Che cos’è lo Xinjiang e perché è così importante

Lo Xinjiang (ufficialmente chiamata Regione autonoma uigura dello Xinjiang) è una delle cinque regioni autonome della Repubblica popolare cinese, nonché la più estesa. È situata nella parte occidentale della Cina, dove funge da cerniera tra Pechino e l’Asia centrale.

Confina con otto Paesi: Mongolia, Russia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e con la parte del Kashmir controllata dall’India. Si estende per circa 1,66 milioni di chilometri quadrati e copre un sesto dell’intero territorio cinese. Il 95% della sua superficie è coperta dal Destero del Gobi e da altre aree desertiche. È quindi una delle province più estese della Cina ma, al tempo stesso, una delle più scarsamente popolate.

Il suo nome, Xinjiang, letteralmente significa “Nuova frontiera” proprio in ragione della sua posizione geografica. La regione è suddivisa in due bacini idrografici dal monte Tianshan: troviamo il bacino Dzungarian nel nord e quello del Tarim a sud, con quest’ultimo occupato in parte dal famoso Deserto del Taklamakan.

A circa 2mila metri di altitudine troviamo il lago Tianchi, considerato uno dei più affascinanti della Cina. Nonostante sia la regione più arida del Paese, accoglie diverse aree coltivabili, foreste di conifere e praterie. Le principali città sono Urumqi, capitale della Regione, Kashgar, Turfan, Karamay, Tining e Shihezi.

Lo Xinjiang è collocato in un’area geografica altamente strategica in senso geopolitico e commerciale. È da questa regione, infatti, che passa e si snoda la Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative), ovvero il mastodontico progetto proposto da Xi Jinping nel 2013 per rinforzare la cooperazione – non solo economica – tra Europa, Asia e Africa.

La “Nuova frontiera” è quindi uno degli hub fondamentali per la BRI, ed è per questo che la stabilità interna della regione è un obiettivo imprescindibile di Pechino. In ogni caso, le autorità cinesi hanno recentemente inaugurato un percorso ferroviario per collegare Xian all’Europa, transitando da Urumqi e Horgos, al confine con il Kazakhstan.

Scendendo nel dettaglio, sono tre i corridoi economici che “tagliano” idealmente in più parti lo Xinjiang. Troviamo il New Eurasian Land Bridge Economic Corridor, incaricato di connettere le regioni costiere della Cina orientale ai mercati dell’Europa settentrionale; il China-Central West Asia Economic Corridor, che parte da Urumqi e si estende per tutto il Medio Oriente fino a sboccare nel porto del Pireo, in Grecia; e il China-Pakistan Economic Corridor, collegamento tra il centro cinese di Kashgar al Mar Arabico.

Dal momento che lo Xinjiang dista quasi 3mila chilometri da Pechino, il governo è stato chiamato a un ingente sforzo per fornire la regione delle più moderne e funzionali infrastrutture. Anche perché l’economia dello Xinjiang è fondamentale per il sostentamento di altre province. Per consentire alle aziende locali di poter essere “più vicine” al resto del Paese, sono così sorte strade, autostrade, ferrovie e collegamenti aerei.

Basti pensare che nel 2014 si contavano 142.500 chilometri di strade moderne, a fronte degli appena 3mila presenti nel 1949. La svolta infrastrutturale è avvenuta nel 2000: da lì alla fine del 2011, la copertura del servizio di trasporti su autobus ha raggiunto il 100% delle città regionali e la quasi totalità dei villaggi. Nel 2014 è stata inaugurata la prima ferrovia elettrica (Jinghe-Yining-Horgos), mentre la prima ferrovia ad alta velocità è stata terminata nel novembre 2009.

Con il passare degli anni, e grazie ai recenti sviluppi, lo Xinjiang è stato collegato sempre di più al resto della Cina. Quello che originariamente era un suo punto debole, l’isolamento, è diventato un punto di forza. Le industrie strategiche della Regione possono consegnare le loro merci (dalla frutta ai minerali passando per il cotone) nei centri della Cina interna nell’arco di poche ore.

