L’accordo tra Cina e Vaticano

Il Vaticano e la Repubblica popolare cinese, il 22 settembre del 2018, hanno stipulato un patto. Un “accordo provvisorio” – così è stato chiamato – che è stato accolto con grande soddisfazione dalle alte gerarchie della Santa Sede. Il patto, infatti, ha un tenore storico. La dottrina professata da papa Francesco e dal cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin è stata definita a più riprese “multilateralismo diplomatico”. Quella è la strada che ha concesso di rompere l’impasse in relazione ai rapporti internazionali tra le due realtà geopolitiche. Senza determinate aperture e senza un atteggiamento privo di pregiudiziali ideologiche, insomma, sarebbe stato impossibile raggiungere un risultato di questa portata. Il Vaticano ne è certo, e rivendica la bontà degli effetti con continuità. L’alternativa, per l’ambito delle relazioni internazionali, si chiama bilateralismo diplomatico: il sentiero preferito dall’amministrazione americana, che non a caso è contraria al documento. Ne parleremo dopo.

L’ “accordo provvisorio” ha un durata biennale. Per questo, in questi ultimi tempi, si sta parlando di rinnovo con insistenza: di fatto il tutto è scaduto. Le parti si erano date due anni per verificare la bontà degli effetti scaturiti. Questo è il tempo in cui bisogna decidere il da farsi. In parole povere, Cina e Santa Sede possono optare o no per la continuazione. Tutto lascia pensare che non esistano motivi per interrompere l’intesa. Circolano voci su un rinnovo tacito, che non avrebbe dunque bisogno di troppe formalità. Ma la faccenda presenta non poche complicazioni, e gli esponenti contrari alla stipulazione del patto – quelli che avevano espresso perplessità già in prima battuta – continuano ad eccepire argomentazioni, oltre che a chiedere ascolto da Jorge Mario Bergoglio e dal “ministro degli Esteri” Pietro Parolin. Trattasi del “fronte tradizionale” o “conservatore”, che dir si voglia. Un nutrito gruppo di realtà e persone che dimorano sia dentro sia fuori la Chiesa cattolica. L’attore principale del fronte del “no” – come premesso – è il governo di Donald Trump, con il segretario di Stato Mike Pompeo in testa. Le motivazioni alla base di questa differenza di atteggiamento sono molte: risiedono per lo più nel campo geopolitico, dove gli Usa stanno conducendo una battaglia per il primato mondiale a discapito del “dragone”.

La situazione dei cattolici in Cina, dopo la stipulazione del patto, è migliorata o peggiorata? Nella Chiesa cattolica il dibattito ruota tutto attorno a questa domanda. A Pechino il quesito circola meno, ma non perché l’attenzione prevista per l’accordo sia meno importante. Per comprendere il perché del clima creatosi attorno all’accordo provvisorio, che potrebbe anche divenire definitivo in breve tempo, conviene allora chiedersi quali siano le novità apportate da quel testo rispetto alle regole, più che altro inesistenti, che regolavano in passato i rapporti tra le istituzioni che rappresentano la confessione cristiano-cattolica e le autorità governative e civili cinesi.

 

 

 

 

L’accordo provvisorio non è pubblico. Gli oggetti del patto non sono mai stati resi noti. In questi due anni, gli addetti ai lavori hanno dedotto i contenuti dell’accordo. Come? Verificando quello che papa Francesco metteva in campo volta per volta. Sappiamo che Jorge Mario Bergoglio ha invitato alcuni vescovi cinesi per il Sinodo dei Giovani. Non era mai avvenuto prima. I presuli cinesi non si erano mai palesati a Roma per un appuntamento sinodale. Sappiamo, poi, che papa Francesco ha nominato alcuni vescovi ed istituito nuove diocesi. Possiamo dunque presupporre che l’accordo preveda che il pontefice possa nominare i vescovi in Cina. E questo, rispetto al passato, è già un bel passo avanti. Le indiscrezioni hanno inoltre raccontato di un retroscena: al vescovo di Roma sarebbe stata riconosciuta la piena legittimità di vertice spirituale. Il Papa, quindi, sarebbe stato riconosciuto da Pechino come legittima e riconosciuta, appunto, autorità religiosa. Altrimenti Bergoglio non avrebbe più volte espresso pubblicamente il desiderio di viaggiare verso la Cina, in funzione di una prima e clamorosa visita apostolica da parte di un successore di Pietro in quella zona di mondo. E questa è la base dell’accordo provvisorio, ma cosa ha ottenuto in cambio la Repubblica popolare cinese? Stando a quanto si è appreso mediante considerazioni non ufficiali, sembra proprio che il Papa, per nominare i vescovi, debba passare attraverso il filtro della Conferenza episcopale della Chiesa cinese, che sarebbe – questo è l’argomento principale della critica dei tradizionalisti – controllata dallo Stato. Bergoglio e i suoi successori, in buona sostanza, sono chiamati a proporre dei nomi, che poi la Cina può bocciare o no. E questo particolare apre scenari tutti da disegnare. Se non altro perché le critiche per questo, che può non essere un dettaglio, sono feroci.

