Storia e prospettive di Fidesz, il partito fondato da Viktor Orban

Fidesz, la formazione politica fondata nel 1988 dal futuro primo ministro ungherese Viktor Orban, è oggigiorno centrale nel panorama politico magiaro. La storia di quella che nacque come l’Alleanza dei Giovani Democratici (Fiatal Demokraták Szövetsége, da cui l’acronimo del partito), formazione di stampo radicalmente liberale divenuta col tempo fortemente conservatrice, coincide con la carriera politica del suo fondatore, divenuto leader di riferimento per la destra sovranista europea.

Dalla nascita fino al 1993 Fidesz ha interpretato le ampie, crescenti e a tratti contraddittorie pulsioni di libertà e partecipazione politica manifestatesi all’interno della società ungherese che usciva dal quarantennio comunista. Una pulsione connotata da un forte spirito giovanilista, come dimostrato dal rifiuto, caduto proprio nel 1993, di ammettere membri di età superiore ai 35 anni. Il deludente risultato al voto del 1994 ha sancito l’inizio della svolta del partito di Orban verso il conservatorismo, dapprima imperniato nel contesto euroatlantico (fu proprio Orban a presenziare alla cerimonia d’ingresso di Budapest nella Nato da primo ministro nel 1999) e in seguito, nel secondo tempo di Orban premier, schierato come anticipatore di quella che diventerà l’ondata sovranista.

Dal 1998 la crescente capacità di Fidesz di interpretare, cavalcare e condizionare i mutamenti della società ungherese, fautrice di istanze identitarie, favorevole alle politiche di spesa dei governi di Orban mirati al rafforzamento delle prerogative ungheresi nel contesto comunitario, per quanto finanziate lautamente dai fondi pubblici europei, e avversa alle politiche di redistribuzione dei migranti, è stata premiata a livello elettorale da un crescendo di consensi. Se già dal 1998 alle sfortunate elezioni del 2002, terminate con una sconfitta di stretta misura, Fidesz è passata dal 28 al 41%, in seguito il partito è arrivato in più riprese a sfiorare o superare (2010) la maggioranza assoluta nel voto popolare, mostrando una continuità difficilmente pareggiabile nell’Europa contemporanea.

Del resto, che Viktor Orban avesse le capacità di leadership mancanti ad altri protagonisti del panorama politico magiaro era chiaro già ben prima che la sua ascesa al potere fosse minimamente plausibile. Il 16 giugno 1989, quando il regime comunista andava via via sgretolandosi, nel corso di una commemorazione dedicata a Imre Nagy, l’eroe della rivoluzione fallita del 1956, Orban, allora promettente studente che stava per terminare un ciclo di studi ad Oxford finanziato da una borsa della fondazione di George Soros, suo futuro nemico per eccellenza, accusò il governo comunista ungherese di aver rubato la giovinezza di un’intera generazione, chiese libere elezioni, e invocò il ritiro delle truppe sovietiche.

In questo intervento di un Orban allora politico in erba si può cogliere il senso strategico di un leader in grado di anticipare strategicamente le tendenze della politica nazionale ed internazionale e di volgerle a suo vantaggio, come dimostrato di recente nel corso del crescente avvicinamento tra Fidesz e la Lega di Matteo Salvini. Tendenze che hanno molto spesso prodotto l’effetto paradossale di portare Orban e Fidesz a costruire una visione identitaria del potere e della società che è arrivata a cozzare con le radici della formazione politica. E così la scelta, concretizzata a fine 2018, di rimuovere la statua dello stesso Nagy dal centro di Budapest segnala il nuovo vento dell’Ungheria targata Fidesz, il cui conservatorismo identitario si ferma davanti alla necessità di mantenere buoni rapporti con la Russia contemporanea, rendendo l’epopea del 1956 un fatto scomodo.

Nel cavalcare la crescita dei consensi, Fidesz ha sicuramente beneficiato di una crescita economica notevole, dell’aumento degli investimenti esteri in Ungheria e delle prospettive notevoli offerte dall’interesse cinese per Budapest nel quadro della Nuova Via della Seta. Ciò ha contribuito a rafforzare il radicamento del partito negli apparati potere statali e locali.

A partire dal 2010, infatti, Fidesz, scrive Foreign Policy,  “ha avuto modo di centralizzare il potere, di monopolizzare i media e costruire una rete di patronati locali fortemente dipendenti dagli intermediari regionali del partito”. Vicino al partito di governo si è creata una nuova borghesia imprenditoriale che ha monopolizzato “gli impieghi pubblici, le compagnie statali, le istituzioni e il complesso degli appalti per i lavori finanziati dal bilancio pubblico”. Fidesz, dunque, ha potuto contare sul beneficio di un’èlite fortemente connivente, portando in emersione il problema della corruzione e della dipendenza politica come principale freno dell’Ungheria contemporanea.

Formazioni di estrema destra come Jobbik hanno martellato profondamente sul chiodo della corruzione per contestare i risultati di anni di governo di Fidesz, senza tuttavia impedire il successo di Orban al voto del 2018, che proietta il leader magiaro verso un ruolo di rilievo alle elezioni europee del 2019. Che lo vedranno capofila dell’ala “sovranista” del Partito popolare europeo, formazione impossibilitata a prescindere dai voti e dagli eurodeputati portati in dote da Fidesz, dal 2004 in avanti capace di ottenere risultati oscillanti tra il 47% e il 54% nel voto comunitario e che in Orban potrebbe avere un ponte verso la Lega e le altre formazioni della nuova destra comunitaria. Mentre nel Paese Orban non sembra avere reali rivali e si prepara a istituzionalizzare il suo impatto sulla nuova Ungheria con una legge a dir poco simbolica, la riforma dell’educazione che potrebbe, sul lungo periodo, mettere nero su bianco gli ideali di Fidesz come valori fondanti della nuova Ungheria.