasanidi, arabi, bulgari e rus’ tentarono invano di espugnare la città cingendola d’assalto. Nei momenti più duri della storia dell’Impero sovrani e popolo si riunivano, in comunione, in preghiera nella cattedrale; anche in tempi di pace la chiesa veniva guardata a vista, come espressione del potere nazionale.

Lo ha ricordato con precisione uno dei maggiori esperti italiani del mondo bizantino, lo storico Gastone Breccia: “Sulla soglia di marmo verde che separa il nartece dalla chiesa vera e propria, ai due lati dell’ingresso principale, ci sono due profondi avvallamenti circolari. Sono stati creati dal peso dei due uomini della guardia imperiale romana che si sono dati il cambio per nove secoli, con una breve interruzione dopo il saccheggio del 1204″. Un saccheggio ad opera di altri cristiani, i crociati guidati dal doge di Venezia Enrico Dandolo che si impadronirono della città mandandone in esilio, per circa mezzo secolo, i sovrani.

Fu la prima volta che Costantinopoli cadde: dopo la restaurazione dell’impero, nel 1261, la cattedrale si era ritrovata fortemente danneggiate. L’imperatore Andronico II, desideroso di riportarla all’antico splendore, ne guidò alcuni lavori di riassestamento ma mentre l’influenza bizantina nel Mediterraneo medioevale andava riducendosi anche le entrate finanziarie e doganali si ridimensionarono enormemente. Santa Sofia conobbe un declino paragonabile a quello dello Stato che rappresentava.

Quando Costantinopoli cadde per la seconda volta, nel 1453, i turchi ottomani di Mehmet II si imbatterono in una città che era l’ombra di sè stessa. Santa Sofia non sfuggì a nuovi saccheggi ma Mehmet fu presto catturato dal fascino inesorabile della basilica, di cui ordinò la conversione in moschea attraverso la recita al suo interno della preghiera islamica (“Non ci sono altri dei se non il Dio, e Maometto è il suo servo e il suo messaggero”).

Santa Sofia, divenuta Aya Sofia, segnò la volontà di Mehmet di porsi come erede ideale dell’impero da lui smantellato definitivamente. Costantinopoli, la “seconda Roma”, rinominata Istanbul divenne la capitale dell’impero ottomano, per oltre due secoli egemone nel Mediterraneo e in Medio Oriente; la caduta della “mela rossa” di una nota leggenda musulmana prefigurava, secondo gli ulama, la caduta del grande obiettivo degli ottomani, Roma. Mehmet prese il titolo di Imperatore dei Romani e Protettore della Cristianità ortodossa; Papa Pio II fu addirittura accarezzato dall’idea di proporre a Mehmet la conversione al cristianesimo in cambio dell’incoronazione a erede dell’Impero romano con i crismi della Chiesa cattolica.

Le radici profonde della storia, le influenze di quel rapporto tra Islam e cristianesimo nel mediterraneo che grandi studiosi come Franco Cardini hanno dimostrato non essersi rivelato solo conflittuale, e secoli di convivenza bilaterale resero ben consolidate le influenze del passato sulla Santa Sofia “ottomana”.

Nel corso dei secoli, i grandi sultani di Istanbul (da Solimano il Magnifico Ahmed III) aggiunsero dettagli a Santa Sofia, come i caratteristici e slanciati minareti che la contraddistinguono. Una voluminosa mezzaluna d’oro fu installata sulla sommità della cupola, simbolo della cattedrale. Anche il grande architetto del XVI secolo e costruttore di moschee, Mimar Sinan, non mancò di intervenire con lavori strutturali di rafforzamento.

Anche i due uomini simbolo della Turchia repubblicana, Mustafa Kemal Ataturk e Recep Tayyip Erdogan, hanno avuto ben impresso nella mente il ruolo simbolico di Santa Sofia. Cessata l’esistenza dell’impero e terminata l’esperienza ottomana del califfato islamico, il padre della Turchia laica e repubblicana ordinò la sconsacrazione dell’edificio nel 1935. Laicizzare Aya Sofia voleva dire storicizzarla, impadronirsi di un simbolo estremamente forte e dell’emblema, prima ancora che del califfato, dell’impero multinazionale che il leader nazionalista voleva far dimenticare.

L’enfasi di Erdogan è invece maggiormente concentrata sul contenuto religioso. Istanbul prepara Gerusalemme e La Mecca, nella sua ottica: riconquistare alla Vera Fede l’antica capitale imperiale apre, per il leader turco, alla prospettiva di irradiare l’influenza del Paese in tutto il quadrante di riferimento.

L’antica “regina delle città” è ancora protagonista della storia e Santa Sofia si conferma monumento in grado di attraversare i tempi e le epoche. Impadronirsi del suo presente e del suo futuro significa, in un certo senso, impadronirsi del suo passato, che è la vera posta in palio. Incardinare la propria eredità (o la propria discontinuità) in riferimento all’antica cattedrale e prossima moschea è una forma di legittimazione fondamentale. Erdogan lo sa e si mette in diretto collegamento con Mehmet II e, attraverso lui, Giustiniano, saltando Ataturk che intende ridimensionare nel pantheon politico della Turchia contemporanea. La lezione di Santa Sofia è sul ruolo fondamentale della storia: e il monito più grande riguarda un’Europa e un Occidente che troppo presto intendono asservirla alle ideologie (emozionali) del momento.

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