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Chi sono i salafiti

Quando si parla di salafiti, l’accostamento più immediato è legato all’estremismo islamico. Negli anni, sono stati associati a questa corrente i componenti di cellule terroristiche, molti jihadisti e diversi militanti di alcune sigle fondamentaliste sparse in tutto il mondo (in particolare in Medio Oriente e in Africa). È considerata da molti un’interpretazione radicale della religione musulmana, ma la salafiyya, conosciuta anche come salafismo, è un’ideologia molto più complessa, che ha radici antiche e che si è “adattata” nel corso dei secoli alle varie declinazioni dell’islam sunnita. Al suo interno convivono diverse letture del testo sacro e della fede: un salafita, quindi, può essere semplicemente un musulmano molto conservatore, ma anche un integralista, capace di condividere le idee che stanno alla base di posizioni più estreme, talvolta vicine persino al terrorismo e ai gruppi come al Qaeda.

Tuttavia, come riportato da un articolo dell’Ispi, un’alta percentuale di fedeli musulmani che si definiscono salafiti sono semplicemente credenti molto devoti o che rifiutano qualsiasi impegno politico e per questo motivo non appoggiano le posizioni più militanti dei gruppi che inneggiano alla lotta armata o giustificano il terrorismo.  Attualmente, chi sente di appartenere a questa corrente islamica si riconosce in una caratteristica comune: l’interpretazione religiosa, che poggia sul richiamo all’esempio degli antenati, i salafi, che per il credo islamico condivisero con Maometto la loro esistenza terrena e le abitudini. Punti di riferimento comuni per tutti i salafiti sono gli studiosi della Sunna a cui viene attribuito il titolo onorifico di shaykh al-Islam, come Ahmad b.Hanbal, Ibn Taymiyya e Muhammad b. ‘Abd al-Wahhab.

La salafiyya è una scuola di pensiero sunnita hanbalita: deve il proprio nome al termine arabo salaf al-salihin che, letteralmente, significa “i pii antenati”, sostantivo che fa riferimento alle prime tre generazioni di musulmani del VII° e VIII° secolo: i Sahabi (i “compagni” del Profeta), i Tabi ‘un (i “seguaci”, ovvero la stirpe successiva a quella di Maometto) e i Tabi al-Tabi ‘iyyin (“coloro che vengono dopo i seguaci”). Il salafismo delle origini era un movimento profondamente religioso, disposto a battersi per il recupero di una fede pura, autentica e sicuramente incontaminata. A conferma di questo aspetto, vi era anche una lettura più ortodossa del testo sacro, che si è conservata nel tempo. Le tre generazioni di musulmani “venerabili” sono considerate ancora dai salafiti dei modelli esemplari di virtù religiosa a tutti gli effetti. Alla base di questa corrente di pensiero c’è stato, nel tempo, l’intento di imitarne e conservarne i gesti, le consuetudini e le azioni. Per i salafiti, infatti, i primi musulmani rappresentavano un ideale di purezza e rettitudine morale da ritenere sempre valido in ogni epoca successiva. Nel tempo, poi, si è consolidata la necessità di “ripulire” l’islam da ogni elemento riconducibile al periodo precedente la nascita del Profeta, che i salafiti definiscono jahaliyya, ovvero “l’età dell’ignoranza”. E da questo principio deriva l’idea del dovere religioso di rifiutare ogni tipo di bid’a, cioè l’innovazione, ritenuta dannosa per tutti i credenti. Il movimento può considerarsi un gruppo chiuso, prossimo a delle posizioni molto radicali e riluttante a qualsiasi apertura con il mondo esterno (in particolare con l’Occidente). Ma c’è molto di più.

