Mancano circa quattro settimane alla celebrazione delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno e in tutti i Paesi dell’Unione a 27 il dibattito tra i partiti si fa sempre più acceso. Quasi ogni formazione nazionale che partecipa alla competizione elettorale appartiene a una delle principali famiglie politiche europee – popolari, socialisti, liberali e altri – che accolgono i partiti nazionali che si identificano in determinati valori e i loro rappresentanti all’interno della compagine del Parlamento europeo. Ciò che gli elettori potrebbero ignorare è che, tramite il loro voto, possono indirettamente votare anche il futuro presidente della Commissione europea – organo esecutivo e detentrice dell’iniziativa legislativa – dal momento che le principali organizzazioni interpartatiche del Vecchio Continente hanno individuato uno Spitzenkandidat, un candidato di punta traducendo dal tedesco, come loro alfiere per Palazzo Berlaymont (sede della Commissione). Come mai questa scelta? Uno degli Spitzenkandidaten diventerà per davvero il numero uno della Commissione?
Le istituzioni comunitarie, sin dalla loro fondazione e ancor di più negli ultimi anni, sono apparse particolarmente distanti dalle istanze dei cittadini europei a causa del deficit democratico che diversi osservatori gli imputano per via della mancanza di legittimazione popolare non essendoci un’elezione diretta, se non per l’Europarlamento.
Preso atto della crescente diffidenza verso l’Ue , in occasione delle europee del 2014, è nata l’idea dello Spitzenandidatenprozess, non previsto dai trattati, con lo scopo di impegnare il Consiglio europeo – organismo composto dai capi di Stato e di governo dei 27 Paesi che nomina il presidente della Commissione – a individuare nel capo di Berlaymont il candidato del partito con maggioranza relativa al Parlamento europeo. Nello stesso anno, infatti, Jean-Claude Juncker è stato eletto alla guida della Commissione come candidato di punta del partito che aveva preso più voti, ossia il Partito Popolare Europeo. Le cose sono andate molto diversamente nel 2019, quando il Consiglio europeo decise di puntare su Ursula von der Leyen in sostituzione dello Spitzenkandidat del Ppe che era Manfred Weber. Per le elezioni di giugno i presidenti dei partiti europei hanno deciso di rinnovare il sistema degli Spitzenkandidaten mediante un sistema di selezione interno alle singole formazioni che si è concluso all’inizio della primavera con la presentazione dei rispettivi candidati.
Chi sono gli Spitzenkandidaten
Il Partito Popolare Europeo accoglie tutte le principali formazioni di centrodestra del Vecchio Continente come la Cdu tedesca, Les Républicains francesi e la creatura di Silvio Berlusconi, Forza Italia. Per l’imminente tornata elettorale, i popolari hanno scelto l’attuale presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, dopo che i delegati del partito al congresso di Bucarest, tenutosi a marzo, l’hanno incoronata Spitzenkandidat. I repubblicani francesi non hanno votato a favore dell’ex ministra di Angela Merkel e il leader Eric Ciotti ha scritto una lettera al presidente del Ppe, Manfred Weber, asserendo che von der Leyen era “la candidata del signor Macron e non del centrodestra”. L’insofferenza di Ciotti non è la sola e, più diffusamente, non riguarda unicamente i fatti del 2019 – quando Macron impose von der Leyen – ma anche il recente scandalo che ha travolto la politica tedesca in merito all’acquisto dei vaccini anti Covid-19 di produzione Pfizer e che oggi è oggetto di indagine da parte della Procura europea. Secondo fonti di autorità giudiziarie, la presidente della Commissione avrebbe negoziato un contratto dal valore di oltre 20 miliardi di euro tramite uno scambio privato, e non per canali istituzionali, di sms con l’amministratore delegato della multinazionale farmaceutica, Albert Bourla, senza rendere pubblico il contenuto della corrispondenza.
Il Partito del Socialismo Europeo è la famiglia di riferimento di tutti i partiti socialdemocratici e progressisti d’Europa come il Pd di Elly Schlein e con il congresso elettorale di Roma di marzo ha acclamato come candidato il Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, Nicolas Schmit, l’unico ad aver registrato la propria candidatura per l’occasione. Il politico lussemburghese, grande amico del cancelliere tedesco Olaf Scholz, è stato dal 2009 al 2013 ministro del Lavoro nel Granducato per poi approdare all’Eurocamera nel 2019 e nella veste di commissario si è molto battuto per un salario minimo legale all’interno del mercato comune europeo.
