Samuel Huntington e il ritorno della Storia

Il Duemila avrebbe dovuto essere il secolo della fine della storia e della democratizzazione del mondo, e cioè del trionfo definitivo dell’unipolarismo e degli Stati Uniti, ma così non è stato. Si è rivelato, al contrario, il secolo delle emergenze, della grande rivolta del Sud globale, delle guerre etno-religiose, del terrorismo e del ritorno delle identità.

Qualcuno aveva intravisto, già negli adrenalinici Novanta del neonato momento unipolare, i semi dei grandi sconvolgimenti del Duemila. Benjamin Barber aveva preconizzato la terzomondizzazione del Nord globale. Hans Magnus Enzensberger aveva anticipato l’avvento delle guerre civili molecolari nell’opulento e sicuro Occidente. E a Samuel Huntington, le cui teorie sono state spesso mal interpretate – e continuano ad esserlo –, va riconosciuto il merito di aver previsto con largo anticipo alcuni fenomeni e processi poi effettivamente materializzatisi, dall’ascesa delle politiche civilizzazionali ai ritorni di fiamma dell’agenda mediorientale dell’Occidente.

Samuel Phillips Huntington nacque a New York City il 18 aprile 1927 in una famiglia benestante. Influenzato dal mestiere dei genitori, coinvolti nell’editoria, Huntington crebbe con la passione per la scrittura e per la lettura.

Curioso, studioso e con un’intelligenza sopra la media, ai livelli di bambino prodigio, Huntington all’età di soli di 23 anni entrò ad Harvard in qualità di professore dopo aver, rispettivamente, conseguito una laurea a Yale, servito nelle forze armate, ottenuto un master all’Università di Chicago e completato un dottorato ad Harvard.

Ad Harvard, incubatore di talenti, Huntington fece la conoscenza di un giovane Zbigniew Brzezinski, con il quale, dopo aver stabilito un rapporto di amicizia destinato a durare, si trasferì alla Columbia per via di dissapori con il corpo docenti. Qui, dal 1959 al 1962, ricoprì i ruoli di professore associato e direttore associato del prestigioso Institute of War and Peace Studies. Il richiamo di Harvard, però, era troppo forte: nel 1963, dopo aver ricomposto i dissidi che lo avevano spinto ad allontanarsi, vi fece ritorno – senza più abbandonarla.

Nel 1977, insieme a Warren Demian Manshel, Huntington fondò Foreign Policy, una rivista di relazioni internazionali destinata a diventare un punto di riferimento per politologi e decisori politici degli Stati Uniti. A quel punto, però, Huntington aveva smesso da tempo di essere un semplice prodigio: era ormai un autore affermato – The Soldier and the State (1957), Political Order in Changing Societies (1968) – ed un consulente ai cui servizi si affidavano la Commissione Trilaterale e la Casa Bianca.

Nel 1993, mentre gli Stati Uniti erano travolti dalla brezza inebriante del momento unipolare scaturito dall’implosione dell’Unione Sovietica, Huntington pubblicava un articolo controcorrente, su Foreign Affairs, dal titolo “The Clash of Civilizations?“.

Contrariamente all’opinione al tempo maggioritaria, emblematizzata dalla tesi della “Fine della storia” di Francis Fukuyama, Huntington era dell’idea il Duemila sarebbe stato il secolo di grandi sorprese geopolitiche e di nuovi scontri egemonici che avrebbero ostacolato l’ascesa dell’Occidente quale blocco unicamente ed efficacemente troneggiante sul mondo. Il politologo era convinto che l’Islam, in particolare, avrebbe procurato parecchi grattacapi all’agenda globale dell’Occidente.

Tra anni più tardi, sull’onda del dibattito generato – e non ancora terminato –, Huntington diede alle stampe un libro sviluppante nel dettaglio la propria visione del dopo-guerra fredda: The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (in Italia edito come Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale). Un libro che, per quanto mal interpretato e strumentalizzato – spesso per ragioni di partigianeria politica –, ha superato la prova della storia.

L’interesse economico continua ad essere il motore della storia, questo è fuori discussione, ma è innegabile che questo paragrafo di XXI secolo verrà ricordato negli annali per il ritorno in scena delle politiche identitarie, delle guerre culturali, dei conflitti e dei terrorismi etno-religiosi e delle dinamiche civilizzazionali.

