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KKK, le origini dell’odio

Croci a fuoco, costumi spettrali e violenze indicibili hanno cristallizzato il Ku Klux Klan nell’immaginario collettivo americano, rendendolo sinonimo di morte e terrore, e lo hanno popolarizzato nel resto del mondo, macchiando indelebilmente la storia della più grande democrazia multirazziale del mondo: gli Stati Uniti.

Oggi non è che un’ombra di ciò che fu, una cartolina sbiadita di un’epoca tanto vicina quanto lontana, eppure studiare le origini e le ragioni del Ku Klux Klan è quanto mai necessario. Perché se è vero che l’America non è il Ku Klux Klan, è altrettanto innegabile che esso è stato ed è l’incarnazione massimalistica del malessere e delle fobie di una frazione tutt’altro che irrilevante della società americana, quella iperconservatrice, nativista, proibizionista, puritana e WASP.

Sebbene si scriva e si parli di Ku Klux Klan (KKK) come di un’organizzazione unica, unita e unitaria, la verità storica è molto più complessa e sfaccettata. La verità storica esige che non si scriva del KKK, quanto dei KKK, perché non ne è esistito uno, bensì tre.

La storia del KKK, il primo e originale, ha inizio a Pulaski, nel Tennessee, alla vigilia di Natale del 1865. Ed è la storia di una società fondata e composta da reduci della Guerra civile, sostanzialmente di provenienza e/o ispirazione sudistico-confederata, avente quale obiettivo la promozione dei valori WASP nell’Era della ricostruzione.

I membri del primo KKK si ritenevano dei vigilanti. Il loro compito? Impedire che negli ex stati secessionisti, da un giorno all’altro popolati da freedman (liberti afroamericani), venisse meno l’egemonia suprematistica dei bianchi anglosassoni e protestanti. Ma gli afroamericani non erano l’unico obiettivo del KKK, che impiegava la stessa violenza contro i simpatizzanti dell’unionismo e i lincolniani.

Volevano evitare a tutti i costi, e con ogni mezzo, che gli schiavi divenuti liberti utilizzassero i diritti improvvisamente acquisiti per dare vita ad un movimento politico mirante ad una reale e integrale emancipazione – preludiata dallo stabilimento dell’Ufficio dei Liberti (Freedman’s Bureau). L’epoca dei linciaggi e delle bombe contro le chiese dei neri protestanti era ancora lontana, visto che il primo KKK avrebbe avuto una predilezione per i pestaggi e le spedizioni punitive, ma l’obiettivo di ritardare – di più o meno un secolo – il dibattito e il percorso dell’emancipazione afroamericana sarebbe stato conseguito con successo, tra una minaccia e un’uccisione.

Privo di un’organizzazione centralizzata, nonché carente di capi carismatici, il KKK sarebbe andato incontro ad un graduale e inevitabile declino con il passare del tempo, complice anche il reclutamento di banditi e criminali che, più interessati al sadismo fine a se stesso che alla politica, avrebbero attirato l’attenzione e l’antipatia di autorità e legislatori.

Complice l’aumento smisurato delle violenze contro gli afroamericani – condotte da squadroni in abiti spettrali –, nonché i tentativi di destabilizzare i governi in carica nel Sud, il KKK sarebbe stato trattato come un’organizzazione terroristica a partire dal 1871, anno del Ku Kux Klan Act, e duramente represso, fino all’annichilimento, da forze dell’ordine e milizie agli ordini degli stati federati.

La storia del secondo KKK ha inizio nella suggestiva Stone Mountain nel 1915. L’idea di riportare in vita i vigilanti al servizio della causa sudista e della supremazia WASP è di un predicatore, William Joseph Simmons, che intravede nel successo de La nascita di una nazione un segno dei tempi.

Il secondo KKK, inizialmente, si dedica più al proselitismo che alla violenza interrazziale. Non predica né il suprematismo né il nostalgismo sudista, ma il puritanesimo dei Padri pellegrini e il nativismo dei patrioti nordamericani dell’Ottocento. È l’epoca, del resto, del Proibizionismo e delle nuove ondate migratorie di italiani, irlandesi, polacchi ed ebrei, delle “minacce” alle quali il KKK vuole porre argine fomentando un risveglio spirituale nell’America WASP.

