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Come si è arrivati alla guerra in Ucraina

Con il termine crisi ucraina si intende una serie di eventi scatenatisi a partire dal 2014, anno in cui a Kiev inizia una rivolta contro il governo guidato dal presidente Viktor Janukovich. Motivo del contendere è il posizionamento dell’Ucraina nel contesto geopolitico. Il capo dello Stato all’epoca in carica sembra virare verso una maggiore integrazione con la Russia e lo spazio ex sovietico, mentre i cittadini in piazza premono per entrare nell’orbita occidentale. Ne nasce una rivolta meglio nota come “rivoluzione di Maidan” (dal nome della piazza dove si tengono le maggiori manifestazioni) le cui conseguenze sono ancora oggi ben visibili.



 

In buona parte di tutto il Novecento, l’attuale territorio ucraino risulta parte integrante dell’Unione sovietica. All’interno dell’ex Repubblica socialista ucraina vengono situate alcune regioni a maggioranza russa, per esempio la Crimea, ceduta da Mosca a Kiev nel 1954 in occasione dei 300 anni di amicizia tra russi e ucraini. Ci sono poi alcune province nell’est del Paese abitate da russi o da persone di etnia ucraina ma russofone. L’appartenenza all’Urss e la presenza di zone a maggioranza russe rende difficile il cammino ucraino verso la promozione di una propria identità nazionale. Una situazione di poco mutata con l’indipendenza del 1991, proclamata sulla scia della fine dell’Unione sovietica. Cresce quindi, in seno a una parte della popolazione ucraina, un risentimento verso la Russia. Mosca peraltro viene accusata di avere sul Paese un’influenza molto forte sotto il profilo politico.

Tutto questo contribuisce, nel dicembre 2004, a una prima protesta antirussa e filo occidentale. Si tratta della cosiddetta “rivoluzione arancione”. Le manifestazioni sorgono a margine del ballottaggio nelle elezioni presidenziali tra Viktor Yanukovich e Viktor Yushenko. Quest’ultimo, ex governatore della banca centrale ed ex primo ministro, è promotore di una politica di avvicinamento di Kiev verso l’occidente. Dopo la sconfitta al ballottaggio denuncia brogli elettorali. Inoltre rende noto il tentativo di avvelenamento riscontrato dopo una cena a cavallo delle elezioni. Molti cittadini scendono in piazza in suo sostegno sia nella capitale che nelle altre grandi città.

La Corte Costituzionale riscontra alcuni brogli nei conteggi e impone la ripetizione del voto. Il 26 dicembre 2004, sull’onda del sostegno della piazza, Yushenko vince il ballottaggio e diventa nuovo presidente. A livello internazionale si assiste a una fase di tensione politica tra gli Stati Uniti, sostenitori del nuovo capo di Stato, e la Russia. Mosca in particolare accusa di ingerenza Washington ed è costretta a incassare un nuovo duro colpo nell’area ex sovietica. Nel 2003 infatti un’analoga rivoluzione ha già avuto luogo in Georgia, dove a vincere alla fine della protesta è un presidente filo occidentale. Le proteste ucraine del 2004 si possono infatti iscrivere nel novero delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, una serie di manifestazioni in Paesi ex sovietici dove prendono corpo gruppi contrari all’influenza russa.

Le promesse e le premesse della rivoluzione arancione non vengono però mantenute. L’Ucraina, durante gli anni di presidenza di Yushenko, non assiste a significativi passi avanti della propria economia e non avviene quella lotta alla corruzione promessa dal capo dello Stato. La rivoluzione arancione si spegne anche per le falle interne alla coalizione vittoriosa nel 2004, come testimoniato dall’abbandono del governo da parte di Julia Timoshenko, una delle più forti alleate di Yushenko. Il fallimento di questa esperienza politica è conclamato con le elezioni del 2010, vinte dall’ex sfidante Yanukovich.

