Le scuole politiche Usa

Le scuole di pensiero americane in politica estera si diramano in varie direzioni, ognuna delle quali determina un certo tipo di scelte da seguire nei “foreign affairs” della più grande potenza mondiale.

È possibile fare distinzioni per quanto riguarda le linee fondamentali di queste correnti, o scuole, di politica estera e capire quindi in quale direzione sia improntata la strategia degli Usa sullo scenario internazionale.

Dal realismo all’idealismo, dall’isolazionismo all’interventismo, passando attraverso l’unilateralismo e il multilateralismo, nel corso della storia degli Stati Uniti queste direttrici di pensiero hanno determinato diverse linee di condotta entro le quali il “braccio” internazionale dell’America ha agito definendo il percorso sia dell’interesse nazionale sia dello scenario globale.

Per questo, al fine di capire ed interpretare al meglio ciò che avviene sulla scena internazionale, dove Washington è ancora l’attore protagonista, diventa fondamentale conoscere queste direttrici  per comprendere il modo in cui gli Stati Uniti si pongono nell’ambiente internazionale, con quali intenzioni, con quali mezzi e, soprattutto, con quali conseguenze.

Come riassumere dunque i principali orientamenti in politica estera della più grande potenza militare al mondo? Come districarsi nella selva di dottrine e teorie politiche che hanno accompagnato gli Stati Uniti nel loro percorso attraverso due Guerre Mondiali, la Guerra Fredda e innumerevoli conflitti in Asia e Medio Oriente?

A dare una risposta, cercando di semplificare e schematizzare le principali teorie e strategie di politica estera americana, ci hanno provato, tra gli altri, il filosofo Pierre Hassner e lo storico Justine Vaïsse, nel loro libro Washington e il mondo: I dilemmi di una superpotenza. I due autori francesi ripercorrendo le principali tappe storiche e le linee politiche adottate dalle varie amministrazioni americane analizzano le principali direttrici della politica estera a stelle e strisce e sintetizzano uno schema per poterle identificare e raggruppare.

Nello schema riportato da Hassner e Vaïsse, distinguono principalmente le dottrine di politica estera americane a seconda che seguano la Realpolitik, perseguendo dunque l’interesse nazionale e puntando sempre ad un equilibrio delle forze, oppure se siano ispirate dalla “missione americana” di portare la democrazia in tutto il mondo e di creare un sistema internazionale a immagine e somiglianza della democrazia americana, quello che i due autori definiscono come “wilsonismo”.

Trasversalmente, i due autori suggeriscono che queste due “direzioni” possono essere perseguite usando metodi molto diversi tra loro: multilateralismo se si punta ad includere anche altri attori internazionali, o unilateralismo se si punta a perseguire esclusivamente l’interesse nazionale.

La dicotomia tra la linea di pensiero wilsoniana e quella realista spiega i due approcci fondamentali alla materia delle relazioni internazionali. Questa divide lo spettro delle scuole di pensiero in: wilsoniani (o idealisti) e realisti.

Come spiegava H. Kissinger nel suo libro L’arte della diplomazia, due presidenti, Wilson e Roosevelt, incarnano queste ambizioni contrapposte dell’America. Il presidente Theodore Roosevelt era, secondo Kissinger, “un sofisticato analista dell’equilibrio delle forze e insisteva su un ruolo internazionale degli Stati Uniti perché l’interesse nazionale lo richiedeva e perché un equilibrio delle forze su scala mondiale senza la partecipazione americana gli era inconcepibile. […] Quando i suoi interessi si scontravano con quelli di un altro Paese, l’America aveva l’obbligo di ricorrere alla forza e di trionfare”.

Secondo la tesi realista, nell’arena internazionale, sostanzialmente anarchica, gli Stati perseguono sempre l’obiettivo della propria sicurezza. Per farlo essi tendono ad aumentare la propria potenza attraverso l’intreccio di alleanze che riportino all’equilibrio del sistema.. Il comportamento degli attori è variabile a seconda della loro posizione nella gerarchia di potenza (di natura soprattutto militare) all’interno del sistema internazionale. Gli Stati tuttavia sono unità omogenee e non differenziate nel sistema internazionale; essi infatti ricercano tutti la propria sicurezza e tale fattore li accomuna. Date queste premesse, i realisti appaiono inclini a riportare l’equilibrio qualora venga turbato; dunque a riportare la situazione allo status quo. Negli Stati Uniti questa predisposizione al conservatorismo si rispecchia anche nella politica interna. La maggior parte dei realisti infatti fa parte della corrente dei conservatori e repubblicani.

Secondo il presidente Woodrow Wilson invece: la giustificazione del ruolo internazionale dell’America era di natura messianica: gli Stati Uniti dovevano impegnarsi non per stabilire un equilibrio delle forze, ma per diffondere i loro principi in tutto il mondo. Le idee di Wilson apparvero davvero sorprendenti e in un certo modo anche stridenti rispetto alle diplomazie dell’epoca. La Realpolitik degli Stati, sempre affannati alla ricerca di un incremento di potenza e di un equilibrio del sistema, rimaneva spiazzata da una politica idealista in cui lo scopo ultimo era quello di diffondere i principi della democrazia americana in tutto il mondo. Si trattava di un modo innovativo di mantenere l’equilibrio. Infatti, invece di garantire la pace attraverso sistemi di alleanze che rischiavano di ingarbugliare le potenze in un gioco pericoloso l’idealismo wilsoniano proponeva la creazione di un sistema internazionale basato su regole e su un’organizzazione, la Società delle Nazioni, che avrebbe garantito la pace grazie alla sicurezza collettiva. Nonostante il fallimento storico della Società delle Nazioni i principi di Wilson hanno mosso la politica estera statunitense fino ad oggi oltre ad aver gettato le basi per il sistema internazionale odierno.

