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Chi sono gli ebrei chassidici

Il loro aspetto è riconoscibile in ogni parte del mondo, perché ovunque vestono gli stessi abiti e portano le stesse acconciature, uguali per tutti. Giacche lunghe, pantaloni neri, cappelli larghi e riccioli lunghi quanto il volto per gli uomini, semplici vestiti scuri, scarpe basse, testa rasata e parrucche per le donne. Tutti indossano abiti tradizionali in uso da almeno due secoli, hanno famiglie molto numerose, parlano yiddish e cercano di avere meno contatti possibili con il mondo esterno. Perché le regole tra gli ebrei chassidici, cioè coloro che si riconoscono in uno dei rami dell’ebraismo più ortodosso, sono di fondamentale importanza e tutti sono tenuti a rispettarle.

Lo chassidismo (conosciuto anche come hasidismo o hassidismo) è un movimento di massa ebraico basato sul rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso, sorto nella Polonia del XVkaIII° secolo e voluto fortemente del taumaturgo e kabbalista Yisrael ben Eliezer, noto anche soltanto come Ba’al Shem Tov. La corrente, che si sviluppò principalmente tra gli ebrei ashkenaziti dei Paesi slavi, rese più popolare la kabbalah, cioè il complesso delle dottrine mistiche ed esoteriche ebraiche su Dio e l’universo, come un aspetto fondamentale della fede nelle comunità più povere e meno istruite, stanziate principalmente nelle regioni dell’Europa dell’est.

Lo scopo del movimento, fin dalle sue origini, era traslare nel quotidiano ogni aspetto del misticismo ebraico. E nonostante la forte critica da parte dell’élite formata da rabbini e halakhisti della Lituania, lo chassidismo è riuscito ad avere un certo successo e a diffondersi tra le comunità ebraiche di mezza Europa, trovando, a partire dal XX° secolo, proseliti anche in Israele, Canada, Stati Uniti e Australia.

La prima metà del XVIII° secolo rappresentò per gli ebrei un momento piuttosto complesso, in particolare nelle aree dell’Europa centro-orientale. I conflitti religiosi assediavano tutto il continente e la reazione della comunità ebraica a questo clima determinò un aumento di rigore dottrinario. Gli ebrei, pur non rappresentando una maggioranza religiosa vera e propria, erano comunque una frazione consistente della popolazione generale, che si sosteneva economicamente e che poteva contare sui propri mezzi. La presenza di piccoli centri, a volte abitati esclusivamente da ebrei, favoriva la nascita di predicatori e mistici, che spesso svolgevano le funzioni di ministri di culto e soprattutto di docenti itineranti. Fu in quel momento che i componenti delle comunità ebraiche iniziarono a intravedere in queste figure una risposta all’oppressione che, spesso, erano stati costretti a subire. E se il malessere si diffondeva rapidamente tra le minoranze, i mistici più ortodossi della comunità ebraica fornivano risposte religiose diverse e più nuove, in contrasto con quanto accadeva intorno a loro. Anche lo chassidismo riuscì a interpretare il segno dei tempi e rappresentò un rifugio per chi ancora si percepiva come una minoranza.

Chi capì velocemente la portata di quel cambiamento storico (e religioso) fu il fondatore del moderno chassidismo, il rabbino Ba ‘al Shem Tov, conosciuto non solo per la diffusione delle sue dottrine, ma anche per la sua reputazione di guaritore. Le poche notizie biografiche su di lui sono così legate a leggende e miracoli che per la storiografia ebraica è stato difficile estrapolare i fatti realmente accaduti. Cresciuto in una famiglia modesta dell’Ucraina occidentale, quando Yisrael ben Eliezer rimase orfano, a prendersi cura di lui fu la comunità di Tloste. A 18 anni aderì alla Tzaddikim Nistarim, una società segreta di mistici, e ne divenne leader. A trent’anni scelse di approfondire i testi sacri: prendendosi cura degli ebrei più poveri e dell’educazione dei bambini, Ba ‘al Shem Tov li incoraggiava a emanciparsi, lavorando. Nel 1740, considerato il suo seguito piuttosto nutrito, decise di esporre i suoi insegnamenti stabilmente negli shtetl di Medzhybizh, dove diverse persone arrivavano per ascoltarlo. Ostilità e consensi crescevano nella stessa misura, ma Ba ‘al Shem Tov, almeno all’inizio, ricevette supporto anche da varie autorità rabbiniche universalmente riconosciute, che divennero i suoi discepoli e attestarono sia la sua profondità intellettuale, sia la sua santità. Tuttavia, a seguito della sua morte, lo chassidismo fu coinvolto in uno “scisma” inevitabile e la sua missione venne messa in discussione.

