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Paul Gallagher, il ministro degli esteri di papa Francesco

Si chiama Paul Richard Gallagher ed è uno dei diplomatici appartenenti alla ristretta cerchia di potere ruotante attorno a papa Francesco, il Vescovo di Roma venuto da Buenos Aires.

Il suo ruolo non è quello del suggeritore occulto, perché non è un’eminenza grigia come il cardinale Pietro Parolin, ma è parimenti importante all’interno della Chiesa cattolica. Perché Gallagher è, sin dal 2014, il titolare della Segreteria per i rapporti con gli Stati – l’equivalente vaticano di un ministero degli affari esteri –, ovverosia colui che ha aiutato e sta aiutando il duo Bergoglio-Parolin a concretare il sogno di un Vaticano quale paciere tra i popoli e catalizzatore dell’era multipolare.

Paul Richard Gallagher nasce a Liverpool il 23 gennaio 1954. Introdotto al cattolicesimo dalla famiglia – durante l’adolescenza ha studiato e si è diplomato presso il St Francis Xavier’s College –, all’età di soli ventidue anni viene ordinato sacerdote all’arcidiocesi di Liverpool. Dopo un breve servizio nella città natale, più nello specifico a Fazakerley, vola a Roma per frequentare dapprima l’Accademia ecclesiastica pontificia e dipoi l’Università gregoriana.

Al termine del ciclo di studi, utili ad approfondire tanto la teologia quanto le relazioni internazionali, nel 1984 entra a far parte ufficialmente del corpo diplomatico vaticano. Un ambiente che non avrebbe più lasciato e che, esattamente trent’anni dopo, sarebbe giunto a signoreggiare su mandato papale.

L’entrata nel corpo diplomatico, per il giovane Gallagher, equivale all’inizio di un lungo viaggio in giro per il mondo. Abile nel mestiere, e possessore del dono del poliglottismo – parla correttamente inglese, italiano, francese e spagnolo –, Gallagher viene inviato in quelle che, utilizzando il vocabolario bergogliano, oggi sarebbero chiamate le “periferie del mondo“.

Tra i vari teatri che Gallagher visita, e nei quali risiede per portare a compimento le agende vaticane in loco, figurano la Tanzania, l’Uruguay e le Filippine. Inglese di nascita, ma universale di fede, Gallagher si costruisce poco alla volta la nomea di “uomo di mondo”, nonché di attento e acuto osservatore che, nonostante il contesto di provenienza occidentale, riesce a comprendere le alterità.

Le sue potenzialità riecheggiano nelle stanze dei bottoni del Vaticano, nonostante sia frequentamente lontano dall’Europa, conducendolo, nel 2000, ad essere investito dall’allora pontefice Giovanni Paolo II del titolo di inviato speciale della Santa Sede al Consiglio d’Europa. Seguiranno, a partire da quel momento, delle offerte irrefutabili di origine papale: la guida della nunziatura apostolica del Burundi nel 2004, la guida della nunziatura apostolica del Guatemala nel 2009 e la guida della nunziatura apostolica dell’Australia nel 2012.

Il vero momento della svolta, però, più che il 2000, sarebbe stato il 2014. Quell’anno, invero, la Chiesa cattolica viene scossa dal terremoto provocato dalla rinuncia al soglio pontificio di Benedetto XVI. Un terremoto che sarebbe rientrato con l’ascesa del primo papa proveniente dal Sud globale: Francesco I, al secolo Jorge Mario Bergoglio. Un terremoto che a Gallagher avrebbe fruttato l’opportunità della vita.

Gallagher viene messo a capo della Segreteria per le Relazioni con gli Stati l’8 novembre 2014. È l’uomo di cui Francesco abbisogna per traslare in realtà quei sogni multipolari condivisi con il proprio consigliere e stratega, il cardinale Pietro Parolin, perché non viziato dal limite dell’occidentalo-centrismo e perché formatosi sul campo, nelle periferie del mondo.

I fatti immediatamente successivi avrebbero dato ragione al Papa, che, grazie all’egregio lavoro nel dietro le quinte di Gallagher, nel solo 2015 sarebbe riuscito a portare a casa un accordo globale con l’Autorità Nazionale Palestinese – un promemoria della posizione vaticana sulla questione israelo-palestinese – e l’accordo sul nucleare iraniano – determinanti furono, a questo proposito, le pressioni bergogliane sull’amministrazione Obama affinché scendesse a patti con l’Iran.

Non il Medio Oriente, comunque, o meglio non soltanto esso, quanto la Russia e la Cina sono stati gli obiettivi principali di Gallagher (e del duo Bergoglio-Parolin) sin dal giorno dell’entrata nella Segreteria per le Relazioni con gli Stati. Obiettivi nei quali ha mostrato e dimostrato di credere in più occasioni, ad esempio svolgendo un ruolo determinante nell’organizzare la storica Francesco-Cirillo di L’Avana (2016) e nell’elaborare il contenuto (e renderlo accettabile agli occhi del PCC) dell’accordo sulla nomina dei vescovi (2018).

Gli ultimi due anni non sono stati meno intensi. Ha preso in mano il fascicolo Bielorussia all’acme della crisi post-elettorale – allo scopo di evitare una rottura tra la presidenza Lukashenko e la Chiesa cattolica locale –, ha perseguito personalmente il miglioramento delle relazioni con il Patriarcato di Mosca e, non meno importante, è stato il co-autore dell’inaspettata campagna di aiuto reciproco sino-vaticana durante la prima fase della pandemia di Covid19 – che ha visto le due potenze inviarsi aiuti umanitari, parte dei quali a beneficio dell’Italia.

Alle spalle di Francesco, il pontefice che sta rivoluzionando la Chiesa, dunque non si cela soltanto un abile stratega come Parolin – il legittimo successore di Agostino Casaroli –, ma anche un diplomatico navigato del calibro di Gallagher, lo scouser che ha portato la via british agli affari internazionali in Vaticano.