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Tichon, il confessore di Putin

È dall’alba dei tempi che imperatori, re e statisti si circondano di maghi, fattucchieri, oracoli e chierici. Una questione di scaramanzia, di volontà di conoscere il futuro o di fede nell’esistenza di un disegno intelligente. Molte volte, più che predire il futuro, oracoli e chierici tentano di determinarlo, fornendo suggerimenti ai loro principali e trasformandosi in poteri dietro il trono.

Il cardinale Richelieu fu l’eminenza grigia di Luigi XIII. Il cardinale Mazzarino lo fu di Luigi XIV. Rasputin lo fu della famiglia Romanov. E uno sfuggente vescovo ortodosso, di nome Tichon, lo è di Vladimir Putin.

Il metropolita Tichon, al secolo Georgij Aleksandrovič Shevkunov, nasce a Mosca il 2 luglio 1958. Avido nelle letture di testi cristiani sin dalla giovinezza, Shevkunov udirà la chiamata, l’invito a darsi alla vita religiosa, nel 1982, anno del battesimo e dell’ingresso nell’antico e suggestivo monastero dormitorio delle grotte di Pskov.

Shevkunov, sin dai primordi della vita religiosa, risalterà agli occhi di pari grado e superiori per la capacità di scrivere testi persuasivi e l’inventiva. Due qualità che lo avrebbero rispettivamente traghettato, nel 1986 e nel 1988, nel Dipartimento pubblicazioni del Patriarcato di Mosca e nella squadra adibita all’organizzazione del millenario della cristianizzazione della Rus’ di Kiev.



Scrittore prolifico, e soprattutto polemico, Shevkunov avrebbe profittato delle più ampie libertà individuali garantite dalla Perestroika per disquisire su rapporti tra stato e chiesa, secolarizzazione della società e democrazia. Lo Shevkunov di quegli anni è essenzialmente un pessimista antropologico: critico verso i connazionali, disilluso sul futuro dell’Unione Sovietica – e, in seguito, della Russia.

Nel 1991, presso il monastero Donskoj, Shevkunov prende i voti monastici e per lui inizia una nuova vita, emblematizzata dall’acquisto di una nuova identità: diventa il metropolita Tichon, in onore dell’undicesimo patriarca di Mosca e di tutte le Russie. A partire da quell’anno, complice l’entrata nei circoli del potere, Tichon avrebbe acquistato un’influenza crescente nei panorami religioso, politico e sociale.


Tichon, coerentemente con l’obiettivo di ripulire l’anima corrotta della Russia postcomunista e cleptocratica, avrebbe trascorso l’era eltsiniana in compagnia dei nuovi ricchi, i futuri oligarchi, emersi durante la stagione di privatizzazioni selvagge dell’epoca. In alcuni casi, come dimostrato dalla conversione dell’investitore Sergei Pugačëv, il metropolita sarebbe riuscito nell’obiettivo.

Fu nel corso degli anni ruggenti dell’era eltsiniana e grazie all’oligarca-divenuto-apostolo Pugačëv, un uomo con le mani impastate ovunque poi passato alla dissidenza, che Tichon fece la conoscenza dell’ambizioso, e non ancora presidente, Vladimir Putin. I due, a partire dall’incontro organizzato da Pugačëv, non si sarebbero più lasciati.



Né Putin né Tichon hanno mai parlato dettagliatamente del loro rapporto in pubblico, lasciando che indiscrezioni e fonti di terza mano colmassero il vuoto lasciato dal loro silenzio. Dei due si è detto e si è scritto di tutto: Putin chiamerebbe il metropolita agli orari più improbabili, come le tre di notte, per confessarsi e parlare di relazioni internazionali; Tichon avrebbe una linea diretta col capo di Cremlino e l’onore di poterlo incontrarlo senza previo avviso.

Pugačëv, a proposito della loro relazione, ha spiegato come Tichon partecipi ai riti religiosi organizzati periodicamente da Putin nelle sue dacie e come quest’ultimo sia solito ascoltare i suoi sermoni con attenzione.

Tichon, a metà tra il consigliere politico e il confessore spirituale, è l’uomo che, più di ogni altro, avrebbe convinto Putin a rispolverare l’antico trinomio nicolino Ortodossia, Autocrazia e Nazionalità (Правосла́вие, самодержа́вие, наро́дность), illuminandolo sul potere mobilitante della fede e preconizzando il ritorno dell’identità al centro delle relazioni internazionali. Una visione simil-huntingtoniana in parte corroborata dagli accadimenti che hanno contraddistinto i primi anni Duemila, nonché le decadi successive, e che ha plasmato in maniera profonda il programma di rinazionalizzazione delle masse del dopo-Medvedev.


 

Il rapporto con Putin è enigmatico, circondato da una coltre di nebbia, ma l’attività pastorale e divulgativa di Tichon non ha segreti. Le attività pastorali e culturali le porta avanti in qualità di membro del Consiglio per la cultura del Patriarcato di Mosca, del Consiglio per la cultura della presidenza e del Consiglio supremo della Chiesa ortodossa russa. Le attività divulgative in qualità di scrittore prolifico e organizzatore di eventi, come mostre ed esibizioni museali.

Caporedattore del portale panortodosso e panslavista Pravoslavie, Tichon ha messo la firma su centinaia di articoli su ecumenismo – al quale è contrario, specialmente se diretto alla fine del Grande scisma –, politica domestica – patrocinando la causa della nazionalizzazione delle masse in senso conservatore ed etnocentrico – e politica estera.

Paladino della causa della transizione multipolare, nonché figura direttamente coinvolta negli affari esteri – attraverso un seggio nel Consiglio consultivo sulla Crimea –, Tichon ha giocato un ruolo-chiave nella mobilitazione dei fedeli ortodossi ai tempi dell’annessione della Crimea e allo scoppio della guerra in Ucraina ha sposato in toto la linea del patriarca Cirillo, spendendosi, tra interviste e articoli, nella veicolazione dell’idea che nel mondo, più che una competizione tra grandi potenze, sia in corso una guerra spirituale, tra il bene e il male, con la Russia a rappresentare il biblico catechon.


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