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Sadat, l’esercito privato di Erdogan

Ogni grande potenza meritevole di tale titolo ha a propria disposizione degli eserciti paralleli, rispondenti unicamente al comando dello stato profondo e attivabili al momento della necessità. Necessità che possono essere la sedazione di una grave insurrezione, l’annientamento di una o più quinte colonne e/o la neutralizzazione di un colpo di stato in divenire.

Questi eserciti ombra possono essere delle compagini private, come il Gruppo Wagner o l’Academi (ex BlackWater), oppure delle organizzazioni guerrigliere e/o terroristiche che, dietro il paravento del denaro – come nel primo caso – o della battaglia ideologica – come nel secondo caso –, combattono per conto di una capitale e sono fedeli ad una sola bandiera. E questi eserciti alternativi, talvolta, possono assumere le fattezze di veridici stati paralleli la cui esistenza è nota ad una cerchia ristrettissima di persone – in Italia è celebre il caso di Gladio.

Nel caso della Turchia, una delle potenze più aquiline e incomprese dell’era contemporanea, le armate che difendono fondamenta e mura dell’ordine erdoganiano sono diverse, variegate e risultano accomunate da un elemento: la temibilità. Perché queste armate sono i Lupi Grigi del Partito d’azione nazionalista di Devlet Bahceli, i narcotrafficanti stanziati tra America Latina e Asia centrale, i padrini del crimine organizzato come Alaattin Cakici, l’Organizzazione di Intelligence Nazionale (MIT), una galassia di sigle e movimenti appartenenti all’islam politico e al jihadismo – dalla Fratellanza Musulmana all’Esercito Siriano Libero – e la Sadat, una compagnia militare privata che sta svolgendo un ruolo-chiave nell’espansione di Ankara tra Africa e spazio post-ottomano.

Sadat, acronimo di Uluslararası Savunma Danışmanlık İnşaat Sanayi ve Ticaret, è un’agenzia privata turca operante nei settori della consulenza e dell’addestramento militare. Fondata nel febbraio 2012 dall’ex generale Adnan Tanriverdi, Sadat ha sede a Istanbul ed è la più grande realtà di questo tipo della Turchia.

Unica nel suo genere per servizi erogati – introduzione delle retrograde forze armate afro-arabo-islamiche alle arti della guerra convenzionale, non convenzionale e ibrida – e missione statutaria – nasce allo scopo di favorire l’unità dei popoli islamici a mezzo di una circolazione di conoscenze in ambito militare –, Sadat può essere considerata una delle più emblematiche e potenti espressioni del pensiero sempreverde di Necmettin Erbakan, il mentore di Recep Tayyip Erdoğan. Tanriverdi, invero, è noto per essere stato una delle vittime eccellenti delle purghe anti-islamiste del 1997, ovverosia quelle che sarebbero costate la presidenza ad Erbakan.

Concepita per favorire l’unità dei popoli islamici – da intendersi come unità al di sotto della mezzaluna e stella turca – e fondata da un fedelissimo del defunto Erbakan – Tanriverdi –, non sorprende che Sadat sia divenuta la longa manus di Erdoğan sin dalle fasi immediatamente successive all’istituzione. Una longa manus che lo ha supportato in maniera determinante sia a livello domestico – ad esempio nella lotta contro i decadenti custodi della Costituzione – sia a livello internazionale – in particolare nel consolidamento dei rapporti bilaterali con tutti quei Paesi al centro dell’agenda estera erdoganiana per ragioni di neo-ottomanesimo, panturchismo e panislamismo.

In Africa sta avendo luogo una nuova corsa tra le grandi potenze del pianeta, che ricorda da vicino l’originale dell’Ottocento, e la Turchia figura tra i partecipanti. Stanziata dal fu posto al Sole dell’Italia allo spazio lusofono, passando per Sahel e Tripolitania, la Sublime Porta ha potuto piantare la propria bandiera dal Mediterraneo a Capo di Buona Speranza grazie ad una sfaccettata strategia espansionistica a base di cooperazione allo sviluppo, esportazione dell’islam, commercio e affari militari. E la delega agli affari militari, come è intuibile, è stata data alla Sadat.

La società di consulenza e centro studi ha cominciato ad operare nel continente nero nel 2013, cioè ad un solo anno di distanza dalla fondazione da parte di Tanriverdi, riuscendo progressivamente a costruirsi la nomea di erogatrice di servizi vitali nell’epoca delle guerre senza limiti e dell’instabilità perenne, quali sono ad esempio la formazione delle forze di sicurezza alle minacce ibride, l’introduzione ai combattimenti non convenzionali e la raccolta di intelligence.

Fare ingresso nel continente è stato relativamente facile. Perché la Turchia – che è legata a più di 35 nazioni africane da accordi di cooperazione bilaterale –, quando conclude un affare nella sfera della consulenza militare, trova sempre il modo di ritagliare dello spazio al suo interno per la Sadat. Un trattamento preferenziale che ha permesso alla compagnia di Tanriverdi di estendere i propri tentacoli dall’Anatolia ad ogni angolo dell’Africa, in particolare in teatri-chiave come Libia – dove ha addestrato i soldati e formulato la strategia militare di Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj , Sudan, Uganda, Ciad e Costa d’Avorio.

