La crisi della Corea del Nord: cos’è e quali sono i protagonisti

Il 12 giugno prossimo a Singapore andrà in scena l’atteso vertice tra il presidente statunitense Donald Trump e il leader della Corea del Nord Kim Jong-un. Si tratterà di un evento storico, in quanto per la prima volta i massimi esponenti politici di Pyongyang e Washington si incontreranno per risolvere la crisi della penisola coreana, che da oltre un anno e mezzo è tornata a infiammare gli animi nella regione dell’Asia pacifica, centrale per la geopolitica planetaria.

Ma come si è arrivati a questo summit? Di seguito saranno riproposte le tappe salienti della crisi della Corea, dalle sue fondamenta storiche e ideologiche ai recenti sforzi per garantirne la risoluzione portati avanti dai principali leader interessati: oltre a Trump e Kim, il cinese Xi Jinping, il sudcoreano Moon Jae-in e il russo Vladimir Putin.

Sembrano oramai lontani nel tempo gli infuocati giorni dell’aprile 2017, caratterizzati dal rilancio dell’avventurismo nucleare e balistico della Corea del Nord, che ha avviato la fase decisiva di completamento della costruzione del suo arsenale nucleare attraverso lo sviluppo del necessario supporto missilistico, fatto che ha causato l’allarme nella comunità internazionale, il dispiegamento militare massiccio da parte degli Stati Uniti nella regione e il rilancio delle tensioni geopolitiche regionali.

Di fatto, in pochi mesi il regime di Pyongyang ha completato l’obiettivo che precedenti rivali degli Stati Uniti, come la Libia di Gheddafi e l’Iraq di Saddam Hussein, non sono mai riusciti a conseguire: un arsenale di armi di distruzione di massa capace di minacciare direttamente il dispositivo strategico-militare di Washington in Estremo Oriente e, al tempo stesso, di certificare l’inviolabilità del Paese. Mai nessuno Stato dotato di armi nucleari è stato, in passato, colpito da un’invasione militare. Il presupposto delle trattative è proprio legato al fatto che il completamento del deterrente nucleare consente a Kim di acquisire il potere contrattuale negatogli dalla comunità internazionale attraverso una scomunica de facto.

Il surriscaldamento geopolitico è stato accompagnato da un innalzamento inaudito delle tensioni diplomatiche, prima che le cancellerie dei Paesi coinvolti si mettessero al lavoro: la Corea del Nord ha a più riprese minacciato le  forze Usa schierate a Guam, mentre Trump nel suo discorso all’Onu del settembre scorso ha ammonito che una guerra avrebbe portato  all’annichilimento totale del suo sfidante.

Molto sottovalutato dai commentatori e dagli analisti è stato il background “ideologico” della strategia della Corea del Nord, che inserisce il possesso del deterrente atomico, nel quadro di una visione geopolitica fortemente inficiata dall’ideologia Juche, la dottrina ufficiale del Paese, elaborata nel 1955 dal fondatore della nazione Kim Il-Sung, di cui si parla in un’apposita analisi (Cos’è la Juche).

Fondata sulla contaminazione tra elementi del materialismo storico marxista-leninista e uno spiccato spirito autarchico, che si declina una dottrina strategica fortemente autonomista per quanto concerne il posizionamento della Corea del Nord nel contesto mondiale, la Juche incorpora tra i suoi capisaldi principali il  jaju (letteralmente “indipendenza”) e il jawi (“autodifesa”), presupposti essenziali per la compiuta affermazione del socialismo. Questi due capisaldi strategici sono rivolti contro possibili ingerenze tanto da parte di Washington quanto della Cina, a lungo “alleato riluttante” di Pyongyang.

Un primo passaggio fondamentale per l’allentamento delle tensioni tra la Corea del Nord e i suoi vicini è stato garantito dall’azione sotterranea ed efficace del presidente sudcoreano Moon Jae-in, che ha sfruttato l’occasione delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang per dare continuità ai propositi espressi nel corso della campagna elettorale che lo ha portato alla presidenza nel maggio 2017: rilanciare la Sunshine policy di diologo tra le due Coree, nella consapevolezza che un conflitto nella penisola sarebbe in primis devastante per i due Paesi confinanti e per un popolo che non ha mai cessato di considerarsi unito (Chi è Moon Jae-in).

Il 9 gennaio scorso  la Corea del Nord ha annunciato la sua partecipazione ai Giochi, nella cui cerimonia d’apertura le delegazioni di Pyongyang e Seul sono marciate compatte, fianco a fianco, innalzando il vessillo della Corea unita. Moon ha ricevuto la sorella del dittatore nordcoreano Kim Yo-jong portando allo scoperto un dialogo tra diplomazie e apparati di sicurezza che ha ribaltato la convinzione che il leader di Seul fosse, di fatto, vittima degli avvenimenti e schiacciato tra le roboanti dichiarazioni e le mosse di Kim e Trump.

Il fatto che Moon e Kim Yo-jong si siano stretti la mano di fronte a centinaia di milioni di persone ha mandato un messaggio forte: Moon è diventato, tra febbraio ed aprile, il perno di un gioco diplomatico ad ampio raggio in cui il leader di Seul ha potuto dettare l’agenda forte del capitale acquisito ai Giochi.

