Fang Fang, la scrittrice cinese che ha raccontato l’epidemia di Wuhan

Fang Fang è lo pseudonimo letterario di Wang Fang, una scrittrice cinese diventata famosa in tutto il mondo per aver raccontato quotidianamente, e senza filtri, quanto stava accadendo nella città di Wuhan durante il lockdown, al tempo del coronavirus.

Dal 23 gennaio all’8 aprile, a causa dell’epidemia di Covid-19, le autorità cinesi impongono la quarantena totale all’intera provincia dell’Hubei, di cui la megalopoli di 11 milioni di abitanti fa parte. Fang decide così di prendere carta e penna per raccontare la sua versione dei fatti. Prima sui social network cinesi, con lunghi post pubblicati sui social network cinesi Weibo e WeChat. Poi sul sito Caixin, attraverso alcuni articoli di opinione. Infine con un libro-diario.

Già, perché quei dispacci non attirano solo l’attenzione dei cittadini cinesi, ma del mondo intero. Il 15 maggio, tradotto in inglese, per HarperCollins, esce ”Wuhan Diary: Dispatches from a Quarantined City”. Il successo è immediato: il libro fa breccia nell’opinione pubblica occidentale e viene tradotto in altre lingue (l’edizione italiana uscirà il prossimo 3 giugno).

Il ”Diario di Wuhan” è soltanto la punta dell’iceberg di una carriera prolifica e ricca di soddisfazioni. Fang nasce a Nanchino nel 1955 da una famiglia benestante di letterati. Nonno filologo, padre linguista: vita complessa nella Cina di quel periodo, in cui si respirava il clima anti intellettuale della Rivoluzione culturale.

All’età di 2 anni la sua famiglia si trasferisce a Wuhan. Prima di studiare Letteratura all’università locale e intraprendere la carriera da scrittrice, Fang finisce a scaricare casse lungo gli argini del Fiume Azzurro che bagna la città.

Sono questi gli anni formativi che plasmano l’animo artistico di Fang e le forniscono materiale per i primi lavori letterari. Tutti i suoi testi sono ambientati a Wuhan, così come tutti i suoi personaggi appartengono al popolo della città.

Lo stile di Fang Fang inizia a prendere forma, testo dopo testo. In patria lo chiamano ”nuovo realismo”, per indicare la maniacale attenzione che la scrittrice presta alla rappresentazione della vita quotidiana di persone comuni.

Nel 2010 vince il prestigioso premio letterario Lu Xun, uno dei primi quattro premi letterari della Cina. Viene assegnato dalla China Writers Association ogni tre anni, dal 1995 in poi, e prende il nome da Lu Xun, figura di spicco della moderna letteratura cinese. Nel 2011 Fang viene nominata ”autore dell’anno” dalla Chinese Media Award in Literature. Un anno più tardi visita il Regno Unito e partecipa al Cheltenham Literary Festival.

Fang inizia a scrivere poesie nel 1975. Il suo primo romanzo, che può essere tradotto in italiano come ”Sulla roulotte”, viene pubblicato nel 1984 dalla Changjiang Literature and Art Publishing House. Il capolavoro che la fa conoscere al grande pubblico è ”Landscape”, una novella uscita nel 1987 e vincitrice del Premio Novella 1987-1988.

La lista dei suoi scritti è lunghissima: romanzi, scritti brevi, novelle, poesie, saggi e perfino un libro per bambini. La maggior parte delle sue opere ruota attorno alla vita autentica di persone comuni, spesso umili. A detta di molti critici, il segreto del successo di Fang Fang starebbe nella sua capacità di catturare la complessità di una vita in continua evoluzione senza mai perdere il filo della narrazione.

A fare da cornice al ”nuovo realismo” di Fang c’è sempre la città di Wuhan. Il capoluogo dell’Hubei si trova anche nel suo ultimo romanzo uscito prima del diario dell’epidemia, ”Wuchang: a City under Siege” (2011). In quelle pagine si racconta la battaglia combattuta nel 1926 tra gli allora Signori della guerra e il Kuomintang durante la ”spedizione del Nord”. Tra i titoli più noti, oltre a ”Diary of Wuhan”, troviamo il racconto breve ”Mille frecce” e ”Soft Burial”, romanzo uscito nel 2016.

Durante il lockdown di Wuhan, Fang ha tenuto ”compagnia” ai residenti (e non solo) pubblicando ogni tarda serata, sui social network cinesi, un resoconto personale di quanto stava accadendo in città. Ogni post puntava ad essere oggettivo, ma nelle parole usate dalla scrittrice c’erano tutte le sue emozioni, unite alle svariate testimonianze raccolte presso parenti, amici, conoscenti, medici e accademici.

Ciascun frammento pubblicato online è diventato una pagina del ”Diario”. Non c’è più nemmeno bisogno di specificare ”Diario di Wuhan”, perché, quando usiamo quella parola associata a Fang Fang, la mente vola subito nel cuore dello Hubei, nell’epicentro della pandemia di Covid-19 che, a cavallo tra gennaio e aprile, ha paralizzato la Cina.

”…avevo persino mandato un messaggio a uno dei miei gruppi WeChat affermando: ”Il governo non oserebbe mai provare a nascondere qualcosa di così enorme. Ma in realtà, per come le cose si sono evolute secondo quanto vediamo ora, sappiamo che una parte di colpa per questa catastrofe risiede nell’errore umano”. E ancora: ”Dopo avere ponderato le cose, sento davvero che non c’è modo di perdonare certi operatori irresponsabili; dovrebbero tutti pagare un prezzo per la loro incompetenza”.

