I rapporti tra Italia e Libia dall’Unità fino ai giorni d’oggi

Un rapporto quasi inscindibile per non dire, a volte, anche simbiotico: sono tanti i motivi che legano l’Italia alla Libia e viceversa, a partire dal posizionamento nel Mediterraneo dei due Paesi di fatto dirimpettai. Ma in realtà questo rapporto tra le due sponde del Mare Nostrum, in epoca recente, è possibile farlo partire da un evento che ha influenzato indirettamente l’orientamento della politica estera italiana in Africa: nel 1881 la Francia occupa la Tunisia, Paese con cui il neonato Regno d’Italia aveva stretto già nel 1868 importanti accordi preludio se non di una colonizzazione, quanto meno dell’inizio di un’era di grande influenza di Roma su questo spicchio d’Africa. Lo schiaffo francese di Tunisi, ha quindi spinto l’Italia ad intentare politiche colonialiste poco più ad est, lì dove Tripolitania, Cirenaica e Fezzan assieme, poco più tardi e proprio su impulso italiano, formeranno la Libia. La colonizzazione del paese è partita nel 1911 ed ha ricevuto importante impulso durante il ventennio mussoliniano: la perdita della Libia a causa della sconfitta nella seconda guerra mondiale, non ha però scalfito, nel bene e nel male, l’importanza dei rapporti tra Roma e Tripoli.

L’evento certamente più importante che riguarda la storia contemporanea della Libia, è il colpo di Stato che il 1 settembre 1969 ha portato il colonnello Muhammar Gheddafi al potere. Il rais, nel corso di diverse interviste, ha spesso mostrato una ferita posta lungo il suo braccio destro provocata da una mina italiana a Sirte, quando lui da bambino giocava con alcuni suoi cugini. Basta questo per comprendere come, per Gheddafi, l’Italia sia stata di fatto un’autentica ossessione. Come racconta Michela Mercuri nel suo libro “Incognita Libia”, il 5 maggio del 1971 si è tenuto a Tripoli il primo incontro tra Gheddafi ed un rappresentante del governo italiano: si trattava, nello specifico, di Aldo Moro il quale è stato costretto, durante tutto l’incontro, a guardare dal basso verso l’alto il rais poiché quest’ultimo non è mai voluto scendere dal cavallo.

Gesti simbolici, come quello del 2009 quando, atterrato a Ciampino per una visita di Stato, Gheddafi è sceso dall’aereo con sul petto una foto che ritrae l’eroe della resistenza libica anti italiana, Omar Al Mukhtar; gesti, per l’appunto, che evidenziano un rapporto contraddittorio: da un lato, un forte risentimento per il periodo coloniale, dall’altro un rapporto esclusivo sviluppatosi specialmente durante gli ultimi anni di governo del rais. Nel 1970 Gheddafi ha espulso tutti gli italiani dal Paese, proclamando anche la “giornata dell’odio” contro il periodo coloniale; ma già nel decennio successivo tra Italia e Libia i rapporti sono intensi specialmente sotto un profilo economico: Roma ha bisogno del petrolio del suo vicino e Tripoli della tecnologia dell’allora quinta economia mondiale. Non è un caso che il 15 aprile 1986 è stato proprio il presidente del consiglio italiano, Bettino Craxi, ad avvisare Gheddafi dell’imminente raid americano su Tripoli permettendogli, in tal modo, di fuggire e salvarsi la vita.

Nel 2004 è stata anche la mediazione italiana a permettere l’uscita dalla Libia dalla lista dei Paesi sanzionati, da allora i rapporti commerciali tra le due sponde del Mediterraneo si sono fatti sempre più intensi: energia, petrolio, gas, ma anche investimenti, infrastrutture e forniture militari, sono questi gli elementi messi sul piatto degli intensi scambi tra Roma e Tripoli. “Sa se qualcuno, a livello internazionale, è geloso di questo rapporto esclusivo tra Italia e Libia?”, ha chiesto il giornalista Giovanni Minoli proprio nel 2004 a Gheddafi, il quale senza indugi ha confermato invidie internazionali da più fronti.

