Sport e politica sono due mondi che, da quando esiste la storia, viaggiano perennemente in parallelo. Dal mondo greco arriva l’esempio perfetto, nonché quello forse più famoso in tal senso: le Olimpiadi. Quando partivano le gare si fermavano persino le guerre, ogni disputa di ordine militare e politico lasciava spazio ai giochi. Da Costantinopoli invece, arriva uno degli episodi che meglio spiega il perenne connubio tra sport e politica: era infatti il 532 quando i disordini durante una gara di corsa dei carri tra azzurri e verdi, hanno dato vita a quella che è passata alla storia come la “rivolta di Nika” contro l’imperatore Giustiniano.
In anni recenti, gli intrecci e i giochi geopolitici espressi in un terreno di gioco forse sono diventati ancora più importanti. Del resto, si è all’interno di società di massa e le masse danno una grande rilevanza allo sport, al tifo e a quanto avviene dentro e fuori da uno stadio, da un palasport o da una pista. Impossibile dunque per la politica non far passare una parte della diplomazia dalla porta dello sport.
A partire dal secondo dopoguerra, l’esempio più famoso riguardante il connubio sport e diplomazia è legato all’avvicinamento tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese. Un avvicinamento favorito da una serie di partite a ping pong disputate nel 1971. Fino a quel momento, Washington aveva rapporti unicamente con Taiwan ed era il governo stanziato a Taipei a occupare il seggio riservato alla Cina all’interno del consiglio di sicurezza dell’Onu.
Il ping pong per i cinesi è un vero e proprio sport nazionale. Nella terra del dragone non c’è villaggio che non abbia almeno un bar, un locale o un magazzino con un tavolo, una rete in mezzo e due palette pronte per essere usate. Quando per puro caso, durante i mondiali di ping pong in corso in Giappone nel 1971, le nazionali cinesi e statunitensi si sono incontrate prima di una partita, a Pechino è scattata la scintilla: si poteva invitare la nazionale a stelle e strisce in Cina e avviare così un processo di distensione con la Casa Bianca.
L’invito è stato accettato e le amichevoli tra Cina e Usa, giocate nel territorio della Repubblica Popolare, hanno spianato la strada alla riapertura delle relazioni diplomatiche con Washington. L’anno dopo il presidente Richard Nixon, accompagnato da Henry Kissinger, ha incontrato a Pechino Mao Tze Toung. Lo scambio di battute tra i giocatori delle due nazionali attorno a un tavolo da ping pong, ha anticipato lo scambio di battute diplomatiche avvenute all’interno della Città Proibita. Sei anni più tardi, Cina e Usa normalizzeranno definitivamente le proprie relazioni.
Le sfide tra cinesi e statunitensi nel ping pong hanno contribuito a ricreare nello sport una comune volontà di avvicinamento politico e diplomatico. Ma ci sono partite invece che, all’interno di un campo di gioco, ricreano un profondo clima di astio tra Paesi rivali politicamente e militarmente. È il caso di quello che viene definito come uno derby più sentiti, caldi e seguiti al mondo: la sfida tra India e Pakistan nel cricket. Uno sport quest’ultimo che in entrambi i Paesi è una vera e propria ragione di vita per milioni di persone.
Giusto per dare un’idea, il derby valevole per i mondiali di cricket del 2019 detiene il record di evento sportivo con il maggior numero di biglietti richiesti: ben 800mila a fronte dei 26mila posti disponibili all’interno dell’Old Trafford Cricket Ground di Manchester. Per la cronaca, la sfida poi vinta dall’India è stata seguita in televisione da oltre 226 milioni di spettatori e questo nonostante l’interruzione per la pioggia.
Il cricket porta sugli spalti la stessa intensità del confronto che ogni giorno avviene a Wagah-Attari, posto di frontiera indo-pakistano dove i soldati dei due Paesi chiudono il confine al termine di una cerimonia a cui assistono migliaia di persone e in cui i militari simulano l’inizio di un conflitto. Uno spettacolo che rappresenta la forte rivalità tra New Delhi e Islamabad, sorta subito dopo la spartizione dell’ex colonia britannica dell’India e che ha generato almeno tre guerre e una serie mai terminata di provocazioni.