Il principio fondamentale su cui si basa lo chassidismo consiste in una concezione di Dio intensamente panenteistica (la posizione teologica che sostiene che il divino sia immanente nell’universo, ma che allo stesso tempo lo trascenda), secondo la quale l’intero universo, la mente e la materia sono manifestazione di Dio e che tale manifestazione non è un’emanazione di Dio, poiché nulla può essere separato da Dio, visto che tutte le cose sono forme in cui egli si rivela. Il tema fondamentale alla base di tutta la teoria chassidica è quindi l’immanenza di Dio nell’universo appunto. In diverse circostanze, la filosofia dietro allo chassidismo venne contestata da altri religiosi di confessione ebraica: i rabbini che si contrapponevano alle tesi chassidiche vennero accusati dai religiosi chassidici di eseguire la legge della Torah troppo meccanicamente. In opposizione, essi contrastarono la facilità nel diffondere i principi del testo sacro che, secondo loro, avrebbero dovuto essere retaggio di pochi. Chi riuscì a riportare una certa armonia tra le comunità ebraiche dell’epoca, in lotta per l’interpretazione dei testi, fu l’Alter Rebbe Shneur Zlamn di Liadi, in seguito alla fondazione del movimento Lubavitch da parte dei diretti successori primi di Ba ‘al Shem Tov. Basando il suo gruppo sulla pietà fraterna, il confronto e l’instaurazione di una vera e propria unione religiosa tra gli ebrei, il suo movimento venne anche definito Chabad, il cui nome deriva dalle tre parole ebraiche chokhmah, binah e daat. Che, tradotte, significano “sapienza”, “intelligenza” e “conoscenza”. La scuola Chabad, limitata alla sola dinastia omonima ma prominente, fu elaborata dai successori del suo fondatore fino al XX° secolo. Attualmente ci sono più connessioni con le altre comunità ortodosse rispetto a quelle riformate. La convinzione generale, oggi, è ancora quella che gli ebrei non ortodossi abbiano barattato la dura vita di adorazione a Dio per quella secolare, ritenuta indubbiamente più semplice. Tuttavia ritengono che se qualcuno è nato ebreo ci sarà sempre qualcosa di buono in lui, qualcosa che possa condurlo a una vita pia.

La dottrina che definisce lo chassidismo è quella del leader santo, che serve sia come concetto ideale, sia come figura istituzionale intorno alla quale si devono organizzare i suoi seguaci. Nella letteratura sacrale questa persona è indicata come lo Zaddiq, cioè il “giusto”, conosciuto anche con il titolo onorifico generico di Admor (l’acronimo  in ebraico de “il nostro maestro insegnante e rabbino”), concesso ai rabbini in generale, o colloquialmente come il Rebbe. L’idea che in ogni generazione ci siano persone giuste e rette attraverso le quali l’emanazione divina viene attratta dal mondo materiale ha le sue radici nel mondo kabalistico, il quale sostiene che una di queste persone sia suprema, cioè la reincarnazione di Mosè. Lo chassidismo pone il concetto di “giusto” al centro di tutta la sua dottrina, elaborandolo al punto che il termine stesso acquisisce all’interno di questa comunità un significato autonomo, separato dall’originale che denotava le persone estremamente osservanti. Ciò che segnò la nascita dello Chassidismo come gruppo distinto fu proprio il concetto di “giusto”.

Quando il movimento iniziò a contare un seguito importante, estendendosi da una cerchia più ristretta di discepoli eruditi a una massa più indistinta, risultò evidente che la sua filosofia, così complessa, potesse essere impartita soltanto in parte ai nuovi fedeli. E se i concetti risultavano di difficile comprensione persino tra gli intellettuali delle prime comunità, per gli adepti “comuni” tutto fu ancora più complesso. Interiorizzare una dialettica così difficile, senza osservarla ciecamente, divenne uno dei problemi più concreti per la nuova comunità. E fu proprio per questo motivo che gli ideologi del movimento esortarono i seguaci ad avere fede. Il maestro chassidico doveva servire come forma vivente degli insegnamenti più profondi e nascosti, essendo egli stesso in grado di trascendere e “superare” la materia. Chi non riusciva a comprendere questo concetto doveva aderire a lui, acquisendo una parvenza di illuminazione attraverso la sua persona. La sua presenza imponente e carismatica, soprattutto all’inizio, avrebbe rassicurato i fedeli e dimostrato la verità della filosofia chassidica. Il “giusto”, infatti, rappresentava il tramite di Dio e proprio per questo motivo i fedeli avevano l’obbligo di sostenerlo e di obbedire a lui, poiché soltanto lui possedeva una conoscenza superiore. La sua discesa in materie mondane serviva a salvare i peccatori e redimerli e il collegamento tra le sue funzioni come capo comunitario e come guida spirituale legittimava anche il potere politico che esercitava.