Africa a parte, la presenza di Sadat è stata segnalata in Siria – dove fornirebbe supporto diretto (combattenti) ed indiretto (addestramento e consulenza) all’Esercito Siriano Libero, allo Stato Islamico e al Fronte Al Nusra –, nelle Terre Palestinesidove armerebbe e suggerirebbe Hamas – e persino in Germania – dove aiuterebbe l’Organizzazione di Intelligence Nazionale a condurre operazioni coperte e spionistiche.

Sin dai primordi, come evidenziato dal caso del coinvolgimento libico, la Sadat ha avuto un ruolo di primo piano nella gestione del paragrafo militare dell’agenda estera turca, rivelandosi una potente longa manus al servizio di Erdoğan. Una vicinanza, quella della Sadat al presidente turco, che le è valsa il soprannome di “esercito ombra di Erdoğan”.

I fatti successivi alla fondazione, a partire dall’ingresso in Libia, hanno corroborato e dato fondamento concreto all’associazione Sadat ed esercito parallelo. Perché questo ente, più che un think tank ibrido, assomiglia ad una contro-istituzione creata appositamente per salvaguardare l’ordine erdoganiano dalla minaccia kemalista. Una natura ed uno scopo di cui ha dato prova la sera del 15 luglio 2016, quando i soldati di Tanriverdi, sigillando luoghi-chiave come ponti e strade strategiche e combattendo fisicamente i golpisti, avrebbero giocato un ruolo decisivo nell’impedire il rovesciamento di Erdoğan.

Non è una coincidenza che Tanriverdi, ad un mese dal golpe, fosse stato chiamato da Erdoğan a ricoprire la funzione di consigliere capo militare della presidenza. Un ruolo che l’ex generale ha ricoperto fino all’anno scorso, quando ha rassegnato le dimissioni a causa di una marea di polemiche sollevata da alcune sue dichiarazioni relative all’impegno della Sadat nell’accelerare la venuta del Mahdi (ndr. figura messianica dell’escatologia islamica associata alla fine dei tempi).

Dichiarazioni, quelle di Tanriverdi, che debbono essere riportate per una ragione molto semplice: contribuiscono alla composizione del puzzle turco. Perché non si può capire il fenomeno Erdoğan prescindendo dal contesto generale, ignorando il fatto che il kemalismo è stato un corpo ideologico importato ed implementato con la coercizione e che le direttrici storiche dello stato-civiltà Turchia sono eterne ed immutabili, al di là della forza al potere. Direttrici che Erdoğan ha saputo incanalare egregiamente all’interno di un calderone eterogeneo, eppure coerente, con il supporto di visionari come Tanriverdi, che leggono ed interpretano la storia e le relazioni internazionali in un’ottica escatologica – similmente al Vaticano, agli Stati Uniti e ad Israele –, vedendo nella politica estera un mezzo per un fine. Fine che non è (soltanto) la grandezza dello Stato, ma è la messa in sicurezza della nazione in previsione dell’imminente Fine dei tempi.

Un fine, quello di Tanriverdi ed Erdoğan, nel quale i nostalgici dell’Impero, i combattenti del Jihad e i fondamentalisti islamici credono realmente. Un fine che parla della venuta del Mahdi, della città di Dabiq – la possibile sede dell’Armageddon presente sia nella propaganda erdoganiana sia in quella dello Stato Islamico – e del sogno recondito di una umma unificata che, capeggiata dalla Sublime Porta, muova guerra ad Israele, cacci l’Occidente dal dār al-Islām e catalizzi l’avvenire di un sistema internazionale islamo-centrico.

Un sogno, quello del mondo islamico guidato (di nuovo) dai Sultani di Turchia, che la Sadat aveva ribattezzato l'”esercito dell’islam” alcuni anni fa – dotandolo di una struttura rifinita nei minimi particolari –, convincendo Erdoğan a sponsorizzarlo in sede internazionale, cioè tra i membri dell’Organizzazione di Cooperazione Islamica, come un’alternativa valida alla dibattuta “Nato araba”.

L’idea di un grande esercito islamico, all’epoca, non aveva avuto il successo sperato: soltanto la Malesia aveva accolto con favore il progetto, mentre il Pakistan aveva mostrato un certo interesse. L’appoggio dei due Paesi, comunque, era stato sufficiente a persuadere Ankara della fattibilità di una triangolazione georeligiosa con Islamabad e Kuala Lumpur funzionale a ribaricentrare il cuore della civiltà islamica dall’arabosfera all’Asia inoltrata, indi a ridurre il potere e l’influenza di rivali storici come Il Cairo, Riad e Abu Dhabi. Triangolazione che, effettivamente, Erdoğan ha poi proceduto a foggiare, a riprova dell’importanza rivestita da Sadat nella formulazione della politica estera turca.