Contrariamente alle aspettative, la politica di Yanukovich non appare da subito filo Mosca. Al contrario, Kiev prova a mantenere una equidistanza tra il Cremlino e l’occidente. Inoltre, già dal primo anno della sua presidenza, Yanukovich avvia trattative con l’Unione europea per la sottoscrizione di un trattato di libero scambio. Un accordo in procinto di essere firmato verso la fine del 2013. Ma il 21 novembre di quell’anno il presidente ucraino decide per un dietrofront. Kiev giudica onerose le condizioni per i prestiti da parte dell’Ue, le quali riguardano riforme politiche, strutturali e misure di austerità. Al contrario, il governo ucraino vede di buon occhio le condizioni russe per ottenere dei prestiti da 15 miliardi di dollari, ossigeno per un’economia sempre più in affanno. Mosca promette inoltre prezzi di favore per la vendita del gas. Da qui la svolta di Yanukovich, la cui amministrazione vira verso una maggiore integrazione con la Russia.

Questo però suscita le proteste di una parte della popolazione, soprattutto nelle regioni occidentali. A Kiev, in piazza Maidan, iniziano a radunarsi a partire dal novembre 2013 decine di manifestanti. Molti di loro, al fianco della bandiera gialloblu dell’Ucraina, sventolano anche quella dell’Ue. Ma ci sono anche gruppi che mostrano vessilli nazionalisti e di estrema destra. Al fianco quindi di rivendicazioni filo occidentali, si assiste all’emergere di rivendicazioni di carattere nazionalista, volte cioè al rilancio di un definitivo affrancamento dell’identità ucraina da quella russa. In questa fase le tensioni sono sì forti, ma raramente si assiste a scene di guerriglia. La situazione quindi appare sotto controllo per le autorità locali. A dicembre iniziano i primi veri guai per Yanukovich. Diversi edifici pubblici vengono occupati sia a Kiev che in altre grandi città occidentali, quelle dove le rivendicazioni nazionaliste appaiono più forti.

Un’immagine degli scontri in piazza Maidan

Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014 l’Ucraina sembra vicina a precipitare nel caos. La situazione viene tenuta a stento dalle forze di sicurezza, mentre si aprono trattative diplomatiche tra il governo e i manifestanti. A metà febbraio primi spiragli positivi. In cambio dell’uscita dai palazzi occupati da parte dei manifestanti, il governo promette il rilascio dei prigionieri arrestati nelle settimane precedenti durante i disordini. Il 17 febbraio 2014 viene ufficialmente varata l’amnistia. Quella che sembra la vigilia della riappacificazione nazionale ben presto però si trasforma nella vigilia della fase più acuta e violenta della crisi.

Nella capitale ucraina già da giorni compaiono bandiere rossonere. Sono quelle del movimento Pravyj Sektor, “Settore Destro” in ucraino. Si tratta di una formazione nazionalista di estrema destra capace, nel giro di poco tempo, di trasformarsi in un vero e proprio gruppo paramilitare. Questo anche grazie alle armi affluite da Leopoli e dalle regioni occidentali, bastioni del nazionalismo ucraino. Sono i rappresentanti di Pravyi Sektor il 18 febbraio a chiamare a raccolta centinaia di manifestanti. Si uniscono a loro altre sigle, ufficialmente più moderate, sia di associazioni che di sindacati. In piazza a Kiev quel giorno ci sono anche i militanti di Svoboda, altro partito di estrema destra e di ispirazione neonazista, presente dal 2012 in parlamento. È il segno di una estremizzazione della protesta. Il 18 febbraio, mentre la Camera è impegnata nell’approvazione delle modifiche costituzionale volte a diminuire i poteri del presidente, a Kiev scoppia una vera e propria guerriglia urbana.

Manifestanti da un lato e poliziotti dall’altro, supportati anche dalle unità speciali, si scontrano causando il primo bagno di sangue della protesta. I più facinorosi occupano per alcune ore la sede del Partito delle Regioni, la formazione di Yanukovich. Epicentro degli scontri è Viale Instytuts’ka, nel centro della capitale. I manifestanti sono armati di spranghe, sanpietrini divelti dalla strada, ma anche armi fatte affluire da fuori città. Di contro, la Polizia fa uso anche di cecchini appostati sui tetti. La giornata termina con un’incursione delle forze dell’ordine nel palazzo dei sindacati, tra i principali punti di riferimento dei manifestanti. Si contano, complessivamente, 20 vittime. Alcune tra le fila dei manifestanti, altre invece tra quelle della Polizia.

