Tutto quello che c’è da sapere sul programma nucleare dell’Iran

Scrivere la storia del programma nucleare iraniano significa raccontare la storia di un Paese che in più di 70 anni ha visto susseguirsi momenti drammatici come colpi di Stato, rivoluzioni, guerre e repressioni.

Quattro anni dopo il golpe che depose Mossadeq, organizzato dagli Stati Uniti per permettere il ritorno dello scià, Washington e Teheran firmano un accordo di cooperazione per l’uso civile dell’energia atomica: era il 5 marzo del 1957. Il trattato prevedeva la fornitura di tecnologia – non coperta da segreto – per la costruzione di un reattore di ricerca con finalità di sviluppo nel campo energetico e medico. Era anche prevista, oltre alla cessione di informazioni sulla sicurezza del personale e degli impianti, la vendita di una certa quantità di U-235 (6 kg arricchito al 20%) sufficiente per l’iniziale funzionamento e ricarica di quello che sarebbe diventato il primo reattore iraniano.

Nel paragrafo b dell’articolo IX del trattato si legge esplicitamente che nessun tipo di materiale fornito in seno all’accordo dovrà essere utilizzato per la costruzione di armamento atomico o per ricerche e sviluppo di tecnologie ad esso correlate. Queste clausole rientravano nella politica del presidente Eisenhower chiamata “Atoms for Peace”, ovvero la diffusione di tecnologia atomica a diversi Paesi nel mondo (tra cui India, Pakistan e Israele) con la speranza che il suo utilizzo pacifico ne precludesse quello di tipo militare.

L’anno seguente, anche come diretto effetto del trattato, l’Iran entra nell’Aiea (Agenzia Internazionale Energia Atomica) nata nel 1957 e che oggi conta 169 stati membri.

Nel 1967 il primo reattore da 5 Mw, frutto dell’accordo di 10 anni prima, apre nel Campus di Teheran presso il Nuclear Research Center; reattore che è ancora in funzione a tutt’oggi.

Il 1968 rappresenta un’altra pietra miliare per la storia del nucleare iraniano con la firma del trattato Npt (Non-Proliferation Treaty) che ci porta direttamente agli anni ’70, quando lo Shah intraprende una campagna per estendere il programma atomico ed arrivare a produrre circa 23 mila Mw di energia in un periodo di 20 anni: era il 1974.

Teheran in quel periodo non guarda solo agli Usa ma bussa in Europa per stipulare accordi per la costruzione di nuove centrali: con la tedesca occidentale Kraftwerk Union avvia l’intesa per erigere due reattori da 1200 Mw a Bushehr ed altri due da 900 con la francese Framatome. Nello stesso periodo l’Iran investe l’esorbitante cifra di un miliardo di dollari in un impianto di arricchimento – sempre francese – detenuto dalla società Eurodif, un consorzio europeo, e comincia a sviluppare attività che riguardano tutto il ciclo dell’uranio, compresa l’attività di estrazione di quella poca quantità di minerale che possiede – a Saghand e Gchine – con l’impegno parallelo volto a costruire un secondo centro di ricerca a Isfahan.

E’ questo il periodo in cui gli Stati Uniti cominciano a temere di aver fatto un errore fornendo la tecnologia atomica a Teheran, credendo che possano, un domani, dotarsi di armi atomiche, e per questo cominciano a negoziare con lo Shah tutta una serie di limitazioni al programma nucleare, che però vengono rifiutate nel nome del diritto a dotarsi di energia atomica come un qualsiasi altro Stato sovrano.

Cinque anni dopo, nel 1979, la Rivoluzione Islamica che porta alla deposizione dello Shah e all’instaurazione del regime degli Ayatollah, ferma per un periodo di alcuni anni il programma atomico iraniano. Successivamente la guerra con l’Iraq contribuisce ulteriormente a dare un duro colpo alla ricerca atomica di Teheran sebbene, grazie all’aiuto della Cina, il centro di ricerca di Isfahan venga aperto nel 1984. I due reattori in costruzione a Bushehr, invece, vengono bombardati parecchie volte nel corso del conflitto e la tedesca Siemens, subentrata alla Kraftwerk Union, abbandona il progetto.