Questi sono solo alcuni dei passaggi che si trovano all’interno del Diario. Un diario che ruota attorno alle stesse tematiche evocate dalla stampa internazionale, con il plus ultra di uscire direttamente dalla pena di chi, in quei drammatici giorni, si trovava in prima fila a Wuhan.

L’occultamento della verità, con autorevoli scienziati che hanno negato la trasmissione fra umani del nuovo coronavirus; la scarsa preparazione del sistema sanitario locale, con la gente che si trascinava per strada perché rifiutata da ospedali stracolmi e che, tornando a casa, infettava l’intera famiglia; le sanzioni e il bavaglio al medico Li Wenliang, che aveva denunciato la nuova epidemia, prima di morire dopo essere stato contagiato.

Le autorità cinesi non hanno calato la mannaia della censura all’ennesima potenza, se non per bloccare l’account Weibo della scrittrice. D’altronde i pensieri espressi da Fang Fang erano gli stessi di milioni di cinesi: frustrati per una situazione drammatica, arrabbiati con i funzionari locali di Wuhan e dello Hubei, e stanchi di vedere i loro cari portati via avvolti in sacchi neri.

Morte e desolazione. C’era soltanto questo a Wuhan, nelle lunghe settimane di lockdown. I cittadini erano rintanati nelle proprie abitazioni per sfuggire a un nemico invisibile che stava mietendo vittime a un ritmo mai visto. Il silenzio degli stradoni a quattro corsie di scorrimento era infranto dallo stesso suono: il rumore delle ambulanze che trasportavano i malati negli ospedali della città, ormai al collasso.

Ecco altri flash della Wuhan in quarantena. Un giorno Fang racconta di essere uscita per ”cercare mascherine, introvabili”. La scrittrice si imbatte improvvisamente in un ”urlo penetrante di una ragazza che vedeva portar via il corpo della madre”.

”Le autorità devono ringraziare le migliaia di famiglie che hanno visto morire i loro cari per l’epidemia – si legge, invece, su Caixin – devono inchinarsi di fronte alle decine di migliaia di medici e infermieri che combattono per noi e per loro (al termine del lockdown Xi Jinping in persona ha ringraziato il personale medico ed elogiato tutti gli abitanti di Wuhan ndr)”.

Il Diario termina con una citazione di San Paolo (seconda lettera a Timoteo): ”Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”. A chi le ha chiesto che cosa farà adesso, Fang Fang ha spiegato che continuerà a scrivere ”come sempre”.

Nel corso di un’intervista via mail rilasciata a Caixin, Fang ha approfondito alcune questioni rilevanti. La donna ha ripercorso gli istanti di quanto, per la prima volta, si è resa conto dell’apocalisse che stava avvolgendo Wuhan: “Era il 31 dicembre, ho tre fratelli e il più grande ci ha detto via chat di aver sentito che le autorità avevano informato l’Organizzazione mondiale della sanità di una polmonite di causa misteriosa”.

Quando, a metà gennaio, l’infezione continuava a diffondersi, l’amarezza si è fusa con la rabbia: “La morte mi ha rattristato, la fine di amici, di compagni di scuola e sapere di tanta gente sconosciuta disperata alla ricerca di aiuto medico e sapere di non poterla aiutare. E quello che mi ha reso furiosa è il ritardo di venti giorni tra lo scoppio del coronavirus e l’intervento, il caos che ha causato, una catastrofe. E la cosa più toccante è stata la mancanza di paura dei medici e degli infermieri di Wuhan e la resistenza della gente”.

Il Diario di Fang Fang ha ricevuto apprezzamenti ma anche molte critiche. Al di là delle possibili conseguenze politiche derivanti dalla pubblicazione di temi così delicati, la scrittrice è stata attaccata da alcuni connazionali, accusata di aver offerto “munizioni agli Stati Uniti” per danneggiare la Cina. A tutte queste persone, Fang ha risposto che il Diario “è solo il punto di vista di una singola vittima, ho scritto quello che provavo, la vita si compone di piccole questioni personali”.

Eppure la testimonianza di Fang è stato quasi un atto dovuto per ricordare i morti dell’epidemia e i tanti medici caduti sul campo di battaglia per salvare la popolazione. Nel Diario non si cerca un colpevole: si chiede soltanto giustizia. Da questo punto di vista, a detta del governo, giustizia è stata fatta, visto che sono stati spazzati via centinaia di funzionari locali, rei di aver gestito in malo modo l’emergenza sanitaria.

Fang, a 65 anni, dopo una vita da scrittrice apprezzata, non è mai stata catalogata come dissidente. È anche per questo, forse, che la sua denuncia non è stata considerata un pericolo, quanto piuttosto una dura critica fatta a fin di bene. Non a caso l’autrice del Diario non ha scelto di pubblicare questo libro per schierarsi da una parte o dall’altra.

Anche perché la stessa Fang non risparmia critiche anche alle leadership occidentali: “Prima il negligente atteggiamento della Cina, poi l’arroganza dell’Occidente manifestata con la sua sfiducia nell’esperienza cinese di lotta al coronavirus, hanno contribuito entrambi a un’incalcolabile perdita di vite, a una innumerevole lacerazione di famiglie. L’intera umanità ha accusato un duro colpo”.

Per smorzare un dibattito fin troppo acceso Fang Fang ha comunque ribadito, sempre su Caixin, che il suo libro “aiuterà il Paese” e che non vi è alcun tipo tensione tra la scrittrice e la Cina.

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