Storia e obiettivi del Rassemblement National, il partito di Marine Le Pen

Nella galassia vasta ed eterogenea del populismo di destra europeo il Rassemblement National francese occupa un posto di rilievo. Conosciuto fino al 2018 come Front National, il partito diretto da Marine Le Pen ha in larga misura anticipato, in Occidente, le tendenze di lungo termine che hanno di recente animato l’ondata populista, interpretando da decenni un ruolo di primo piano nel contesto politico francese, segnato sempre di più da fine anni Ottanta in avanti da una divaricazione profonda tra il centro del Paese e la periferia.

Del resto, le radici che portarono alla nascita del Front National nel 1972 affondano proprio su tali fratture, più volte emerse in superficie nella storia francese. La storia personale del fondatore del partito, Jean-Marie Le Pen, padre di Marine, è emblematica. Le Pen padre, infatti, ha avuto la sua formazione politica nel movimento “poujadismo”, guidato dall’agitatore sindacale Pierre Poujade a partire dagli anni Cinquanta e modellato sulla matrice del Fronte dell’Uomo Qualunque attivo in Italia nella fase costituente.

Il movimento creato da Pierre Poujade si sviluppò tra il 1953 e il 1958, anno del ritorno di Charles de Gaulle dalla “traversata del deserto”, e toccò il suo apice nel 1956 quando il movimento, scrive Luca Ricolfi in Sinistra e popolo, “esprime un partito (significativamente denominato Union et Fraternité Française: Uff) che porta in Parlamento 52 deputati e diventa la quarta forza politica del paese. Sorto inizialmente come espressione della protesta antifiscale di commercianti e artigiani nel dipartimento del Lot, il movimento assume rapidamente una dimensione nazionale e una caratterizzazione politica più generale, che propone molti dei topoi dell’agitazione populista: l’antiparlamentarismo, la difesa dei piccoli contro i potenti, il rifiuto della lotta di classe, la difesa del territorio e delle sue tradizioni, la critica dei sistemi politici delle società avanzate, ed europee in particolare”.

Tra i neoeletti dell’Uff Le Pen risultò il più giovane membro dell’Assemblea Nazionale. La discesa in campo di de Gaulle nel 1958 lo spinse ad aggiungere al populismo poujadista una critica al sistema della Quinta Repubblica e alla nuova “monarchia repubblicana” basata sul recupero della tradizione della destra francese e, in particolare, nella riabilitazione dell’Action Française, il partito politico filo-fascista attivo in Francia tra le due guerre. Movimenti come Ordre Nouveau portarono avanti questa campagna politica in forma extraparlamentare, finendo dopo una lunga gestazione per generare, nel 1972, il nuovo partito del Front National.

Il primo decennio di vita del partito fu a dir poco travagliato. Scissioni, lotte intestine e incertezze ideologiche la fecero da padrone. Dai gruppi neofascisti ai monarchici, dai più feroci anticomunisti ai diretti eredi del poujadismo, il Front National appariva un contenitore senza un vero potenziale unificatore, la cui assenza veniva testimoniata nei primi impatti con le urne.

A garantire un ordine al partito ci pensarono la capacità organizzativa e comunicativa di Le Pen, assurto a figura di rilevanza nazionale anche grazie ad alcune prese di posizioni radicali, come la difesa ad oltranza del mantenimento della pena di morte, e la funzione amalgamante svolta sul piano ideologico dalla filosofia della Nouvelle Droite di Alain De Benoist e dei pensatori a lui vicini, che garantirono al Front National una maggiore organicità strategica.

Identitarismo, critica del progressismo e antiamericanismo, quest’ultimo letto nell’ottica della “concezione dell’Europa-nazione del movimento nazionaleuropeista Jeune Europe di Jean Thiriart” che, scrive Matteo Luca Andriola, sovrappone “l’idea federale a quella delle piccole patrie etnicamente e culturalmente organiche dove si vive la politica in senso comunitario, secondo il principio post-liberale della democrazia diretta plebiscitaria” fondano il retroterra politico-culturale del Front National, che si struttura dunque come ben più esterno al sistema politico tradizionale rispetto al coevo Movimento Sociale Italiano.