In questo particolare periodo è famosa l’affermazione dell’Ayatollah Khomeini in cui indicava la volontà di utilizzare gli impianti dismessi di Bushehr come depositi di grano.

Gli anni ’90 vedono rinascere i piani di sviluppo nucleare dell’Iran sotto la guida del presidente Rafsanjani. Con l’aiuto di Cina, Russia e Pakistan Teheran riesce a riprendersi dalla sanguinosa e dispendiosa guerra con l’Iraq e stipula protocolli d’azione – nel 1990 con Pechino e nel 1995 con Mosca – per la ristrutturazione e ultimazione delle proprie infrastrutture atomiche. Con la Russia, in particolare, concorda di portare a termine la costruzione dei reattori di Bushehr e di dotarsi di un impianto di arricchimento dell’uranio: secondo quanto riportato dall’Aiea tra il 1994 ed il 1995 l’Iran ha ricevuto parti per la costruzione di centrifughe per un valore complessivo di 3 milioni di dollari, che vanno a sommarsi ai 2 mila componenti che sono andati a costituire la prima serie di centrifughe dell’Agenzia Atomica Iraniana (Aeoi) presso il centro di ricerche di Teheran tra il 1985 ed il 1987.

Sempre nel 1994 l’Aeoi approva la costruzione di un impianto fondamentale per l’arricchimento dell’uranio ad Ardakan nella provincia di Yazd. Lì si produce quella che in gergo si chiama “yellowcake”, un concentrato di uranio che poi viene gasificato sotto forma di esafluoruro (UF6) che sarà poi a sua volta utilizzato nelle centrifughe per l’arricchimento. La costruzione dell’impianto di Ardakan è cominciata nel 1999 e nel 2003 Teheran ha ammesso l’effettiva produzione di questo particolare composto.

Nel 1998 gli Stati Uniti esprimono le proprie preoccupazioni in merito al programma atomico iraniano e si attivano ulteriormente attraverso canali diplomatici con Russia e Cina per cercare di limitare le cessione di tecnologia a Teheran. Già durante tutti gli anni ’90 Washington era riuscita ad evitare che l’Iran ricevesse integralmente il know how e le componentistiche per l’arricchimento dell’uranio, ma Pechino e Mosca sono venute incontro a questa esigenza a fasi alterne: ci sono prove infatti che la Cina abbia fornito progetti per la costruzione di un impianto di riconversione dell’uranio che si ritiene essere quello di Esfahan.

Il 14 marzo del 2000 il presidente Bill Clinton firma una legge che attua sanzioni verso quelle organizzazioni o persone fisiche che forniscono aiuto al programma nucleare iraniano segnando così il primo vero atto ufficiale in questo senso.

All’inizio del 2002 la produzione di uranio arricchito viene trasferita nel centro di Natanz in un sito pilota in cui ci sono mille centrifughe ma che nei progetti ne vedrà ospitare 50 mila, che produrranno uranio arricchito in una percentuale che va dal 3 al 5%. Il sito sarà rivelato a pubblico ad agosto dello stesso anno e visitato dall’Aiea a febbraio dell’anno successivo.

A maggio del 2003 il direttore del Aeoi, Gholamreza Aghazadeh, ammette che l’impianto di riconversione di Esfahan viene utilizzato per convertire la “yellowcake” in esafluoruro di uranio; l’annuncio arriva dopo che l’Aiea, a febbraio dello stesso anno, effettua un’ispezione delle installazioni atomiche iraniane proponendo a Teheran la firma di un protocollo per consentire future ispezioni più estese ed approfondite, ma questo viene rifiutato dagli Ayatollah.

