Qual è il ruolo della Cina nell’accordo sul nucleare iraniano

La Cina fa parte delle potenze che hanno siglato l’accordo sul programma nucleare iraniano nel 2015. Ed è stata da subito fautrice dell’accordo per vari motivi, economici ma anche strategici.

Il ruolo della Cina nel dossier nucleare dell’Iran è stato per molti aspetti sottovalutato. In genere, è facile che si parli degli Stati Uniti, dei Paesi europei e della Russia. Ma della Cina sembra quasi dimenticarsene.

In realtà, la potenza cinese, anche per essere l’unica nazione totalmente asiatica che ha preso parte alla stesura del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), ha avuto e continua ad avere una sua importanza peculiare. Anche per la sua capacità di assumere un ruolo neutrale di fronte asi grandi conflitti che in questi decenni hanno incendiato il Medio Oriente, costruendosi pertanto una posizione di terzietà rispetto ad altre potenze.

Pechino non si è mai riconosciuta come nemica di Teheran, ma neanche come strenua alleata. E questo le permette, ancora oggi, di condurre una sua politica autonoma e incisiva. Non è una politica d’impatto immediato, ma a lungo respiro. E sul nucleare iraniano, è possibile scorgere tutte le linee guida della strategia del dragone.

Un simbolo della politica della Cina per ciò che riguarda il programma nucleare iraniano è il reattore di Arak.  Tra le varie clausole dell’accordo del 5+1, l’Iran accettò di riconfigurare il reattore di Arak, per ridurre la produzione annuale di plutonio a un livello minimo. Lo scopo, come ricordato dal vicepresidente iraniano Ali Akbar Salehi, era quello di “rimuovere le preoccupazioni” dei partner occidentali.

Per la riconfigurazione del reattore, il ruolo della Cina è stato essenziale. Il governo di Pechino assunse da subito l’impegno di guidare i lavori alla centrale nucleare allo scopo di far rispettare l’accordo all’Iran. Un aiuto concreto, tangibile, anche se meno mediatico di quello assunto da altre potenze. Ma essenziale, perché proprio in quel reattore, nel 2013, avvenne un’esplosione misteriosa che molti addebitarono all’opera clandestina del Mossad.

Questo è avvenuto nel 2017, con un accordo concluso dall’agenzia nucleare iraniana con la China national nuclear corporation. All’agenzia cinese è stato assegnato il compito di riprogettare quel reattore ad acqua pesante. Accordo ancora valido, ma che il ritiro degli Stati Uniti e le minacce dell’Iran di uscire dall’accordo, potrebbe far saltare.

Negli ultimi anni, la Cina è divenuta il principale partner economico e commerciale della Repubblica islamica dell’Iran. E non è un caso che il ministro degli Esteri Mohamed Zarif abbia fatto tappa a Pechino non appena Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Usa dall’accordo.

I rapporti tra i due Paesi sotto il profilo economico sono incentrati soprattutto su uno scambio. All’Iran interessa la tecnologia cinese e la possibilità che il gigante asiatico intervenga nelle sue infrastrutture. Alla Cina interessano gas e petrolio, di cui l’Iran è produttore.

In questa convergenza d’interessi, la posizione strategica dell’Iran a cavallo fra Estremo e Vicino Oriente è essenziale. La Nuova Via della Seta passa anche per il corridoio iraniano. Anzi, il Paese degli Ayatollah è fondamentale per la costruzione del progetto cinese. Sia a livello geografico sia a livello strategico. “Strappare” l’Iran agli interessi di Russia e India significa prendere una posizione di primo piano in tutto lo scacchiere dell’Asia centrale.

Per l’Iran, la Cina è fonte di capitali, investimenti e infrastrutture. Tre pilastri per un’economia che stava per tornare a essere florida grazie alla fine delle sanzioni americane e che adesso, con il nuovo corso di Donald Trump, tornano a pesare come macigni. E Pechino è l’unica potenza economica in grado di garantire sostegno.

L’accordo sul nucleare iraniano e la volontà di rispettarlo rappresentano due elementi chiave anche del confronto fra Cina e Stati Uniti.

La potenza cinese si contrappone agli Stati Uniti nella visione del mondo. Sono due imperi che si ostacolano a vicenda. Con la Cina che, come potenza asiatica, vede le attività americane come motivo di destabilizzazione all’esterno dei suoi confini. E proprio quando sta cercando di espandersi.

Il 5+1 del 2015 ha rappresentato un trattato multilaterale importante perché prevedeva il contributo di tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Cina e Usa hanno dialogato e avuto modo di arrivare a un compromesso. Ma se per gli Stati Uniti l’Iran nucleare era una minaccia, per la Cina era un modo per entrare pienamente nelle dinamiche mondiali.

L’uscita di scena dell’America ha fornito un aiuto a Xi Jinping per dimostrarsi un leader più coerente e affidabile di tutte le amministrazioni statunitensi. A Washington è bastata un’elezione per ribaltare la politica sull’Iran. Pechino, al contrario, contrappone una strategia a lungo termine che rimane solida e coerente con se stessa. La globalizzazione in chiave cinese passa anche da queste caratteristiche del governo di Xi. E il nuclear deal sull’Iran è servito a dimostrarlo.

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