Il 27 aprile, Corea del Nord e Corea del Sud hanno, a braccetto, scritto la storia: Moon e Kim si sono incontrati a ridosso del villaggio di frontiera di Panmunjeom ostentando cordialità ed empatia reciproca, avviando la trattativa per i ricongiungimenti familiari bloccati dalla divisione del Paese, gettando le premesse per la conclusione di un trattato di pace entro la fine del 2018 e, soprattutto, intavolando discussioni concrete sulla denuclearizzazione.

L’incontro Moon-Kim ha avuto un seguito, meno pubblicizzato mediaticamente, a inizio giugno nel pieno del dibattito acceso dal momentaneo annullamento dell’incontro tra Donald Trump e il dittatore nordcoreano, deciso dal presidente statunitense. Segno che anche nel momento in cui la palla è passata ai giocatori di taglia superiore, le due Coree non intendono trasformarsi nuovamente in due universi separati.

Convitato di pietra a qualsiasi discussione che riguardi la Corea del Nord è senz’altro la Cina di Xi Jinping, potenza globale che ha nel Regno Eremita il suo estero vicino più problematico, un (ex) alleato profondamente scomodo ma, al tempo stesso, anche un utile cuscinetto che impedisce il realizzarsi dell’incubo strategico dei decisori di Pechino, ovverosia lo schieramento di truppe statunitensi a ridosso del fiume Yalu, a presidio di una Corea unita e filostatunitense.

Xi Jinping ha avuto interesse a giocare le sue carte nella mediazione con  Kim Jong-un per preservare la sua sfera di influenza geopolitica e, al tempo stesso, per tutelare la Cina dai rischi militari, sociali e umanitari che una guerra nella penisola coreana, con probabile collasso del regime del Nord incluso, avrebbe comportato.

Tra marzo e maggio Kim Jong-un si è recato due volte in Cina per dialogare con Xi Jinping. Al termine del secondo vertice, il dominus del partito comunista cinese ha affermato: “La Cina è disposta a continuare a lavorare con tutte le parti interessate e ad avere un ruolo attivo nel promuovere in modo completo il processo di risoluzione pacifica della questione peninsulare attraverso il dialogo e la realizzazione di pace e stabilità a lungo termine nella regione”. La denuclearizzazione della Corea del Nord è una priorità per Pechino: la Cina, in ogni caso, non è disponibile a barattare tale obiettivo con la concessione del totale controllo sull’agenda diplomatica a Washington.

Quando il 12 giugno Trump e Kim Jong-un si siederanno l’uno di fronte all’altro, dovranno aver presente con precisione obiettivi e strategie per capitalizzare al massimo l’occasione offerta dal vertice e non ridurlo a una mera photo-opportunity. Dovranno aver ben presente, al tempo stesso, il meticoloso lavoro diplomatico portato avanti tanto dal Segretario di Stato Mike Pompeo, che nel giorno di Pasqua ha messo piede per la prima volta a Pyongyang, quando dai responsabili degli apparati securitari del regime Juche, primo fra tutti  l’esperto generale 72enne Kim Yong-chol, ex dirigente dei servizi segreti nordcoreani che di recente ha incontrato Pompeo a New York.

Trump e Kim avranno la possibilità di discutere faccia a faccia della rivalità atavica tra Pyongyang e Washington e di affrontare, una volta per tutte, la questione della denuclearizzazione della penisola coreana dalla prospettiva di un capo di Stato che tratta con la sua controparte. Si tratta di un’occasione unica e potenzialmente irripetibile, ma non sarà che la prima tappa di un processo lungo e articolato.

In primo luogo, è bene ricordare che Stati Uniti e Corea del Nord hanno concetti diversi della stessa idea di “denuclearizzazione”, oggetto del summit: per Washington s’intende il disarmo atomico di Pyongyang, per il Regno Eremita invece questo dev’essere accompagnato da una revisione dell’assetto strategico statunitense in Corea del Sud.

Epicentro delle tensioni geopolitiche nell’Asia pacifica, la crisi legata alla corsa nucleare della Corea del Nord è entrata nella sua parte probabilmente più complicata: la fase della ricerca non tanto della soluzione diplomatica preferibile ma quanto della fiducia tra le parti in causa necessaria a avviare tali ricerche. 

Perché a questo in primo luogo sono serviti i summit che hanno coinvolto Kim e i leader della regione, a cui è presto destinato a aggiungersi Trump: mandare al mondo un messaggio di distensione a tutto campo dopo l’escalation verbale e materiale degli ultimi mesi, riaffermare il primato della politica e della diplomazia e, soprattutto, riconoscere la legittimità assoluta delle controparti come interlocutori legittimi. Senza questo passo in avanti fondamentale, non sarebbe stato possibile nessuno dei summit di cui abbiamo scritto, non avrebbe avuto senso organizzare l’incontro di Singapore del 12 giugno e, soprattutto, non ci sarebbero speranze per una trattativa a lungo termine che risolva le tensioni nella penisola coreana.