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Russia Unita, tra Putin e putinismo

Russia Unita, spesso e volentieri, viene indicata come il “partito di Putin”. Un’affermazione che contiene sicuramente del vero, perché Vladimir Putin è colui al quale si deve la nascita del partito, ma che è al tempo stesso erronea. Perché Russia Unita, più che il partito di Putin, è il partito del putinismo.

Russia Unita è l’evoluzione naturale di Unità, un blocco rispondente allo Stato profondo e fondato allo scopo di competere contro Patria di Yuri Luzhkov alle elezioni legislative del 1999. I guardiani del Cremlino erano stati testimoni dello scoppio dell’anarchia con Boris Eltsin, che avrebbero detronizzato di lì a breve, e temevano che l’eventuale vittoria di Luzhkov avrebbe potuto peggiorare ulteriormente le cose.

Non Eltsin, che sarebbe stato destituito entro fine anno, ma nuovi personaggi avrebbero dovuto rappresentare Unità, trasformandolo nel partito della sicurezza e dell’affidabilità agli occhi dell’opinione pubblica. Personaggi come Sergej Shoigu, al quale fu affidata la guida del partito, e come Putin, de iure indipendente ma de facto portabandiera del partito.

L’operazione Unità, alla fine, avrebbe avuto successo: il partito dello stato profondo terminò la corsa elettorale in seconda posizione, dietro ai comunisti di Gennady Zyuganov – con una differenza di un solo punto percentuale: 24,3% contro 23,3% – ma davanti ai nazionalisti di Luzhkov – fermi al 13,3%.

A quel punto, complice l’imminente fuoriuscita di Eltsin e l’ascesa di Putin, Unità avrebbe avanzato un’offerta irrefutabile all’ex rivale Patria: fusione in ottica di spartizione del potere e di esclusione dei comunisti dall’esecutivo. Luzhkov, intravista e colta la rilevanza dell’opportunità, avrebbe accettato la proposta, benedicendo, nel 2001, la firma dell’atto di nascita di Russia Unita.

Russia Unita ha egemonizzato in maniera quasi monopolistica il panorama politico russo fino alla prima metà degli anni Dieci del Duemila. Sono gli anni del miracolo economico, almeno fino alla crisi finanziaria globale del 2008, e della guerra del FSB al terrorismo dei separatisti islamisti del Caucaso settentrionale, che vale a Putin la fama di “duro”; una concatenazione dai risvolti positivi, fonte di benessere e sicurezza, che per il partito significa voti. Tanti voti.

Alle legislative del 2003, primo banco di prova elettorale dell’era Putin, Russia Unita ottiene un terzo del favore popolare: il 37,75% dei suffragi – ovverosia più della somma di tutti i voti ricevuti dai quattro successivi partiti. Vero zenit di Russia Unita, ad ogni modo, saranno le legislative del 2007, terminate con un fragoroso 64,3%.

L’elevata popolarità di Putin, il supporto unanime della stampa e l’adozione di politiche economiche e sociali a sostegno del benessere collettivo sono le principali ragioni del successo di Russia Unita. L’involuzione di Putin da stella a meteora, l’avvicinamento di segmenti influenti della stampa all’opposizione e agli oligarchi in esilio – propedeutica alla realizzazione delle prime inchieste giornalistiche contro la corruzione dilagante nelle file del partito – e l’avvento dell’austerità sono i motivi del declino. Un declino cominciato all’indomani della crisi finanziaria globale e divenuto più evidente e grave con lo scorrere del tempo.

Russia Unita continua ad esistere per due ragioni: è (ancora) il partito dello stato profondo, che fatica a trovare valide alternative, ed è il punto di riferimento di quella parte di elettorato che teme tanto un ritorno all’epoca eltsiniana quanto l’ascesa al potere dei comunisti e che vede in Putin una sorta di uomo della provvidenza.

Perdita di memoria storica – la lenta scomparsa di coloro che hanno vissuto l’Unione Sovietica –, ascesa di una nuova generazione – che non ha conosciuto l’anarchia eltsiniana – e diffusione di sentimenti antisistema – emblematizzati dall’emersione di figure come Aleksei Navalny – hanno poco alla volta ristretto l’utenza di Russia Unita, per la quale il periodo 2011-21 è stato il “decennio della recessione”.

È vero: Russia Unita, nel corso del decennio della recessione, ha terminato in prima posizione la principale gara elettorale, cioè quella legislativa, ma lo ha fatto segnando dei record discendenti – dal 64,3% del 2007 al 49,8% del 2021. E alivello regionale, invece, sono andate aumentando le sconfitte e le cessioni di terreno, o meglio di oblast, ai concorrenti comunisti.

Consapevole della disillusione e del malcontento serpeggianti nell’opinione pubblica, che in maniera crescente associa Russia Unita con la corruzione, Putin si è eloquentemente allontanato dal partito negli ultimi anni Dieci, o meglio ha smesso di esserne il portabandiera, investendo nella costruzione di una nuova immagine pubblica: autonomo e al servizio del popolo, non di un partito. Costruzione divenuta palese nel 2018, quando decise di competere per la presidenza come candidato indipendente.

Una nuova Russia va lentamente prendendo forma, e si schiuderà definitivamente nel dopo-Putin, e diversi elementi sembrano indicare che non vi sarà spazio per Russia Unita, espressione politica di una forza ideologica transitoria – il putinismo – che va esaurendo la sua funzione storica. Ma se e quando l’epopea del partito dello stato profondo avrà fine, sarà soltanto ed esclusivamente lo stato profondo a decidere.

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