Lo Zaddiq, nel corso della sua esistenza, solo per la propria congregazione, soddisfaceva una limitata capacità messianica. Grazie a questo, i Rebbe riuscirono a forgiare un rapporto definito con le masse a cui erano a capo: fornivano ispirazione, venivano consultati in tutte le circostanze e avevano il compito di intercedere con Dio a nome dei loro aderenti (assicurandosi che tutti fossero benestanti, in buona salute e prolifici). Questo “modello” risulta tuttora valido per i gruppi chassidici, nonostante oggi la figura del Rebbe sia più vicina a quella di un leader politico a capo di una comunità istituzionalizzata. Se prima la carica di Zaddiq si otteneva grazie al proprio carisma, dal XX° secolo la nomina divenne ereditaria: il “giusto” rivendicava la legittimità per diritto di discendenza dai maestri del passato e quasi tutti i gruppi moderni hanno mantenuto questo principio. La parola Rebbe è quindi un titolo assegnato a molti leader ebraici, anche se il sostantivo significa maestro, insegnante o mentore. È una parola della lingua yiddish derivata dalla sua corrispondente in ebraico Rav e all’interno della comunità chassidica è utilizzata per fare riferimento a un capo del suo movimento. Le dinastie di leader spirituali chassidici, di solito, hanno caratteristiche comuni, come per esempio l’avere il nome di città importanti dell’Europa orientale (dove, per esempio, erano nati o avevano vissuto i loro fondatori), oppure anche l’avere dei seguaci attraverso le epoche.Il movimento mantenne molti degli attributi del primo chassidismo, prima che fosse costituita una netta separazione tra “Giusti” e seguaci. I Rebbe di Chabad, per esempio, insistevano che i propri aderenti acquisissero conoscenza approfondita nella tradizione della setta e non dessero la maggior parte delle responsabilità ai leader. Il gruppo, infatti, sottolinea ancora oggi l’importanza di comprendere intellettualmente la dinamica dell’aspetto divino nascosto e come essa influenzi anche la psiche umana.

Ancora oggi, lo chassidismo crede che la ragione per cui gli ebrei furono tratti in salvo dall’Egitto, nell’episodio biblico dell’esodo, fu perché non cambiarono le loro abitudini. Per la stessa logica, oggi, gli appartenenti a questa comunità ortodossa scelgono di non cambiare i loro nomi, la loro lingua e il loro abbigliamento, che, in effetti, quasi più di ogni altra cosa ricopre un ruolo molto determinante nella loro vita. Oltre all’utilità di renderli molto riconoscibili tra loro (e non solo), nella cultura chassidica, l’intero concetto di abbigliamento è imbevuto di una sorta di sacralità e l’abbandono di questi segnali visivi verrebbe percepito come un terribile tradimento. Quindi ognuno deve vestire con semplici, tutti uguali, e seguire rigide regole di comportamento, dall’infanzia all’età adulta.

Per chi non fa parte di questa comunità, il quotidiano di un ebreo chassidico può risultare di difficile comprensione. Soprattutto quando le comunità vivono all’interno di metropoli che, apparentemente, sono lontanissime dal concetto di sacro. Come New York City. Nel quartiere di Williamsburg, a Brooklyn, per esempio, il tempo sembra essersi fermato. E a dirla tutta non sembra nemmeno di trovarsi al centro di una delle più rumorose città del mondo. Le insegne dei negozi sono praticamente tutte in ebraico, così come le scritte sugli scuolabus dei bambini. Sui marciapiedi si incrociano quasi esclusivamente cittadini appartenenti alla comunità ed è frequente che le donne abbiano al seguito bambini e passeggini. E poi c’è anche Borough Park, che i newyorkesi chiamano semplicemente “Boro”, dove all’inizio del Novecento iniziò un lungo processo di immigrazione ebraica, prima con l’arrivo di poche famiglie a maggioranza laica e intellettuale e poi, con la creazione del Jewish Community Center, nel 1914, con lo stanziarsi di immigrati sempre più ortodossi e provenienti (in prevalenza) dall’Europa dell’est. Dai primi anni Ottanta, il quartiere è diventato un vero e proprio quadrilatero ultra-ortodosso, diviso dai diversi ceppi di appartenenza delle varie famiglie chassidiche, arrivate da Galizia, Polonia, Ungheria, Bielorussia e Ucraina, ma unito nel rifiutare categoricamente (per motivi religiosi) le contaminazioni con il mondo contemporaneo. Boro ospita ancora oggi una delle più grandi comunità di ebrei ortodossi al di fuori di Israele, con anche una delle più alte concentrazioni di ebrei di tutti gli Stati Uniti, e al suo interno esistono problemi legati alla povertà, dove bambini e ragazzi tendenzialmente non andranno al college e dove rimangono regole ferree sull’uso della tecnologia (che, in particolare dal venerdì, non deve intaccare la vita dei fedeli).