La città di Kiev rimane paralizzata per diversi giorni. Vengono chiuse le linee della metropolitana, sono ridotti all’essenziale i collegamenti con Leopoli, chiuse inoltre anche scuole e diversi uffici. In piazza Maidan si radunano sempre più persone. Yanukovich, che incontra il 19 febbraio alcuni rappresentanti dell’opposizione, accusa i leader di Maidan di non prendere le distanze dalle frange più estremiste. Una dichiarazione respinta al mittente dagli stessi capi dell’opposizione. Tra questi figurano l’ex pugile Volodymyr Klycko, l’economista Arsenij Jacenjuk e Oleksandr Turcynov. Loro sono in qualche modo i volti “parlamentari” e moderati della protesta. La piazza però appare fuori controllo. Emblematici i fischi rivolti a Klycko quando quest’ultimo annuncia il 20 febbraio un accordo con Yanukovich per le elezioni anticipate. I manifestanti, soprattutto di estrema destra, vogliono le immediate dimissioni del presidente.

All’interno di piazza Maidan circolano oramai armi e munizioni, mentre il numero dei morti delle proteste a Kiev aumenta giorno dopo giorno. I gruppi più estremisti hanno il sopravvento e minacciano di marciare sulla capitale se Yanukovich non accetta le dimissioni. La polizia non ha più il controllo di intere zone della capitale, le forze di sicurezza in alcuni casi si arrendono. Il 21 febbraio di primo mattino diversi membri del governo risultano fuori Kiev. Lo stesso presidente, in una nota ufficiale, dichiara di trovarsi nella città di Charkiv per una visita istituzionale. Da lì non farà più ritorno nel palazzo presidenziale.

Appare evidente come l’apparato di potere ucraino oramai sia dissolto. Nel pomeriggio si riunisce quindi il parlamento per una sessione straordinaria. Oleksandr Turcynov viene eletto nuovo presidente della Camera, mentre Yanukovich è destituito dall’incarico. Non si tratta di un vero e proprio impeachment ma, formalmente, di una convocazione delle elezioni anticipate per motivi di estrema urgenza. Yanukovich successivamente viene trasferito in Russia, dopo essere stato aiutato a fuggire dall’Ucraina. Non riconosce né la votazione del parlamento e né la convocazione delle elezioni anticipate. La sua presidenza però di fatto termina qui. La notizia viene accolta positivamente in piazza Maidan.

Yanukovich viene sostituito con il neo presidente della camera, Oleksandr Turcynov. Vengono contestualmente fissate le elezioni presidenziali per il 25 maggio 2014. Ma quello che preoccupa maggiormente è la possibile disgregazione del Paese. Le proteste di Maidan non mettono a nudo solo la contrapposizione tra filo occidentali e filorussi. Ad emergere è una nazione spacchettata in più tronconi. Esiste una Ucraina occidentale molto vicina culturalmente e politicamente all’occidente, c’è poi una zona centrale più tradizionalista e “neutra” e una Ucraina orientale invece legata anche linguisticamente alla Russia. Con la caduta repentina di Yanukovich e l’esplosione in piazza di tutte le tensioni, appare solo questione di tempo prima dell’avvio di una vera guerra civile e di una deflagrazione della fragile società ucraina.

Anche se a Kiev a fine febbraio la situazione torna lentamente alla normalità, nel resto del Paese si assiste a scene di autentico terrore. Le frange nazionaliste più estremiste in diversi episodi aggrediscono anche fisicamente i gruppi filorussi o contrari al nuovo governo. Emblematica il tal senso è la strage di Odessa del 2 maggio 2014. Qui alcuni manifestanti filorussi, inseguiti da manifestanti nazionalisti, si rifugiano all’interno della casa dei sindacati. L’edificio viene dato alle fiamme e più di 40 persone muoiono tra le fiamme, altre invece vengono linciate. È il segno di come la situazione sia oramai fuori controllo.