Plasmato dalla visione del mondo del proprio fondatore, un fondamentalista protestante, il nuovo KKK investe denaro nella conduzione di “campagne morali” destinate all’opinione pubblica – delle veridiche crociate contro l’integrazione nella società di ebrei e cattolici e a favore della continuazione della politica del proibizionismo –, nella produzione di merchandising e nella fabbricazione di grandi croci in legno da bruciare. Non delle croci qualunque, ma delle croci latine – dunque associate al Cattolicesimo –, che da allora in avanti sarebbero entrate nell’immaginario collettivo, americano e mondiale, come un segno distintivo del KKK.

Memore delle ragioni alla base del fallimento del primo KKK, cioè l’assenza di una struttura definita e lo scemare nella violenza indiscriminata, Simmons avrebbe dotato l’entità di un corpo ben organizzato e lavorato alla costruzione di un’immagine pubblica rassicurante. Gli eventi successivi avrebbero dato ragione al predicatore: entro la metà degli anni Venti, all’acme della popolarità, il KKK dichiarò di avere più di quattro milioni di tesserati.

Il canto del cigno, questa volta, non sarebbe provenuto né dalla mancanza di leadership né dal reclutamento di banditi, quanto da una scissione interna. Nel 1923, insofferente nei confronti del modus operandi paternalistico e pacioso di Simmons, David Curtis Stephenson avrebbe guidato una scissione e magnetizzato vari capitoli statali del KKK.

Del KKK, a partire dal 1923, si sarebbe scritto e parlato con riferimento (quasi) esclusivo a Stephenson. Perché apertamente suprematista. Perché apologeta della violenza interrazziale. E perché lui stesso coinvolto in episodi di inaudita ferocia, come lo stupro e l’omicidio di Madge Oberholtzer.

Nulla poterono Simmons e i successori per evitare la morte del secondo KKK, dato che l’opinione pubblica e la stampa non facevano più alcuna distinzione tra le due sigle. Gli oltre quattro milioni del 1924 sarebbero divenuti trentamila nel 1930, comportando la perdita di ogni capacità di condizionamento politico – Simmons era stato in grado di far eleggere decine di politici “di fiducia” all’apogeo del secondo KKK. E nel 1944, preso atto dell’impossibilità di portare avanti le attività dell’organizzazione, l’allora stregone imperiale James Colescott ne firmò l’atto di scioglimento.

La storia del terzo (e ultimo) KKK ha inizio nel 1946, a soli due anni dalla fine dell’epopea del secondo. L’autore della resurrezione si chiama Samuel Green, che, quell’anno, presiede una cerimonia inaugurale a Stone Mountain – segnale di continuità con il passato – per rifondare il KKK.

Inizialmente baricentrato nello stato della Georgia, e non privo di problemi a livello di dirigenza – tre stregoni imperiali in quattro anni –, il nuovo KKK riuscirà ad espandersi a livello nazionale, ritrovando la perduta notorietà, soltanto a partire dal 1959, anno dell’arrivo alla presidenza di Roy Davis, un veterano delle cause waspiste che, negli anni Dieci e Venti, aveva militato nel KKK del predicatore Simmons.

Davis sarebbe riuscito nell’obiettivo di rendere l’organizzazione una realtà nuovamente nazionale, curando l’apertura di capitoli in vari stati, ma il clima socio-politico dell’epoca avrebbe lavorato contrariamente ai suoi piani. Erano gli anni Sessanta, della Grande contestazione, dell’assassinio di JFK e, soprattutto, del Movimento per i diritti civili degli afroamericani; replicare il copione delle crociate morali e nonviolente in stile Simmons si sarebbe rivelato impossibile.