I derby in qualche modo rievocano anche loro il conflitto ma, al tempo stesso, spesso hanno avuto la funzione di un vero e proprio veicolo diplomatico. Come nel caso della partita giocata nel 1978, la prima dopo anni di mancati incontri per motivi bellici, o come per la semifinale dei mondiali del 2011 quando, come gesto di distensione, il premier indiano ha invitato l’omologo pakistano a guardare insieme il match.
I tifosi indiani oggi rivendicano un maggior numero di mondiali di cricket conquistati a dispetto dei pakistani: due tornei contro uno vinto dai rivali. Dal canto loro però, i tifosi pakistani vantano un maggior numero di vittorie negli scontri diretti: 88 derby sono andati a loro, 74 invece agli indiani.
Alla “legge” del connubio tra sport e politica non è sfuggita nemmeno la guerra fredda e, in particolare, i due principali antagonisti di quell’epoca: Stati Uniti e Unione Sovietica. Gli intrecci tra i loro atleti e le loro squadre non sono mancati. E ogni volta hanno rappresentato lo specchio di quel confronto politico e militare che ha animato, nel bene e nel male, la seconda metà dello scorso secolo.
Come ad esempio nel 1982, quando in Colombia la nazionale sovietica di basket ha sconfitto per appena un punto il quintetto statunitense nella finale del mondiale. Ma gli incroci rimasti maggiormente nella storia riguardano due sport molto popolari in entrambi i Paesi: l’hockey su ghiaccio e gli scacchi.
Memorabile, soprattutto tra gli sportivi statunitensi, è la partita del girone valevole per la medaglia d’oro alle Olimpiadi invernali di Lake Placid del 1980. Nella penultima sfida, era previsto proprio l’incrocio tra Usa e Urss a cui i padroni di casa sono arrivati da sfavoriti per via di una squadra composta da dilettanti e studenti. Tuttavia la partita si è rivelata più che mai aperta, con il pubblico che ha spinto i giocatori locali a una delle vittorie più inattese. Ancora oggi si fa riferimento a quella sfida con il termine “miracolo sul ghiaccio” e non c’è dubbio che sull’intensità del match a influire sia stato anche il clima da guerra fredda.
Pochi anni prima invece, il confronto a livello sportivo tra le due superpotenze si è avuto nella sfida, valevole per il mondiale di scacchi del 1972, tra Robert Fisher e Boris Spasskij. Si tratta della partita a scacchi più seguita di sempre, con tanto di dirette televisive e telegrammi inviati da Washington sia dalla Casa Bianca che dalla segretaria di Stato guidata da Henry Kissinger. Segno di come la partita ha avuto un valore non solo agonistico, ma anche politico. La vittoria di Fisher, proprio per questo motivo, è stata festeggiata negli Usa al pari di uno dei più grandi eventi sportivi. Anche perché ha interrotto un dominio sovietico negli scacchi che perdurava dall’immediato secondo dopoguerra.
Ovviamente, quando si parla di sport e politica, è impossibile non fare riferimento al calcio. Allo sport cioè più popolare al mondo, di gran lunga quello più seguito tanto in Europa quanto nell’America latina. E proprio qui si è verificato uno degli episodi più controversi legati al connubio tra mondo sportivo e mondo diplomatico.
Nell’estate del 1969 infatti, è scoppiata una vera e propria guerra a seguito di una partita di calcio. Un derby centroamericano tra El Salvador e Honduras ha contribuito ad animare un conflitto durato poco, ma in grado di causare seimila vittime e avere strascichi politici per lungo tempo. Tra i due Paesi per la verità l’astio andava avanti da diverso tempo, soprattutto dopo la decisione del governo honduregno di espellere circa trecentomila migranti salvadoregni dal proprio territorio. Nel bel mezzo del clima di tensione, le due rispettive nazionali si sono ritrovate l’una di fronte all’altra nello spareggio per qualificarsi ai mondiali di Messico 1970.