Alcune scelte del governo di transizione, presieduto da Turcynov il quale nomina come premier Arsenij Jacenjuk, virano non solo verso la rottura politica con Mosca ma anche verso una discontinuità culturale con il passato. Sono bandite in Tv trasmissioni in russo e l’ucraino è l’unico idioma consentito. Questo preoccupa la popolazione russofona stanziata nell’est e in Crimea. Qui, oltre alle rivendicazioni della popolazione locale, si aggiungono gli interessi di Mosca. A Sebastopoli è ancorata la flotta russa del Mar Nero. Perdere la penisola per il Cremlino sarebbe un colpo molto duro. Per questo nelle principali città della zona compaiono gli “omini verdi”, soldati senza insegne molto probabilmente legati a Mosca. Queste truppe sorvegliano le infrastrutture principali della Crimea. Contestualmente i manifestanti filorussi iniziano a prendere il controllo del territorio.

In questo contesto, il 16 marzo 2014 viene organizzato un referendum per la secessione della penisola dall’Ucraina, con la proposta votata favorevolmente dal 95% della popolazione. Il 18 marzo, su specifica richiesta del neonato governo della Crimea, la penisola viene annessa al territorio della federazione russa. Ancora oggi lo status della Crimea è oggetto di discussione: Kiev e buona parte della comunità internazionale non riconoscono il referendum e dunque il passaggio del territorio a Mosca.

Dopo il caso della Crimea, la tensione si sposta a est. Anche qui la popolazione russofona inizia a organizzarsi. Si formano squadre definite di autodifesa dopo i contrasti con il nuovo governo di Kiev. Il 6 aprile alcuni gruppi occupano i palazzi del potere nelle città di Donetsk e Lugansk. È l’inizio di quella che viene definita “guerra del Donbass”, dal nome della regione orientale dell’Ucraina.



Un conflitto contrassegnato dalla proclamazione dell’indipendenza, non riconosciuta internazionalmente, delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk e ancora oggi in corso. Dal settembre 2014 vige un cessate il fuoco dopo un accordo tra le parti raggiunto a Minsk. Ma la tregua è sempre stata molto fragile e lo status della regione è il principale motivo di contesa tra Kiev e Mosca.

Con le elezioni del 25 maggio intanto l’Ucraina prova a ridefinire i nuovi equilibri seguiti agli episodi di piazza Maidan. In quelle consultazioni in primo luogo ad avanzare sono quasi esclusivamente candidati filo occidentali. Tra questi ad emergere è l’imprenditore, magnate dell’industria dolciaria, Petro Poroshenko. Con il 55% dei voti ottenuti già al primo turno, batte l’altro importante esponente filo occidentale, Julia Tymoshenko. Il nuovo presidente è noto da tempo per le sue posizioni contrarie a un’alleanza con Mosca. Nel 2004 è uno dei principali finanziatori della campagna elettorale di Yushenko, di cui è anche amico e padrino delle sue due figlie.

Una volta eletto, Poroshenko conferma di voler portare l’Ucraina in orbita occidentale. Il 27 giugno 2014 il nuovo capo dello Stato firma un accordo di associazione con l’Ue, entrato in vigore poi il primo gennaio 2016. Viene inoltre sancita la volontà di entrare nella Nato e di riprendere il controllo di Crimea e Donbass. Nel settembre 2014 è Poroshenko a firmare l’accordi di Minsk per il cessate il fuoco, è quello l’unico atto di distensione con Mosca

Tuttavia il “re dei cioccolatini”, come viene chiamato Poroshenko, non riesce a mantenere le promesse. L’economia è in affanno, il tanto atteso avvicinamento all’Ue si infrange, il suo governo viene accusato di corruzione e la guerra nel Donbass non viene mai risolta. Per questo, nelle elezioni dell’aprile del 2019, gli ucraini si affidano a una nuova figura politica uscita dalla televisione. Si tratta di Volodymyr Zelensky, comico che nel 2018 lancia un programma chiamato Sluha Narodu, letteralmente “Servitore del Popolo”. Qui interpreta un professore che decide di candidarsi alla presidenza e sfidare gli oligarchi. Il programma ha successo e a pochi mesi dalle presidenziali Zelensky annuncia di formare un proprio partito, chiamato per l’appunto Sluha Narodu, per candidarsi. Il 21 aprile vince il ballottaggio contro l’uscente Poroshenko e diventa nuovo presidente ucraino.