È necessario precisare che “la pratica politica si è basata spesso su una concezione classica dell’equilibrio delle forze”. D’altronde il realismo è considerato come il pensiero dominante nella materia delle relazioni internazionali. Tuttavia le idee wilsoniane non sono state soppiantate, bensì esse sono state inglobate in un’ottica di politica realista. L’internazionalismo liberale raccoglie quindi i progetti wilsoniani di un sistema internazionale in cui i rapporti tra gli Stati siano regolati in base al diritto, in cui le organizzazioni internazionali mitighino i rapporti di forza e in cui la comunità internazionale sia realmente integrata, tuttavia, esso tiene anche conto di quella che è la realtà pratica nella quale bisogna reagire ad ogni mutamento dell’equilibrio del sistema, spesso anche con la forza qualora si riveli necessario.

Ciò che distingue i wilsoniani dai realisti è “il rifiuto dello status quo e la convinzione in una missione dell’America”. Questa “ambizione morale” ha portato spesso a intervenire in molte parti del mondo per salvaguardare i principi di democrazia, forse anche in virtù di quella che è la teoria della pace democratica. Si tratta di un sentimento che ha caratterizzato sia la destra sia la sinistra americana, sebbene in maniera diversa.

È possibile distinguere a questo punto due correnti divergenti che si differenziano dal modo in cui mettono in pratica questo intervento: gli unilateralisti e i multilateralisti.

I primi sostengono un interventismo americano slegato da qualsiasi tipo di vincolo connesso alla comunità internazionale. Questo è il modo di agire tipico dei wilsoniani di destra, meglio conosciuti come neoconservatori o reaganiani in virtù del fatto che “nessuna amministrazione dopo Wilson ha mostrato tanta energia e costanza nella promozione della democrazia all’estero quanto quella di Ronald Reagan“.

I multilateralisti invece ritengono che sia utile agire in concerto con le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali per la promozione e la diffusione della democrazia.

L’importanza di questo tipo di istituzioni è garantire equilibrio, pace e diffusione alla democrazia americana. Un aspetto che caratterizza tutti multilateralisti, ma che risulta ancora più evidente nell’ala liberale, si veda, ad esempio, la politica estera di Bill Clinton o Barack Obama. Il cosiddetto internazionalismo liberale, tuttavia, in passato aveva dovuto fare i conti con la realtà e accettare i principi di Realpolitik, soprattutto dopo il fallimento della Società delle Nazioni negli anni Trenta e in seguito, negli anni della Guerra Fredda.

Se gli internazionalisti liberali come Clinton e Obama puntano a perseguire la “missione americana” in concerto con il sistema internazionale e dunque attraverso il multilateralismo, dall’altra parte i neoconservatori come Reagan e, in parte, come George W. Bush, tendono a farlo attraverso l’unilateralismo.

Sebbene Bush all’inizio della sua amministrazione fosse considerato più un isolazionista e un perseguitore della “realpolitik”, dopo l’11 settembre 2001 la sua “missione” è cambiata e si è spostata verso un ruolo più attivo dell’America fuori dai confini nazionali, rimanendo comunque nel territorio dell’unilateralismo.

Non a caso, anche se nei conflitti in Afghanistan e in Iraq l’amministrazione Bush abbia raccolto intorno a se una vasta coalizione internazionale, l’impronta unilaterlista è apparsa chiarissima sin dalle prime battute dei due conflitti e dalla cosiddetta dottrina del “pre-emption”, ma anche dall’uscita dagli accordi di Kyoto e dai grandi trattati di non proliferazione nucleare con la Russia.

Tra gli isolazionisti, oltre al “primo” Bush, si potrebbe annoverare anche l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a parole un sostenitore dell’ “America First” e di un totale disinteresse dalle vicende lontane all’interesse nazionale americano, ma che nei fatti, si è trovato impelagato su diversi fronti, non ultimo quello della Siria.

Anche Trump, ad ogni modo è certamente un esempio di unilateralismo americano.

Tra i sostenitori della Realpolitik, c’è però anche spazio per i multilateralisti. Tra questi proprio Henry Kissinger, il più fidato dei consiglieri del presidente Nixon in materia di politica internazionale, la cui dottrina conciliava il realismo con il multilateralismo e i mezzi diplomatici, quello che Hassner e Vaïsse definiscono “realismo manageriale”.

“Quello che è importante – affermava Kissinger – è che la strategia militare sia accompagnata da una permanente attività diplomatica, poiché il controllo degli armamenti non è meno essenziale della costruzione delle armi”.

Lo stesso Nixon, facendogli eco ribadiva il concetto di una diplomazia della forza:

“Le armi nucleari hanno imposto una sorta di trattato universale di non aggressione. Il compito della nostra dottrina strategica dev’essere quello di indicare alternative meno catastrofiche di un olocausto nucleare”.