I costi della logistica si sono ridotti, e si ridurranno sempre di più. È anche e soprattutto per questo che lo Xinjiang è diventato una grande via energetica, visto che le infrastrutture realizzate consentono il trasferimento di merci ma anche di materie prime, tra cui carbone, petrolio e altre risorse.

L’Esercito del Turkestan – un’organizzazione terroristica “filiale” di Al Qaeda, negli ultimi anni particolarmente attiva in Siria – è costituito per lo più dai combattenti uiguri, che ne rappresentano la vera e propria colonna portante. La prima testimonianza di partecipazione uigura nel conflitto siriano risale al 2013.

All’epoca, le milizie collegate ad Al Qaeda si allearono alla jihad in Siria sotto le insegne del Partito islamico del Turkestan. Tra le atrocità commesse, nel 2015 i combattenti uiguri rasero al suolo la chiesa di Jisr al-Shughur, a Idlib, uccidendo centinaia di soldati e civili. Ma come hanno fatto gli uiguri ad arrivare in Siria? Secondo alcuni analisti, avrebbero sfruttato le conoscenze turche, come ad esempio l’apporto dell’Etesa, l’Associazione della Turchia orientale di educazione e solidarietà, un’istituzione teoricamente umanitaria.

Molti combattenti uiguri hanno più volte dichiarato di essersi diretti in Siria per apprendere le arti del combattimento e maneggiare armi, per poi tornare in Cina e continuare in loco la loro “guerra di liberazione”. Il governo cinese ha adottato misure durissime per colpire i militanti e stroncare sul nascere eventuali attentati terroristici. Che, nel corso degli anni, hanno colpito duramente anche il territorio cinese (basti pensare ai disordini di Urumqi del 2009, che provocarono 197 morti e oltre 1700 feriti).

La Cina ha quindi adottato il modello della tolleranza zero, sia per colpire i miliziani che per garantire la sicurezza dei cittadini dello Xinjiang. Adesso la minaccia più grande sembra esser stata estirpata dalla Regione, anche se le organizzazioni terroristiche attive negli Stati limitrofi non consentono alle autorità di dormire sogni tranquilli. Il Movimento islamico del Turkistan orientale (Etim), che nel corso degli anni ha organizzato innumerevoli attentati nella regione più occidentale della Cina, è sempre vivo e vegeto.

Lo Xinjiang è abitato da varie minoranze etniche. La più numerosa è quella degli uiguri, una minoranza turcofona di religione islamica. Nonostante la Cina abbia più volte sottolineato l’importanza di convivenza pacifica tra tutte le etnie presenti sul territorio cinese, le attività sovversive di varie organizzazione terroristiche hanno fomentato il sentimento separatista regionale, costringendo Pechino a intervenire per ristabilire l’ordine.

L’inizio della più recente “questione uigura” può esser fatto risalire attorno alla fine degli anni ’90, in concomitanza con il crollo dell’Unione Sovietica e l’istituzione delle repubbliche indipendenti di Tajikistan, Kirghizistan e Kazakhstan, confinanti con lo Xinjiang. I conseguenti scambi tra gli uiguri presenti nella regione autonoma cinese e quelli situati nei Paesi limitrofi, hanno letteralmente dato linfa a movimenti separatisti locali. Una minaccia inaccettabile per la Cina e la sua aspirazione alla stabilità.

Alcune testimonianze di uiguri, dissidenti, organizzazioni non governative e giornalisti, hanno fatto emergere nello Xinjiang l’esistenza di “campi di internamento” in cui le autorità locali imprigionerebbero le minoranze islamiche al fine di rieducarle. La comunità internazionale ha più volte accusato Pechino di violare i diritti umani, sottoporre la popolazione locale a un controllo capillare e, in generale, reprimere la minoranza uigura con politiche discriminanti.

Dal canto suo, la Cina ha sempre respinto al mittente ogni accusa, smentendo con report e dati le versioni occidentali (c’è, addirittura, chi si è spinto oltre parlando di “genocidio”), spiegando che le misure intraprese – ben diverse da come sarebbero descritte dall’opinione pubblica – servirebbero solo ed esclusivamente per garantire libertà e sicurezza ai cittadini dello Xinjiang, i primi a essere minacciati dal terrorismo islamico.