Il 2003 è un anno cruciale per l’Iran. Ad agosto ispettori dell’Aiea annunciano al mondo di aver trovato nell’impianto di Natanz tracce di uranio altamente arricchito (idoneo quindi a costruire ordigni), ma l’Iran sostiene che si tratti di una contaminazione dell’equipaggiamento acquisito da altri Paesi. Nel frattempo si accorda per sottoscrivere una ulteriore clausola del trattato Npt che prevede la possibilità di effettuare ispezioni senza preavviso.

A settembre l’Aiea scopre che nel reattore sperimentale di Teheran è stato prodotto Polonio-210 tra il 1989 ed il 1993. Questo particolare isotopo radioattivo viene usato come detonatore nella fabbricazione degli ordigni atomici. La stessa Agenzia Internazionale afferma però che la quantità del radioisotopo è estremamente limitata.

L’arricchimento all’impianto pilota di Natanz viene sospeso, a novembre del 2003, grazie ad un accordo raggiunto con Uk, Francia e Germania, ma Teheran continua la sua fabbricazione di centrifughe e a dicembre dello stesso anno viene siglato l’accordo sulle ispezioni senza preavviso.

Nel frattempo la ricerca di reattori ad acqua pesante, in grado di produrre plutonio che si utilizza negli ordigni atomici, continua e Teheran annuncia, a maggio del 2003, il piano di costruzione per un reattore da 40 Mw (l’IR-40) nel sito di Khondab, non lontano da Arak. Reattore che utilizza l’uraninite (UO2) e che sarà costruito con l’aiuto della Russia. Quasi ultimato, in accordo con il trattato 5+1, l’Iran rende inoperativo il reattore tra il 2015 ed il 2016.

Nel 2004 Teheran annuncia di aver ripreso l’attività di produzione di centrifughe ma non quella di arricchimento, e l’anno successivo ricomincia con l’attività di conversione del minerale che era stata sospesa contestualmente con l’attività di arricchimento. Nello stesso tempo apre integralmente le porte del suo impianto di Isfahan all’Aiea che afferma che “non si tratta di un impianto di arricchimento”.

A luglio del 2004 fonti di intelligence riportate dall’Aiea affermano che Teheran avrebbe cercato di acquistare deuterio in forma gassosa dalla Russia. Questo particolare isotopo dell’idrogeno, in combinazione con un altro, il trizio, serve per aumentare la potenza degli ordigni a fissione trasformandoli in “fissione-fusione”. Fonti francesi riportano che l’Iran ha cercato anche di entrare in possesso di strumenti atti a condurre test atomici e simulazioni.

Nel 2006 Teheran riattiva anche il sito di arricchimento di Natanz, sostenendo che rientra nei termini dell’accordo raggiunto con l’Aiea, ed il Ministro degli Esteri – Manouchehr Mottaki – dichiara che, se il proprio Paese viene denunciato, il governo di Teheran si vedrà costretto a terminare parte della sua collaborazione con l’Aiea, a cominciare dalle ispezioni senza preavviso.

Il 4 febbraio del 2006 il presidente Ahmadinejad ordine la cessazione della cooperazione con l’Aiea. L’arricchimento dell’uranio a Natanz procede spedito per tutto il 2006 nonostante gli inviti dell’Aiea a cessare questo tipo di attività, così, il 23 dicembre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu all’unanimità vota la prima risoluzione che impone le sanzioni all’Iran, aprendo così la strada a un decennio di limitazioni economiche e commerciali che termineranno solamente con l’accordo Jcpoa, più comunemente detto “5+1”.

A marzo del 2007, a seguito di ulteriori rapporti dell’Aiea sull’attività di arricchimento iraniana, l’Onu approva la risoluzione 1747 che inasprisce le sanzioni internazionali congelando gli asset di 28 organizzazioni coinvolte nel programma nucleare e missilistico iraniano.

A giugno dello stesso anno il Ministro degli Interni – Mostapha PourMohamedi – annuncia che “adesso abbiamo 3 mila centrifughe nei nostri impianti e abbiamo 100 kg di uranio arricchito nei nostri depositi” aggiungendo che “abbiamo anche 150 tonnellate di materiale grezzo per produrre gas di uranio (UF6 n.d.a.)”.