L’apice di questo avvicinamento verso rapporti privilegiati tra Roma e Tripoli, si è avuto il 30 agosto 2008 quando, nella città di Bengasi, è stato firmato il “trattato di amicizia” tra Italia e Libia: il documento, ratificato dal nostro paese il 6 febbraio 2009, è stato considerato da Gheddafi come la “pietra miliare” per la chiusura definitiva dei conti con il passato coloniale. L’Italia, in particolare, si è impegnata a pagare 250 milioni di euro per vent’anni alla Libia come compensazione del suo passato coloniale, in cambio il paese africano ha aperto le porte ad un partenariato tra le due nazioni volto a favorire investimenti delle imprese italiane. Dalla costruzione delle infrastrutture, passando ovviamente per gli interessi dell’Eni su gas e petrolio, fino a programmi da applicare in diversi settori commerciali: l’incidenza delle aziende dell’Italia sull’economia libica ha iniziato a rappresentare una costante importante tanto per il nostro Paese, quanto per quello africano.

Ma non solo: con il trattato, la Libia si è impegnata anche a fermare il flusso di migranti verso le coste italiane, con Roma che ha iniziato ad addestrare la marina locale ed a rifornirla di mezzi ed armi. Il flusso di migranti è in effetti stato ridotto quasi a zero negli anni compresi tra il 2009 ed il 2010. Di fatto, sia Gheddafi che Berlusconi, i due leader che hanno spinto per il trattato, hanno potuto trarre complessivamente giovamento dal documento firmato assieme a Bengasi.

Perdere un governo con cui sono stati stretti rapporti così privilegiati, è stato per l’Italia indubbiamente un danno: l’intervento aereo della Nato, che nel 2011 ha favorito i cosiddetti “ribelli” ed ha permesso la fine umana e politica di Gheddafi, ha consegnato al nostro paese uno Stato nei fatti fallito e senza più vere istituzioni a pochi chilometri da casa. Non solo i danni economici per imprese ed aziende italiane dovuti alla guerra, ma anche il danno politico di non avere più a Tripoli un governo in grado di proseguire i rapporti privilegiati con Roma. Il governo Berlusconi nel 2011 si è trovato dinnanzi ad una scelta difficile: all’Italia non conveniva certo la destituzione di Gheddafi, ma dall’altro lato quando è divenuta chiara l’intenzione della comunità internazionale di procedere con i raid contro il colonnello, per Roma lo spauracchio era quello di rimanere completamente tagliata fuori dal futuro della sua ex colonia. Per cui si è deciso di appoggiare l’intervento Nato, con l’obiettivo di limitare i danni ed evitare ulteriori problemi alle più importanti aziende presenti nel paese, Eni in primis.

Oggi la situazione, a sette anni di distanza, è sotto gli occhi di tutti: la Libia è in preda all’instabilità, che favorisce tra le altre cose la partenza di un flusso massiccio di migranti e lo spettro dell’avanzata di gruppi jihadisti. Pur tuttavia, la situazione per quanto riguarda la presenza italiana, non è del tutto compromessa: il nostro paese è stato il primo occidentale a riaprire un’ambasciata a Tripoli, è presente sul campo con trecento uomini a Misurata ed anche se appoggia il governo di Al Serraj (nato dagli accordi mediati dall’Onu di Skirath) intrattiene rapporti anche con altri attori dello scacchiere libico. L’obiettivo dell’Italia sembra per adesso essere quello di porre le basi affinché, in futuro, a prescindere dall’assetto che avrà la Libia il nostro paese possa quanto meno difendere i propri interessi più importanti, a partire da quelli energetici.

Il futuro della Libia appare comunque indefinito: l’errore compiuto dall’occidente nella sua interezza di far cadere Gheddafi, viene pagato a caro prezzo e soprattutto da chi, come l’Italia per l’appunto, aveva lì alcuni dei più vitali interessi politici ed economici. Roma inoltre deve guardarsi le spalle da Parigi: la Francia, che con Sarkozy ha maggiormente premuto per l’avventura libica, cerca di scalzare l’Italia dal suo ruolo storico nel paese. Non belle notizie per il prossimo governo, a prescindere dal suo colore; sono due infatti le priorità: cercare di bloccare il flusso di migranti per ragioni sia di sicurezza che di sostenibilità del sistema dell’accoglienza, così come impedire alla stessa Francia di togliere a Roma lo scettro di paese mediterraneo maggiormente proiettato verso la Libia.