Il termine arabo salafi (سلفي‎), che significa “pio”, è stato utilizzato nella storia per qualificare come ortodossa una determinata posizione teologica. Ma secondo alcuni storici dell’islam, l’accezione più moderna di questo nome farebbe riferimento a un movimento sorto nella seconda metà del XIX° secolo in Egitto, come una specie di reazione alla diffusione della cultura europea e con l’intento “di rivelare le radici della modernità all’interno della civiltà islamica”. Eppur il salafismo ha assunto, nel tempo, un significato ambiguo: se storicamente la corrente sembrava piuttosto aperta e sinceramente interessata a un confronto con l’Occidente non musulmano, nella seconda metà del XX° secolo i salafiti venivano associati più al wahhabismo (una delle scuole di pensiero islamiche più radicali). Nel periodo tra le due guerre mondiali, infatti, una corrente piuttosto nutrita del salafismo osservava con interesse l’opera ideologica del propagandista religioso Muhammad b. ‘Abd al-Wahhab, il cui richiamo alle pratiche delle prime generazioni di musulmani aveva originato proprio il movimento wahhabita. La connessione fra i due gruppi (wahhabiti e salafiti) non ha mai meravigliato storici e studiosi, perché comune al primo salafismo e al fondamentalismo c’è sempre stata la volontà di affrancare il mondo islamico da un’ipotetica dipendenza (sociale e politica) nei confronti dell’Occidente non musulmano, percepito come una realtà “corrotta”.

Tuttavia, a sganciare il salafismo dalle interpretazioni più estremiste sono sempre stati i metodi, gli strumenti operativi per raggiungere un determinato fine e la diversa interpretazione del Corano. Il movimento salafita, che si affermò in Egitto per opera di Rashid Rida, ha come primo (e, in teoria, unico) intento la necessità di ricreare le condizioni in cui visse e agì il Profeta. L’aspetto dottrinale di maggior rilievo del salafismo è quello di un ritorno alle “fontio” e la volontà di avviare una nuova interpretazione autentica (in arabo ijtihad) del Corano e della Sunna. I salafiti si professano anti-occidentali e tradizionalisti. Molti di loro sono convinti che la loro lettura della legge coranica sia la più corretta e la più adeguata alle necessità del presente. L’elemento che distingue le varie interpretazioni di questa ideologia è la strategia per creare lo “Stato islamico” (concetto indipendente e totalmente slegato da Daesh) e ottenere perciò la purificazione morale di ogni credente. Da una parte ci sono i “quietisti” e dall’altra i gruppi più militanti e radicali.

 

 

Il gruppo salafita più numeroso è quello dei “quietisti”, che si ispirano agli insegnamenti di Nasil al Din al Albani e che evitano l’impegno politico attivo e militante. I “quietisti” ritengono che lo “Stato islamico” sia la naturale conseguenza di una purificazione morale dei credenti musulmani: la loro convinzione è che i credenti, una volta abbandonate le pratiche più “superstiziose” e le innovazioni più dannose, possano scegliere una forma di governo (ideale) che rispecchi i valori morali da perseguire (tutti da individuare nelle disposizioni della Shari’a). Come spiegato da un’analisi Ispi, questa formazione ritiene che ogni associazione sia dannosa per il conseguimento di uno “Stato islamico” (anche perché, per sua natura, la politica porta divisione all’interno della comunità). Così, le autorità appartenenti a questa corrente spesso invitano i fedeli a non ribellarsi, anche quando sono sottoposti a un politico ingiusto. E il motivo è semplice: evitare di frazionare la comunità islamica, già indebolita da altre spaccature. Una prova dell’avversione per la politica attiva è testimoniata dalla fatwa di Al Albani, il quale chiedeva ai palestinesi di abbandonare le zone occupate a Gaza e nella West Bank, perché non potevano praticare correttamente la propria religione, piuttosto che lottare per cambiare quella circostanza.