Tra i membri della comunità chassidica, il matrimonio è combinato da una figura chiave della comunità, che tiene il conto delle situazioni sentimentali dei giovani pronti a sposarsi. Quasi sempre i ragazzi non hanno un’idea precisa di cosa sia l’affettività tra adulti, visto che è permesso interagire con persone dell’altro sesso soltanto se si tratta di familiari. Le ragazze, in particolare, conoscono il loro futuro marito senza aver mai parlato prima con un altro uomo, che non sia stato il padre, il fratello o un altro parente. Nel giorno delle nozze, alle donne viene rasato il capo, segno che distingue le sposate dalle nubili, e al posto dei capelli veri indossano una parrucca identica a quella delle altre mogli. Le coppie non condividono lo stesso letto e il sesso è una questione delicata. Perché, secondo il terapista e sessuologo David Ribner la comunità ortodossa  presenta non poche difficoltà nell’approccio al sesso e la causa ha molto a che fare con una concezione decisamente severa della religione. L’intimità tra marito e moglie, consentita soltanto due volte al mese, è considerata strumentale ed è rivolta essenzialmente alla procreazione e si sono verificati casi in cui la donna sposata, dopo alcuni anni, è risultata ancora vergine perché né lui né lei sapevano come portare avanti un atto sessuale.

Per chi non appartiene a questa cultura, la routine giornaliera della comunità chassidica appare particolarmente impenetrabile e a tratti incomprensibile. Il movimento ultraortodosso teme fortemente l’assimilazione e l’abbandono dei vecchi costumi religiosi e, per evitare che questo accada, schiva ogni influenza esterna.

Due ebrei ultra-ortodossi

Lo chassidismo non scarta completamente la tecnologia, ma la utilizza con molta cautela, perciò è consentita solo quella che non porta con sé idee laiche. Così l’utilizzo della televisione è vietato, mentre automobile ed elettricità sono consentite. Non è consentito consultare contenuti moderni, perché la modernità viene percepita come il veicolo di idee considerate eretiche e pericolose per la fede. Agli ebrei chassidici è permesso l’utilizzo del cellulare, ma non di quello di ultima generazione, dove sono presenti diverse funzioni (come internet) ritenute immorali.

Crescere separati in base al genere è una componente determinante dello chassidismo. Maschi e femmine, percepiti diversi su tutto, non hanno una forma di istruzione che li metta sullo stesso piano. Perché i ruoli di genere sono diversi. Le ragazze, per esempio, hanno il dovere di vivere una vita più domestica, interamente dedicata alla famiglia, che generalmente è molto numerosa. In generale, a scuola si prega per la maggior parte del tempo, si impara il concetto di devozione e non si festeggiano ricorrenze laiche. Tendenzialmente ci si sposa a 18 anni e il matrimonio, insieme ai figli, è considerato dalla comunità l’apice delle esistenze di uomini e donne. In particolare per queste ultime, che alla cura della prole devono dedicare praticamente ogni momento della loro vita adulta. Quella del movimento chassidico non può essere considerata una società femminista e i ruoli, tra uomini e donne, restano nettamente distinti. È diffusa, per esempio, la convinzione che le ragazze non siano in grado di comprendere i testi religiosi studiati dai maschi perché troppo complessi e perché non ritenute abbastanza intelligenti. Le scuole femminili esistono (anche se sono in tante a praticare l’homeschooling, una sorta di istruzione domiciliare), ma solitamente sono più decentrate rispetto a quelle maschili. Le bambine seguono molte più materie “laiche” rispetto ai maschi e le loro lezioni appaiono come più moderne. I bambini, invece, studiano ancora nella tradizioni cheydar, ovvero pre-olocausto, caratteristica tipicamente chassidica. E nonostante le donne vivano una condizione di evidente disparità a livello sociale, l’esistenza dei seguaci dello chassidismo, soprattutto all’inizio della vita matrimoniale, pone costantemente sotto pressione la coppia, in particolare quando a mancare sono i figli. Perché quel tipo di vita è scandita da tappe obbligate. Dall’infanzia alla fine dei propri giorni.