Mantiene un orientamento filo occidentale e prosegue il dialogo con l’Ue. Inoltre dichiara di voler risolvere definitivamente la questione legata al Donbass, considerata terra ucraina. Ma le principali attenzioni, a partire dal marzo 2020, Zelensky deve rivolgerle alla pandemia da coronavirus che colpisce anche il suo Paese.

Il conflitto nell’est dell’Ucraina ritorna protagonista sul finire del 2021. Tra novembre e dicembre infatti si registrano pesanti recrudescenze delle azioni belliche nel Donbass. In particolare, l’esercito ucraino sferra alcuni attacchi in zone cuscinetto attorno le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk. Tutto questo in un contesto in cui lo stesso presidente Zelensky ritorna a premere per l’adesione di Kiev alla Nato. La situazione preoccupa soprattutto la Russia, timorosa di assistere a un’ulteriore espansione dell’Alleanza Atlantica verso i propri confini. Mosca invia quindi nelle regioni confinanti con l’Ucraina diverse centinaia di militari.



Nel gennaio 2022 i venti di guerra spirano molto forti e non solo nel Donbass. È alto il rischio di un intervento diretto della Russia per impedire all’Ucraina di avvicinarsi ulteriormente alla Nato. Tra il dicembre 2021 e il gennaio 2022 almeno due incontri in videoconferenza si tengono tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente Usa Joe Biden per provare una soluzione politica alla vicenda.

Il movimento di truppe russe al confine da un lato, lo spettro di un attacco ucraino contro le regioni separatiste del Donbass dall’altro, alimentano all’inizio del 2022 altri timori. Gli Stati Uniti dal canto loro intensificano l’invio di armi all’Ucraina. Si calcola che tra la fine di gennaio e la prima decade di febbraio siano arrivati a Kiev 17 aerei militari Usa con tonnellate di armi e munizioni a favore dell’esercito ucraino.

Un’escalation che raggiunge il suo culmine venerdì 12 febbraio, quando da Washington trapelano notizie circa un’imminente invasione russa. Da Mosca arrivano subito smentite, ma il giorno seguente molti governi occidentali, compreso quello italiano, per ragioni di sicurezza ritirano il personale non essenziale dalle ambasciate. Anche gli Stati Uniti chiudono la sede diplomatica di Kiev, trasferendo alcuni impiegati al consolato di Leopoli. Il colloquio tra Biden e Putin del 13 febbraio intanto non riesce ad appianare la crisi. Mentre non va a buon fine la mediazione offerta dal presidente francese Emmanuel Macron. Il mondo, in questa fase, trattiene il fiato in attesa di positive novità in grado di far evitare il conflitto.

La crisi in Ucraina ha degli sviluppi in parte inattesi nella seconda parte del mese di febbraio 2022. Contrariamente alle aspettative, il 21 febbraio Vladimir Putin, durante un lungo discorso alla nazione, annuncia il riconoscimento ufficiale delle due repubbliche del Donbass. Donetsk e Lugansk sono adesso due Stati con cui Mosca intreccia formali rapporti diplomatici. Il giorno dopo sia la Duma, il parlamento russo, che i parlamenti delle autoproclamate repubbliche danno il via libera ai trattati di amicizia tra le parti. É il preludio di una nuova escalation. Perché il 23 febbraio Donetsk e Lugansk chiedono alla Russia un intervento a proprio favore nel Donbass. Poche ore dopo, alle 4:00 ora italiana del 24 febbraio, Putin torna in tv per annunciare il via all’attacco all’Ucraina.

Si tratta formalmente non di una dichiarazione di guerra, ma dell’avvio di un’operazione militare speciale volta, come dichiarato dal presidente russo, a “demilitarizzare e denazistificare” l’Ucraina. Vengono prese di mira infrastrutture strategiche in tutto il Paese, viene bombardata la stessa Kiev e vengono sganciate tonnellate di esplosivo nell’intero territorio ucraino. Al mattino si ha già notizia delle prime incursioni via terra. La disparità tecnologica e di mezzi tra i due eserciti è tale che in poche ore in diverse regioni si assiste all’avanzata russa.

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