Chi non appartiene alla “frangia quietista”, invece, ritiene sia giusto combattere i governi che non rispettano la legge islamica: l’idea di lottare le realtà ostili all’islam è apparsa la prima volta nelle opere di Sayid Qutb, ma ha avuto una conferma negli scritti di Abu Muhammad Al Maqdisi, l’autore che prima degli altri ha introdotto il concetto di fedeltà e di disconoscimento all’interno del pensiero politico salafita. L’idea di Al Maqdisi si fonda su un concetto semplice, ovvero che il legame di fedeltà tra il governo e i suoi cittadini si possa considerare compromesso quando il politico non legifera secondo i precetti islamici. Per l’intellettuale musulmano, l’adesione all’islam deve essere continuamente confermata tramite le azioni e che sia corretto escludere dalla comunità chiunque sostituisca Dio con altro. Per Al Maqdisi e per i salafiti che si riconoscono nella sua interpretazione, il politico (o il sovrano) che non rispetta le norme coraniche è da considerare un fanatico, un adoratore di idoli, poiché con i suoi comportamenti preferisce il profano al sacro. E, secondo questa corrente, non esiste una sostanziale differenza tra il governante che legifera con norme diverse dalla Sharia’a e il kefir, ovvero l’infedele.

Ma il primo momento in cui il salafismo ha incrociato il radicalismo islamico è stato verso gli anni Trenta del XX° secolo, in Tunisia. Lì iniziarono a diffondersi, soprattutto nelle “libere scuole”, i primi periodici intrisi di una marcata componente wahhabita, all’interno dei quali si sottolineava l’importanza di una buona condotta morale e dell’impegno contro i malesseri sociali e i “vizi” importati dall’Occidente (in particolare alcolismo, prostituzione e femminismo). In Egitto la trasformazione si compì nello stesso periodo, con la comparsa della “neo-Salafiyya”: in quella circostanza nacquero l’Organizzazione dei giovani musulmani e la Fratellanza musulmana, che impararono a rivolgersi non alle minoranze colte e più “illuminate”, ma alle masse considerate più arretrate, “richiamandole” alle pratiche più conservatrici dell’islam. A partire dagli anni Settanta del Novecento, grazie anche a questa trasformazione, al salafismo iniziarono ad accostarsi sempre più gruppi estremisti, come il Gruppo salafita per la Predicazione e il combattimento (nato negli anni Novanta in Algeria) e altre milizie jihadiste più vicine ad al Qaeda.

L’impostazione che caratterizza molte cellule terroristiche attuali rappresenta l’evoluzione “naturale” delle aree più radicali del salafismo. Ma ciò che distingue i gruppi jihadisti da altre interpretazioni salafite è il concetto di tafkir, che in arabo significa “scomunica” e che riguarda chi non rispetta i dettami religiosi. Per questa ragione, tra i salafiti c’è chi definisce “nemici dell’islam”  la maggioranza dei musulmani, poiché non aderiscono perfettamente alla loro dottrina religiosa. Tra i gruppi più radicali, c’è chi autorizza il ricorso alla lotta armata e alla violenza pur di far rispettare i precetti coranici.

Il 14 aprile del 2011 l’attivista e giornalista italiano Vittorio Arrigoni venne rapito a Gaza, mentre usciva dalla palestra dove si allenava tutti i giorni. La cellula terroristica che lo sequestrò si dichiarò afferente all’area jihadista salafita (anche se, in seguito, alcuni membri smentirono l’appartenenza alla formazione).

In un video postato su YouTube, in cui Arrigoni veniva mostrato bendato e legato, i rapitori accusavano l’Italia di essere per l’appunto uno “Stato infedele” e l’attivista di essere entrato a Gaza per “diffondere la corruzione”. Nelle ore successive al sequestro, il gruppo lanciò un ultimatum in cui minacciava l’uccisione dello scrittore entro il pomeriggio successivo se non fossero stati scarcerati Hisham al-Saedni, noto a tutti come Abu Walid al Maqdisi, e altri jihadisti detenuti nelle carceri palestinesi. Il cadavere di Arrigoni, morto probabilmente per strangolamento, venne ritrovato il giorno seguente in un’abitazione di Gaza. Dopo le indagini, fonti dell’organizzazione salafita dichiararono che la responsabilità del rapimento dello scrittore italiano si sarebbe dovuta attribuire a un gruppo “illegale”, schegge impazzite della formazione.