La forte influenza esercitata dal Partito Socialista di Mitterrand sulla politica francese portò allo sdoganamento del Front National da parte della destra “istituzionale”, che si servì dei voti di Le Pen per vincere in diversi collegi contendibili in elezioni suppletive, portando alla ribalta il partito in vista di un appuntamento cruciale per la sua storia: il voto europeo del 1984. In quell’occasione il Front National sfondò la soglia dei 2 milioni di voti e ottenne l’11%, confermandosi poi con il 9,6 e oltre 2,5 milioni di voti alle elezioni legislative del 1986. La presenza politica del partito nella società era oramai una realtà.

L’ascesa nella destra gollista di Jacques Chirac e la formazione del governo di coabitazione con i socialisti pose fine all’evanescente tentativo di integrazione del Front National nel sistema. Da fine anni Ottanta in avanti, il Front National si sarebbe ritrovato penalizzato elettoralmente dal ritorno al sistema a doppio turno nelle elezioni legislative, che lo avrebbe condannato a una lunga sottorappresentazione, ma al tempo stesso depositario di un notevole livello di attenzione nel contesto delle elezioni presidenziali.

La nascita dell’Unione europea in un senso molto diverso da quello immaginato da Thiriart, la globalizzazione e il dibattito sul multiculturalismo portarono tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta il Front a spostare la sua attenzione politica sul tema dell’integrazione dell’immigrazione di origine islamica nella società francese, sul contrasto tra il tenore di vita della capitale Parigi e il resto del Paese e sulla necessità di una svolta conservatrice per la società nazionale. Le Pen ottenne percentuali tra il 14 e il 17% nelle tre elezioni presidenziali del 1988, 1995 e 2002, dimostrando il radicamento ottenuto nella politica francese.

Nell’ultima occasione, il risultato consentì, per la prima volta, al leader del Front National di accedere al ballottaggio per la conquista dell’Eliseo. La mobilitazione dei partiti repubblicani, però, favorì la vittoria e conseguente riconferma di Jacques Chirac e, in un certo senso, l’appannamento dell’astro del fondatore del partito. Il crollo al 4,3% dei consensi sancì la necessità di una svolta, concretizzata con l’ascesa della figlia di Le Pen, Marine, alla guida del partito, che sarebbe divenuta effettiva nel 2011.

La Grande Recessione, le problematiche della Francia manifestatesi nell’aumento della disparità centro-periferia, l’inefficienza dell’Unione Europea nella risposta alla crisi e la delegittimazione del ruolo politico dell’Eliseo da parte dei fallimentari Sarkozy e Hollande ridiedero fiato al Front National, che beneficiò notevolmente della capacità di Marine Le Pen di rompere, coraggiosamente, la tolleranza interna verso i portatori di tesi estremiste e radicali, portando avanti una “pulizia” che aiutò considerevolmente all’immagine del partito.

In un clima di neo-poujadismo, il Front National catalizzò il consenso dei ceti rurali travolti dalla globalizzazione e della Francia profonda: nel 2012 Marine Le Pen sfiorò il 18% al primo turno del voto presidenziale, nel 2014 il partito superò il 24% nelle elezioni europee, divenendo la prima formazione di Francia e, nel 2017, la Le Pen ebbe la grande occasione di giocarsi l’accesso all’Eliseo con un programma di governo dettagliato, basato sulla scelta di campo antieuropeista e sulla volontà di rilanciare welfare e investimenti. Il secondo posto al primo turno e oltre 10 milioni di voti al ballottaggio non sono bastati, tuttavia, per superare Emmanuel Macron, lanciato da quella che è stata, probabilmente, l’ultima manifestazione di sostegno trasversale dei partiti tradizionali agli avversari del Front National.

Nel frattempo, Marine Le Pen si è inserita agevolmente nell’ondata populista che si è sviluppata in tutta Europa. Sin dal 2014, in particolare, è saldo l’asse con la Lega di Matteo Salvini, “allievo” più giovane della collega d’oltralpe che è riuscito a superarla entrando, nel 2018, nel governo italiano. La scelta di cambiare nome al partito è un’operazione di branding volta a riequilibrarne il posizionamento politico e renderlo più appetibile al tradizionale elettorato di centro-destra, sulla scia di quanto fatto in Italia da Salvini. Assieme alla Lega, il Rassemblement National si è presentato come il principale cavallo di battaglia del blocco “sovranista” che punta a scardinare gli assetti comunitari alle prossime elezioni europee e a fare ponte verso i partiti conservatori, primo fra tutti Fidesz di Viktor Orban.