Per quanto riguarda la famiglia dei liberali europei, qui le cose si complicano. Renew Europe è il gruppo al Parlamento europeo in cui siedono i rappresentanti di tre partiti: Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (ALDE), Partito Democratico Europeo (PDE) e Renaissance (partito del presidente francese Emmanuel Macron). Le tre formazioni, sebbene si trovino sotto un unico ombrello, non sono state in grado di individuare un candidato unitario, proponendone tre diversi poiché in assenza di liste transnazionali con candidati comuni non ha senso proporre un solo Spitzenkandidat. Renaissance ha selezionato Valérie Hayer, capogruppo di Renew Europe a Strasburgo e la tra le prime ad aderire al progetto macroniano sin dal 2017; a ha proposto Marie-Agnes Strack-Zimmermann, esponente del Frei Demokratische Partei tedesco e presidente della Commissione Difesa del Bundestag. Il Partito Democratico Europeo, nel congresso di Firenze celebratosi a Marzo, sul suo segretario generale: Sandro Gozi. Gozi dal 2014 al 2018 è stato sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi, ma nel 2019 ha deciso di fare politica oltralpe candidandosi nelle liste di Renaissance. Nello stesso anno, il primo ministro francese Edouard Philippe l’ha nominato consulente per gli affari europei, suscitando le ire di Luigi Di Maio – ministro all’epoca nel Conte I – per il fatto che lavorasse alla corte di un governo straniero.
Il Partito Verde Europeo, in controtendenza rispetto agli altri partiti, ha deciso di individuare due Spitzenkandidaten in nome della parità di genere: Bas Eickhout e Terry Reintke. Il primo è un politico olandese, militante di lunga data nel partito dei verdi e che siede nel Parlamento europeo dal 2009; la seconda è un esponente della formazione tedesca Alleanza 90/Verdi, famosa per le sue battaglie pro LGBT e dal 2022 e co-portavoce del gruppo verde all’Eurocamera. Il Partito della Sinistra europea ha deciso di candidare il suo presidente Walter Baier.
L’unica grande famiglia europea a non vantare un candidato di punta è il Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei presieduto dalla premier Giorgia Meloni e che include le formazioni nazionalconservatrici come l’ungherese Fidesz di Viktor Orban e Vox in Spagna. Lo statuto del partito prevede l’elezione di un candidato alla carica di presidente della Commissione, ma nessuna indicazione è giunta dai vertici. Identità e Democrazia è il gruppo sovranista all’Europarlamento nelle cui file ci sono la Lega di Salvini e il Rassemblement National di Marine Le Pen, non si è costituito in partito ma, ciononostante, ha individuato una sorta di Spitzenkandidat nella persona di Anders Vistisen, europarlamentare danese, in modo da aver un proprio portavoce nei dibattiti tra candidati di punta.
Gli scenari post voto
Il presidente della Commissione è eletto a maggioranza assoluta (la metà dei voti più uno) da parte del Parlamento europeo riunito in sessione plenaria, dopo essere stato individuato a maggioranza qualificata dagli Stati membri che siedono nel Consiglio europeo, organismo che riunisce i leader dei 27 Paesi e che definisce gli orientamenti generali e le priorità dell’Ue. La Commissione detiene il potere di iniziativa legislativa, esercita la guida politica per l’intera Ue e deve godere della fiducia del Parlamento di Strasburgo, in quanto rappresentante della volontà dei cittadini comunitari. Secondo tutti i sondaggi, il gruppo ad ottenere più seggi dovrebbe essere quello del Ppe e in base alla logica dello Spitzenkandidatenprozess il suo capolista, Ursula von der Leyen, ha diritto a insediarsi a Palazzo Berlaymont. Proprio lei dovrebbe essere di nuovo la favorita, ma già in molti propendono per un cambio di guardia a Berlaymont e molto dipenderà dalla composizione partitica nella futura legislatura.