Tesi di Huntington non era che le civiltà avrebbero sostituito integralmente gli interessi di stati e grandi corporazioni, ma che avrebbero assunto un ruolo significativamente più importante rispetto al Novecento. Una tesi più spiegabile attraverso esempi che a parole:

  • La Turchia avrebbe continuato a far parte della NATO soltanto formalmente, perché in verità all’inseguimento dell’antico ruolo di guida della umma e di ponte tra le civiltà;
  • La Russia, superata la grave crisi degli anni eltsiniani, avrebbe probabilmente modellato un panslavismo 2.0 allo scopo di non perdere del tutto l’influenza su Balcani ed Europa orientale. In questo contesto, Bielorussia, Serbia e Ucraina avrebbero giocato un ruolo centrale nell’agenda europea della Russia.
  • L’Ucraina, storicamente divisa dai punti di vista culturale, religioso e identitario, sarebbe potuta diventare un teatro di scontro tra i blocchi civilizzazionali, con epicentro la linea di faglia rappresentata dal Dnipro – muro di separazione naturale tra l’Ucraina occidentale e il Donbas.
  • In Latinoamerica si sarebbe potuto assistere alla rinascita di etno-nazionalismi, come quello indio, volti a ridurre l’occidentalità dei popoli;
  • Nell’Islamosfera sarebbero probabilmente scoppiate competizioni egemoniche per l’egemonizzazione della umma, cioè la comunità di musulmani, con Turchia, Arabia Saudita e Iran in prima fila in ognuna di esse;
  • La possibilità che sorgessero alleanze intercivilizzazionali tra blocchi ostili all’Occidente, ad esempio quello cinese e quello islamico, allo scopo di sfidarne l’egemonia globale.

Molto di ciò che Huntington aveva previsto si è avverato, incluso un altro scenario: il declino dell’Occidente. Declino che sarebbe stato accompagnato internamente dalla perdita di rilevanza dell’identità – esemplificata dalla secolarizzazione e dallo sdoganamento del melting pot – ed esternamente dalla sottovalutazione dei rischi dell’esportazione dei valori liberali, democratici e occidentali nel resto del mondo. Il dialogo in luogo della prevaricazione; questo avrebbe dovuto fare l’Occidente per evitare di magnetizzare ulteriore ostilità da parte del resto del mondo e scatenare, magari, una guerra tra civiltà.

Nel 1999, mentre gli Stati Uniti si imponevano come poliziotto globale intervenendo con assertività nella Iugoslavia in frantumi, Huntington reiterava la propria visione pessimistica circa il futuro dell’unipolarismo e del cosiddetto Progetto per un nuovo secolo americano.

In un altro articolo destinato a far discutere, The Lonely Superpower, Huntington spiegava che il nuovo secolo non avrebbe comportato soltanto la riscrittura del sistema internazionale su linee civilizzazionali, ma anche il superamento dell’unipolarismo a causa di un (molto) probabile, o meglio quasi certo, multipolarismo.

Per certi versi, spiegava Huntington, l’epoca unipolare era già terminata – ed una sui generis, cioè uni-multipolare, era cominciata. Perché un unipolarismo perfetto avrebbe implicato l’esistenza di una superpotenza in grado di risolvere ogni problema del sistema internazionale – cosa che gli Stati Uniti né potevano né volevano fare. Per di più, ammoniva il politologo, ogni tentativo di raggiungere un unipolarismo perfetto avrebbe avuto come risultato un aumento degli sforzi da parte delle potenze regionali di accelerare la transizione verso il multipolarismo.

Gli Stati Uniti sarebbero rimasti nei libri di storia come la prima, unica e ultima superpotenza globale della contemporaneità, ma nessuno sforzo imperiale, per quanto esteso e continuativo, avrebbe potuto impedire l’ascesa di un multipolarismo integrale. Dopo due decenni di uni-multipolarismo, cioè più o meno entro gli anni Venti, avrebbe avuto inizio l’epoca multipolare – Huntington ne era certo. E la storia, fatti alla mano, gli sta dando ragione.