A dicembre un rapporto dell’intelligence americana afferma che l’Iran avrebbe abbandonato il proprio programma di armamento nucleare nel 2003 e che non sarebbe in grado di riprenderlo prima del 2010/2015.

Nel 2008 l’Aiea ha presentato agli Stati membri un rapporto che evidenzia come l’Iran abbia continuato la sua ricerca di armamento atomico elencando 18 documenti che lo proverebbero. L’Iran bolla il rapporto come “fabbricato ad arte” e rifiuta contestualmente di aiutare l’Agenzia a investigare per provarne la validità negando l’accesso ai siti.

Il 21 settembre del 2009 viene scoperta l’esistenza di un ulteriore sito atomico iraniano nei pressi della base aerea di Qom. La struttura in questione è stata costruita interamente sottoterra per metterla al riparo da eventuali attacchi di precisione. Un mese dopo viene permesso agli ispettori dell’Aiea di visitare il nuovo sito atomico.

Ali Akbar Salehi – capo del programma nucleare iraniano – annuncia al mondo che l’Iran è autosufficiente nel campo dell’energia atomica e che può ora creare le barre di combustibile per le proprie centrali. E’ l’8 gennaio del 2011, e a settembre l’energia prodotta dall’impianto di Bushehr comincia a scorrere nella rete elettrica nazionale.

A settembre l’Iran cerca di accordarsi proponendo il pieno accesso agli ispettori dell’Aiea per 5 anni in cambio del termine delle sanzioni internazionali. E’ il primo tentativo di accordo da quando sono in vigore le sanzioni ma l’Unione Europea rifiuta sostenendo che prima l’Iran deve adeguarsi agli obblighi internazionali.

A novembre dello stesso anno l’Aiea rilascia un altro rapporto che contiene notizie dettagliate sullo sforzo iraniano di dotarsi di armamento atomico. Secondo il rapporto Teheran sarebbe in possesso di  tecnologia e know how che riguarda la modellizzazione al computer dei meccanismi di compressione ed implosione oltre ad aver effettuato dei test con esplosivo ad alto potenziale per analizzare gli effetti in questo senso. Con il supporto di uno scienziato russo, Vyacheslav Danilenko, avrebbe sviluppato un meccanismo di detonazione efficace e un sistema diagnostico per il monitoraggio degli esperimenti, e, fattore molto più preoccupante, un programma per dotare il missile Shahab-3 di un carico sferico in grado di incorporare tutta la tecnologia sin qui vista, quindi una prima testata atomica.

Nel 2012 l’Aiea conferma che l’arricchimento dell’uranio è cominciato anche nella struttura di Fordo, nel nord dell’Iran e poco dopo l’Ue annuncia l’embargo sul greggio e sui prodotti petroliferi iraniani. Il direttore del National Intelligence a gennaio afferma al Senato americano che non c’è nessuna prova che l’Iran stia costruendo una bomba atomica e il direttore della Cia, Petraeus, è d’accordo.

Il 25 maggio un rapporto dell’Aiea indica che i campioni ambientali raccolti a Fordo mostrano un livello di arricchimento dell’uranio del 27%, più alto quindi del precedente che era del 20.

18-19 giugno 2012. Si tiene il primo incontro del P5+1 a Mosca ma non viene raggiunto nessun accordo.

Il 20 gennaio del 2014   Behrouz Kamalvandi, portavoce del programma nucleare iraniano, afferma che l’Iran ha sospeso l’attività di arricchimento e parallelamente l’Ue annuncia la sospensione di alcune misure sanzionatorie per un periodi di sei mesi. Sempre lo stesso anno viene firmato un pacchetto di accordi con la Russia per la costruzione di otto nuovi reattori di cui i primi due nell’impianto di Bushehr.

Il 14 luglio del 2015 viene raggiunto l’accordo sul nucleare iraniano. Il  Joint Comprehensive Plan of Action prevede che l’Iran riduca di due terzi il numero delle centrifughe e limita l’attività di ricerca e sviluppo.