Chi si oppone al patto ha motivi diversi per farlo. Questa, almeno, è l’interpretazione data dal “fronte conservatore”, che è genericamente contrario. Esistono due “emisferi” in questo blocco composto da oppositori: quello geopolitico e quello ecclesiastico. Mike Pompeo, che si è da poco recato a Roma per cercare un’interlocuzione sul punto, è sicuro di come il Vaticano, rinnovando il patto, vada incontro ad un pericolo, che sarebbe poi quello di perdere “l’autorità morale”. Gli Stati Uniti sono competitor commerciali della Repubblica popolare cinese. Bisogna inquadrare il contesto ed il momento storico per acquisire delle consapevolezze precise sull’opinione di Pompeo e Trump in merito all’accordo. Comunque sia, papa Francesco ed il segretario di Stato Parolin non sentono ragioni. Anzi, l’ex arcivescovo di Buenos Aires si è addirittura detto indisponibile ad incontrare Pompeo, perché il summit sarebbe avvenuto troppo a ridosso delle elezioni americani e sarebbe potuto essere strumentalizzato. Ma il Vaticano la pensa in un modo e gli Stati Uniti la vedono un altro: è un fatto che rompe gli equilibri occidentali. Sullo sfondo, poi, dimorano le elezioni americane di novembre ed il rapporto tra i cattolici e le preferenze elettorali: Andrea Muratore, in questo articolo, ha anche elencato i pericoli cui Trump si è esposto in questo suo primo mandato, rivendicando una certa autonomia di pensiero in materia spirituale o comunque in ambiti per cui il Vaticano è partito da presupposti diversi. Il secondo “emisfero” è costituito dalla destra ecclesiastica, che com’è noto è sostenuta ed alimentata anche dai cosiddetti “blog tradizionalisti”. Il cardinale Joseph Zen, ex arcivescovo di Hong Kong, è il volto della contrarietà nella Chiesa cattolica. Zen, che è un altro che ha viaggiato verso Roma per incontrare Bergoglio senza che quest’ultimo gli concedesse udienza, pensa, in buona sostanza, che la Chiesa cattolica debba aspettare la fine del comunismo cinese per poi svolgere un ruolo nella ricostruzione. Zen e gli altri conservatori pongono inoltre accenti sul fatto che i cristiani sarebbero vittime di persecuzioni sistematiche. Un fenomeno che si sarebbe aggravato dopo la stipulazione dell’accordo. Zen, ma non solo lui (andrebbe nominato per esempio anche monsignor Carlo Maria Viganò), pensano che la Chiesa sotterranea, ossia quella non riconosciuta dal governo cinese, stiano sostanzialmente patendo delle pene molto gravose per via dell’appiattimento presunto del Vaticano al “dragone”. L’accordo, insomma, avrebbe lasciato strada libera quel un processo di sostituzione automatica del culto cattolico con un altro, quello mediato dalle esigenze ideologiche di Pechino. E questo varrebbe tanto a livello testuale (Bibbie rivisitate in chiave comunista) quanto a livello organizzativo.

Papa Francesco vuole andare in Cina. E questo dato di per sé rappresenta già una notizia. Il blocco dei viaggi imposto dalla pandemia ha impedito alla Santa Sede di ragionare sul serio su quel viaggio, ma è legittimo pensare che la partita venga riaperta in futuro, quando e se le condizioni dello status pandemico globale saranno migliorate. Comunque andrà, l’accordo dovrebbe essere rinnovato. Altrimenti il cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin non elogerebbe i passi in avanti fatti sino a questo momento. Il Vaticano non si farà influenzare dall’esito delle elezioni americane, ma è noto come, nel caso dovesse vincere ancora il presidente Donald Trump, la polarizzazione dei due fronti sia destinata ad acuirsi. Un discorso diverso, invece, riguarda la possibile affermazione di Joe Biden, il candidato dei Democratici: in tale circostanza, prescindendo dalle differenze di visione attorno alla bioetica, la Casa Bianca e la Santa Sede potrebbero dialogare attorno alla Cina con una ritrovata sincronia. Gli intrecci sono insomma molti, e non riguardano giocoforza gli ambienti confessionali: è la politica il vero convitato di pietra che è stato chiamato in causa dall’accordo provvisorio.

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