Molto presto, complice il disaccordo su come affrontare il movimento emancipatorio della comunità afroamericana, il KKK sarebbe stato travolto dal fenomeno delle scissioni, diventando nient’altro che un termine ombrello all’interno del quale racchiudere una galassia di sigle, tutte caratterizzate dall’impiego delle tre K, sorte dal 1964 in avanti. Nel 1965, secondo un censimento targato FBI, negli Stati Uniti sarebbero stati presenti ben quattordici KKK – tutti in competizione tra loro.

All’acme della popolarità, toccato tra gli anni Sessanta e i Settanta, l’universo KKK sarebbe stato composto da almeno trentamila membri e da circa duecentocinquantamila simpatizzanti. Ognuno di questi gruppi aveva un proprio capo, egemonizzava un certo stato e tentava di espandersi in un altro, ma a livello ideologico non vigeva alcuna differenza: il mezzo era la lotta armata, il fine il mantenimento degli afroamericani in una condizione di semi-cittadinanza.

La violenza organizzata fu l’elemento distintivo di questa epoca. Non bande impegnate in spedizioni punitive e talvolta sadismi fini a se stessi come ai tempi del primo KKK, e neanche brutalità commesse indistintamente su bianchi e neri come all’epoca del KKK scissionista di Stephenson, ma una violenza logica, su larga scala e, a volte, consumata con il tacito assenso di istituzioni locali infiltrate dai klanisti.

L’epoca d’oro del terzo KKK è passata alla storia per le bombe alle chiese dei protestanti neri, per gli attentati alle residenze degli afroamericani, per i linciaggi e per l’omicidio di attivisti politici, e anche per la reazione fisiologica e prevedibile provocata dall’altro lato della barricata, dove l’apparire di entità come le Pantere Nere e la Nazione dell’Islam avrebbe vertiginosamente escalato verso l’alto il livello della tensione interrazziale.

L’elenco degli atti di sangue compiuti nel nome del suprematismo bianco è lungo, in quanto relativo ad un trentennio di quasi-guerra civile interrazziale, ma si ricordano per il clamore suscitato:

  • I cinquanta attentati dinamitardi compiuti contro la comunità afroamericana di Birmingham (Alabama) tra il 1947 e il 1965, che valsero alla città il soprannome Bombingham.
  • 1951. L’uccisione degli attivisti Harry e Harriette Moore dell’Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore (NAACP), la cui casa fu colpita da una bomba il giorno di Natale.
  • 1957. L’istigazione al suicidio di Willie Edwards Jr, un ventiquattrenne afroamericano costretto a gettarsi da un ponte da uno squadrone di klanisti.
  • 1963. L’attentato alla Chiesa battista della 16esima strada di Birmingham, causa di quattro morti e ventidue feriti. 
  • 1963. Il noto rapimento, seguito dall’omicidio, degli attivisti James Chaney, Andrew Goodman e Michael Schwerner.
  • 1966. L’assassinio di Vernon Dahmer del NAACP.
  • 1979. Il massacro di Greensboro, ovverosia l’uccisione di cinque dimostranti del Partito Comunista da parte di klanisti e membri del Partito Nazista Americano.
  • 1981. Il linciaggio di Michael Donald.

L’epidemia di violenza degli anni Sessanta e Settanta, a destra scatenata dal KKK e a sinistra dai suprematisti neri, avrebbe spinto la Casa Bianca ad agire, con durezza e fermezza, nei confronti di entrambi. I vari KKK furono smembrati ricorrendo a strumenti pre-esistenti, come gli Enforcement Acts e il Klan Act, a mezzo di campagne di infiltrazione da parte della polizia federale – condotte nell’ambito della maxi-operazione COINTELPRO – e comitati investigativi in sede congressuale.

A partire dal dopo-COINTELPRO, cioè dagli anni Ottanta ad oggi, l’universo KKK si è liquefatto ulteriormente, frammentandosi in una costellazione di sigle – dalle trenta alle cinquanta – che, come in passato, risultano essere in costante competizione per la spartizione di un numero esiguo di membri – dai tremila agli ottomila. Rispetto al passato, però, l’universo KKK ha cessato di essere il punto di riferimento del suprematismo bianco, di cui rappresenta, invece, soltanto uno dei suoi tanti volti.

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