La storia del Partito Comunista cinese: dalla fondazione ai giorni nostri

Il Partito Comunista cinese è il principale partito della Cina. A partire dal 1949, anno in cui i comunisti fondarono la Repubblica Popolare cinese, il Pcc è di fatto l’unico detentore del potere politico all’interno del Paese. La carica di segretario generale, cioè il massimo grado dirigenziale intrapartitico, è attualmente ricoperta da Xi Jinping. Con i suoi circa 90 milioni di iscritti è il secondo partito più grande al mondo dietro al Bharatiya Janata Party indiano (180 milioni).

La fondazione del Pcc viene fatta comunemente risalire al 1 luglio 1921. In quell’anno, a Shanghai, si svolse il primo Congresso ufficiale del partito in presenza di dodici partecipanti, tra cui un giovanissimo Mao Zedong. Alla storica riunione erano presenti rappresentanti di gruppi creati nell’agosto 1920 all’estero e all’interno della Cina: è questo, in realtà, l’anno esatto in cui tra i marxisti locali prende forma l’idea di creare un partito comunista anche oltre la Muraglia

In ogni caso, secondo alcune fonti, il Congresso si sarebbe tenuto dal 1 al 5 luglio nella concessione francese, nella scuola femminile Po Wen situata a Sichuan Road. Altri storici parlano del 9 e 10 luglio mentre Chen Gongbo, uno dei partecipanti, scrisse nel 1923 che il Congresso non sarebbe cominciato prima del 20 luglio e che sarebbe durato due settimane. Hsiao Yu, un compagno di scuola di Mao, affermò invece che il Congresso, interrotto per timore di un intervento della polizia, proseguì sul lago di Kiashing.

Insomma, data e luogo della fondazione, così come le locazioni in cui si svolgevano le prime riunioni, sono avvolte nell’incertezza. In parte perché i comunisti dell’epoca si affidarono a false indicazioni per questioni di sicurezza, e in parte per altri motivi, fra cui la scomparsa dei testimoni e l’assenza di archivi o processi verbali. Certo è che dall’apparizione del Pcc al crollo dell’impero cinese, tre volte millenario, sono passati meno di dieci anni.

A differenza di quanto si possa pensare, Mao Zedong non fu il fondatore del Pcc. Anzi: pare che in un primo momento svolgesse un ruolo marginale. I principali personaggi rispondono al nome di Chen Duxiu e Li Dazhao, entrambi esponenti del Movimento del 4 maggio, un movimento studentesco spontaneo anti imperialista sorto nel 1919 e appoggiato dalla borghesia moderata e dagli accademici.

Nel mirino dei dimostranti c’era la posizione presa dall’allora governo repubblicano cinese nei confronti dell’imperialismo giapponese e del Trattato di Versailles. Le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale, infatti, concessero ai nipponici di acquisire le concessioni tedesche collocate nella provincia cinese dello Shandong.

Tornando ai fondatori del Pcc, è importante ricordare che Duxiu, preside della facoltà di lettere dell’Università di Pechino, fu il primo segretario del Pcc, prima di essere dimesso dalle sue funzioni ed espulso dal partito (1927).

Prima di proseguire con la storia del Pcc è necessario soffermarci sul contesto politico cinese. In Cina, nei primi anni del ‘900, stava letteralmente regnando il caos. L’impero Qing era caduto nel 1911 mentre la Repubblica di Cina (1911-1949) proclamata da Sun Yat Sen si reggeva su un governo debolissimo, asfissiato dai cosiddetti Signori della Guerra e dalla pressione dei giapponesi.

Nel frattempo gli echi della Rivoluzione d’ottobre stavano penetrando in Cina, grazie anche all’Associazione di ricerche sul marxismo – pare – fondata da Li Dazhao, bibliotecario dell’Università di Pechino (per un breve periodo Mao fu il suo assistente).

Da un certo punto di vista il pensiero politico di Li ricordava il “sogno cinese” dell’attuale presidente Xi Jinping. Dazhao, infatti, auspicava la rinascita del Paese, soffiava sul nazionalismo e voleva riscattare l’umiliazione incassata dalle potenze straniere che, dalle Guerre dell’Oppio in poi, avevano provocato de facto il dissolvimento dell’impero cinese. Il sottofondo attorno al quale si va formando il Pcc è quindi molto complesso.

Le varie fazioni politiche cercavano in tutti i modi di imporsi per conquistare il potere. Il 12 agosto del 1912 Sun Yat Sen divenne presidente del Partito Nazionale cinese (Kuomintang, Kmt), presto travolto dai contrasti interni. Al limite dell’anarchia politica, fu così che nel 1923, due anni prima di morire, Yat Sen riorganizzò il Kmt e formò un governo di alleanza con il Pcc.

In un primo momento le intenzioni del Pcc e del Kmt convergevano. Entrambi i partiti volevano liberare la Cina dal giogo degli imperialismi stranieri. La collaborazione tra i due partiti appariva naturale, data la situazione storica e politica del Paese. I patrioti e nazionalisti cinesi avevano messo nel mirino due grandi mali, gli stessi che impedivano alla nazione di risorgere: i possedimenti stranieri e il “feudalesimo” perpetrato dai Signori della Guerra locali.