Le Europee del 2019 hanno visto il Rassemblement confermarsi come primo partito nella consultazione francese: con quasi 5,3 milioni di voti e il 23,31% dei consensi la destra sovranista ha superato di un’incollatura la coalizione centrista guidata da La Republique  En Marche, la formazione del presidente Macron, arrivata al 22,42%.

Dal 2019 in avanti, tuttavia, la proposta del gruppo Identità e Democrazia di plasmare un nuovo polo a destra a Strasburgo si è scontrata con l’ostracismo imposto ai sovranisti dal gruppo popolare e dalla competizione dello schieramento dei Conservatori e Riformisti. La presenza nel gruppo di formazioni problematiche come Alternative fur Deutschland si univa alla difficoltà della Le Pen di togliere dal Rassemblement lo stigma di “impresentabile”.

In particolar modo, la Le Pen e il suo partito hanno visto i propri consensi fortemente vincolati all’attività di un’ala movimentista, conservatrice e identitaria guidata dalla nipote della candidata alla presidenza, Marion Marechal, spesso critica di tentativi di svolta moderata operati dalla Le Pen.

Tra il 2018 e il 2020 il Rassemblement National ha tentato di egemonizzare le istanze proposte dal movimento protestatario dei Gillet Gialli, espressione di una Francia profonda e periferica che ha mostrato critiche verso le dimenticanze del centro metropolitano e proposte come le ecotasse messe in campo da Macron.

Parallelamente, è apparso sempre più attivo in seno al Rassemblement un movimento politico-culturale teso ad aprire il partito verso istanze più moderate e a svecchiare il discorso aprendo a una lettura in chiave identitarie di questioni come la rivoluzione green e la transizione ecologica. La pandemia di Covid-19 ha inoltre rafforzato la postura critica del partito verso una presidenza ritenuta troppo slegata dalle vere istanze della popolazione francese. L’ecologismo “identitario” dei sovranisti si unisce all’analisi politica sulla polarizzazione centro-periferia, raccontata dal geografo Christope Guilluy nel suo saggio del 2014 La France périphérique, in cui l’autore parla, approfonditamente, dell’esistenza di una spaccatura gravissima e sempre più profonda che sta lacerando il Paese, dividendolo in aree metropolitane e, appunto, provincia.

La sfida dell’istituzionalizzazione non è stata però facile. L’anno della pandemia ha messo in evidenza l’assenza di un reale radicamento operativo del Rassemblement, trovatosi impossibilitato a incidere su diverse decisioni concrete. E il 2020 e il 2021 sono stati caratterizzati da risultati contraddittori per la formazione sovranista.

Nel giugno 2020 alle elezioni amministrative il partito di Marine Le Pen ha colto un risultato storico conquistando la città di Perpignan, nei Pirenei Orientali, in un derby interno alla destra. Perpignan è stata la prima città di più di 100mila abitanti a essere amministrata da un esponente del Rassemblement national, che alla carica di sindaco ha eletto Louis Aliot, ex compagno di Marine Le Pen, capace di prevalere al ballottaggio sul sindaco uscente di destra Jean-Marc Pujol che era al potere in città dal 2009. Aliot, presentatosi con una lista civica senza simboli di partiti, ha dimostrato il radicamento territoriale del Rassemblement.

Nel 2021, invece, le elezioni amministrative hanno segnato una retrocessione del partito nelle regioni francesi storicamente fonte di consensi per il partito: in particolare, la Provenza e il Nord-Passo di Calais in cui il Rassemblement è sempre stato competitivo hanno segnato una rimonta dei Repubblicani redividi e pronti a riprendere il timone della destra. La leadership della Le Pen è stato pertanto messa da molti in discussione e a destra molti esponenti del partito hanno inziato ad ammiccare a un potenziale cambio della guardia puntando su Eric Zemmouril popolare polemista e giornalista cui tanti ammiccano perché presenti la candidatura all’Eliseo per il 2022. Una sfida che, a prescindere, sarà in salita per il Rassemblement. Ancora in difficoltà nel togliersi l’aura radicale che da tempo preclude l’accesso al governo ai sovranisti d’Oltralpe.