Secondo le stime di Euronews, ai popolari spetterebbero 177 seggi, ai socialisti 136 (quattro in meno del 2019), mentre ai liberali 85, vale a dire circa una ventina in meno rispetto all’attuale truppa. I numeri per una seconda maggioranza Ursula – composta da Ppe, Pse e Renew Europe – ci sarebbero ma si tratterebbe di una compagine piuttosto risicata rispetto al minimo necessario. Già cinque anni fa, von der Leyen riuscì a spuntarla per soli nove voti in più e, in quella circostanza, fu determinante il sostegno degli europarlamentari del Movimento 5 Stelle che non erano iscritti a nessun gruppo assembleare. La presidente dell’esecutivo Ue è consapevole della difficoltà numeriche per la sua riconferma e, non a caso, durante il dibattito televisivo tra Spitzenkandidaten tenutosi a Maastricht a fine aprile, non ha chiuso alla possibilità di allargare il perimetro della maggioranza ai conservatori, soprattutto per l’ottima sintonia con Giorgia Meloni. Secondo tutti i sondaggi, la destra radicale in tutta Europa ha il vento in poppa e per Ecr è atteso un buon risultato tale da superare i verdi in termini di scranni, mentre il vero exploit avverrebbe per Identità e Democrazia che vedrebbe eletti più di venti nuovi deputati, ma il programma fortemente euroscettico rende il gruppo inabbordabile da parte delle altre famiglie politiche. Se da una parte potrebbe correre in soccorso la scialuppa dei conservatori, i liberali, seppur non ancora in modo del tutto ufficiale, sembrano riluttanti a rinnovare la fiducia per un secondo mandato, specialmente a causa delle politiche green ritenute troppo intrise di ideologia e di scarso pragmatismo, tanto che Marie-Agnes Strack-Zimmermann ha lanciato lo slogan: “Meno von der Leyen, più libertà”. Qualora dovesse sfumare la rielezione dell’ex ministra tedesca, l’unico Spitzenkandidat che potrebbe tentare la cosa è Schmit che cercherebbe il consenso nel perimetro della maggioranza che già sostiene von der Leyen, ma paga la scarsa notorietà nell’arena politica tanto che non appena il Pse ha annunciato la sua candidatura, la testata Politico titolò “Nicolas chi?”. Altri candidati invece difficilmente potranno realmente contendersi la guida della Commissione. A questo punto, allora, si potrebbe avanzare un altro nome non annoverato tra i candidati di punta come nel 2019?
Nelle scorse settimane, in molti hanno citato Mario Draghi come successore di von der Leyen poiché potrebbe riscontrare un ampio consenso sia tra i governi nazionali che tra i gruppi dell’Europarlamento. Dietro l’operazione di lancio dell’ex presidente del Consiglio, nonché ex numero uno della Bce, ci sarebbe il presidente francese Emmanuel Macron che vorrebbe una guida tecnica per l’Europa e per le sfide che quest’ultima dovrà affrontare nel futuro prossimo tra guerra, ambiente e nuove tecnologie e, secondo diversi osservatori, von der Leyen non sarebbe un profilo all’altezza per l’Eliseo. Dell’ipotesi di Draghi a Berlaymont non si è detto contrario neanche Viktor Orban tanto da dichiarare “mi piace, è bravo!” e Giorgia Meloni non ha escluso tale congettura, specificando però: “Io sono contenta che si parli di un italiano ma decidere prima che i cittadini votino non mi troverà mai d’accordo”. Lo stesso Draghi, non a caso, il 16 aprile ha tenuto a Bruxelles un discorso sulla competitività europea, tema su cui sta scrivendo un rapporto commissionatogli da von der Leyen, ma che è parso a tutti gli effetti un manifesto politico per le sfide dei prossimi anni e con un sottotesto che è stato interpretato dai più come una sconfessione dell’operato della stessa committente. Secondo le indiscrezioni più recenti, il Financial Times ha scritto che alcune fonti interne ai palazzi europei hanno lasciato intendere che per l’ex premier possa aprirsi anche la porta del Consiglio europeo, diventandone presidente. Se Draghi ricoprisse tale carica potrebbe presentarsi come il garante nella definizione degli orientamenti politici e delle priorità dell’Unione, che meglio si concilia con la sua fame di tecnico “super partes”, rispetto all’incarico di presidente della Commissione che è da sempre più indicato per un esponente appartenente una delle grandi famiglie politiche europee e che ha compiti per lo più operativi e legislativi.
Il 10 giugno, giorno dopo le elezioni, si potranno fare delle previsioni più plausibili riguardo al futuro capo di Palazzo Berlaymont, ma chiunque sia dovrà gestire con grande cautela e responsabilità dossier importanti come il Pnrr e il Green Deal, interloquire con le rappresentanze diplomatiche di Paesi in guerra tra di loro, ma soprattutto guidare la nave dell’Unione europea nella tempesta della globalizzazione che, ormai giunta alla sua parabola discendente, tramite raffiche di vento e scariche di fulmini rischia di far affondare tutta la flotta di sui istituzioni tra cui l’Unione a 27 è uno dei vascelli più imponenti.