Coalizzarsi, insomma, era l’unico modo per estirpare le radici di tutti i mali. Del resto sia il Pcc che il Kmt si ritenevano forze autenticamente rivoluzionarie, seppur con due prospettive diametralmente opposte. Scendendo nel dettaglio, i comunisti non erano in grado di agire da soli, visto che potevano contare su poche decine di intellettuali senza alcuna esperienza politica sul campo. Come se non bastasse, il proletariato, di cui gli stessi comunisti affermavano essere espressione, non conosceva il loro nome, mentre le masse contadine erano per lo più conservatrici e arretrate.

Il Pcc – si legge nel manifesto stilato in occasione del secondo Congresso del partito – aveva tre obiettivi. Sul piano nazionale voleva costituire una “Repubblica federale con Mongolia, Tibet e Turkestan”, eliminando “l’imperialismo straniero”; sul piano della politica interna intendeva “garantire diritti fondamentali di voto, di riunione e di espressione”; sul piano sociale, infine, i comunisti spingevano per “una legislazione operaia moderna (tra cui la giornata di otto ore), una riforma dell’educazione e delle imposte”.

L’alleanza, caldeggiata e favorita da Mosca, continuò fino alla rottura finale del luglio 1927, quando il generale Chiang Kai Shek attaccò i comunisti a Shanghai, provocando il massacro dei membri del Pcc e la conseguente guerra civile. È qui che entra in gioco Mao Zedong, il quale sposò la causa “rivoluzionaria”.

Mao Zedong
Mao Zedong passa in rassegna le truppe nell’ottobre del 1949

Al termine della sanguinosa guerra civile, andata avanti, a fasi alterne, dal 1927 al 1949, i comunisti, guidati da Mao, sconfissero i nazionalisti, costretti a fuggire a Taiwan. A quel punto la Cina era stata riunificata. Il partito e lo Stato divennero una cosa sola e il 1 ottobre 1949 fu fondata la Repubblica Popolare cinese.

Il Grande Timoniere divenne presidente del Pcc dal 1945 al 1976, anno della sua morte. In seguito la carica di presidente del Pcc, abolita nel 1982, passò quindi a Hua Guofeng, che la mantenne fino al 1981. Con l’ascesa di Deng Xiaoping nelle vesti di presidente cinese l’ideologia alla base del Pcc iniziò a cambiare.

Siamo ormai entrati nell’era delle grandi riforme. Deng sollecita investimenti stranieri nelle Zes, le Zone economiche speciali, e incoraggia il libero mercato. Oggi, al termine di decenni densi di cambiamenti, il Pcc continua a essere la guida politica del Paese, anche se non è più quella macchina totalizzante che era nel passato.

Deng Xiaoping
Deng Xiaoping all’inizio degli anni 90

Dall’avvento di Xi Jinping, che dal 2012 è segretario del partito, la situazione è completamente cambiata. Il signor Xi ha più volte ribadito la supremazia del Pcc. In altre parole, le riforme economiche che stanno mutando la società cinese sono efficaci soltanto se guidate da un partito unico, saldo e forte. Detto altrimenti, il Partito Comunista cinese è l’unico partito legittimo, dal quale deriva la legittimità della linea di massa, nonché il solo capace di rappresentare gli interessi della maggior parte delle persone comuni.

Attualmente l’ideologia incarnata dal Pcc è molto diversa rispetto alle rivendicazioni marxiste sbandierate dai membri in epoca maoista. Il marxismo-leninismo è andato via via diluendosi sempre di più. Il nuovo “socialismo con caratteristiche cinesi” è, in estrema sintesi, un mix tra socialismo e nazionalismo, inframezzato da imponenti scaglie di capitalismo e rimandi al confucianesimo.

Il Pcc non è l’unico partito presente in Cina. Accanto al Partito Comunista troviamo otto gruppi politici, i quali sono chiamati a esercitare la cooperazione multipartitica e la consultazione politica sotto la guida del Pcc. Dietro al linguaggio burocratese, significa che ci troviamo di fronte a un sistema di cooperazione multipartitico, dove tutto ruota attorno al Pcc.

Gli altri partiti democratici cinesi, creati per lo più durante la guerra anti giapponese, hanno libertà politica e organizzativa. Devono tuttavia far parte dello stesso fronte presieduto dal solito Pcc. “Dal punto di vista organizzativo indipendente – si legge sul Quotidiano del Popolo – il Pcc e i partiti democratici sono totalmente uguali ai sensi della Costituzione, ma politicamente questi ultimi sono soggetti alla guida del primo”.

Questi sono gli otto partiti citati: il Comitato rivoluzionario del Guomindang cinese, la Lega democratica cinese, l’Associazione cinese per la costruzione democratica nazionale, l’Associazione cinese per la promozione democratica, il Partito Democratico degli operai e contadini, il Partito Zhi Gong, la Società Jiu San e la Lega per l’autonomia democratica di Taiwan.

I partiti democratici, chiamati anche vasi di fiori, “non esistono né come forze di opposizione politica né come partiti fuori sede”. Non vi è “concorrenza politica volta ad assumere il potere statale” ma solo “cooperazione”. “In questa relazione politica cooperativa, il CPC è al timone dello Stato mentre le altre parti partecipano congiuntamente all’amministrazione degli affari di Stato”, si legge ancora sul quotidiano del Pcc.