L’andata, giocata in Honduras, ha visto la vittoria della squadra di casa e una fitta sassaiola contro i tifosi ospiti. Stesso scenario registrato al ritorno, dove i salvadoregni hanno tenuto svegli tutta la notte i giocatori honduregni costretti a raggiungere lo stadio a bordo di carri armati dell’esercito. Con la vittoria di El Salvador, le due squadre sono quindi volate a Città del Messico per giocare la sfida decisiva: nonostante l’ingente schieramento di forze dell’ordine schierato dal governo messicano, le due tifoserie sono arrivate allo scontro.
E la sconfitta maturata sul campo a vantaggio dei rivali, è stata vista in Honduras come un affronto: poche ore dopo il match, il governo honduregno ha chiuso le relazioni diplomatiche con i vicini rivali. Un gesto a cui El Salvador ha risposto attaccando oltre confine con la propria forza aerea: prendeva così il via la prima guerra alimentata direttamente da una partita di calcio.
Gli incroci politici legati al mondo del pallone sono stati diversi, soprattutto nell’ambito dei mondiali. Come nel caso della sfida tra le due Germanie dei mondiali del 1974, ospitati peraltro proprio dalla Germania Ovest. In quell’inedito derby, giocato ad Amburgo, la squadra di casa ha perso contro la Germania Est e la sconfitta ha avuto anche contraccolpi politici. Almeno fino a quando poi la stessa squadra di Beckenbauer e soci non è riuscita a vincere, pochi giorni più tardi, il suo secondo titolo iridato.
Rimanendo in clima mondiali, una delle partite più iconiche è stata rappresentata dal quarto di finale di Messico 86 tra Argentina e Inghilterra. La sfida è arrivata a pochi anni dalla guerra nelle Falkland e per i sudamericani si è trattato dell’occasione per una piccola grande vendetta contro Londra. Non è forse un caso se oggi quella partita la si ricorda più della stessa finale del mondiale. Anche perché, a risolverla, sono state due delle più famose prodezze della carriera di Maradona: la prima siglata con la mano, la seconda con un contropiede da punta a punta del campo di Città del Messico.
Sempre ai mondiali, a incrociarsi per due volte sui campi di calcio sono stati altri due Paesi le cui relazioni viaggiano sul filo della tensione: Iran e Stati Uniti. La prima volta si è avuta a Francia 1998 e la sfida è terminata con la vittoria degli iraniani. La seconda in un mondiale più recente, quello del Qatar, dove a vincere sono stati gli statunitensi. L’incrocio del 1998 è stato quello più sentito, con gli organizzatori impegnati fino all’ultimo a evitare provocazioni e possibili scontri tra le parti: ma alla fine a prevalere è stato il rispetto tra i giocatori, entrati in campo esibendo tra le braccia dei mazzi di fiori.
Importanti sono stati gli incontri anche tra le due Coree, mai avvenuti in una fase finale dei mondiali ma in partite di qualificazione. L’ultimo risale al 2019 e si è disputato a Pyongyang a porte rigorosamente chiuse.
Anche nelle Olimpiadi moderne non sono mancati incroci politici e diplomatici in grado di destare curiosità. Ce n’è uno in grado di dimostrare quanto lo sport viaggi in parallelo con la politica. Si tratta della sfida di beach volley tra Cristine Santanna e Andreeza Chagas da una parte e Alexandra Shiryaeva e Natalia Uryadova dall’altra: le prime due sono georgiane, seppur naturalizzate, le altre due invece sono russe.
L’Olimpiade è quella di Pechino 2008, quella in cui nel giorno dell’inaugurazione il mondo ha assistito allo scoppio della guerra tra Georgia e Russia. Le due coppie di pallavoliste rappresentano dunque due Paesi in quel momento in conflitto: la sfida vedrà prevalere le georgiane e terminerà con una reciproca stretta di mano. Il risultato sportivo però passerà in secondo piano: si è trattata di una sfida tra nazioni che stavano combattendo la prima vera guerra in Europa nel XXI secolo. Non l’ultima, purtroppo.

