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L’American Enterprise Institute, dove nascono i neocons

Si chiama American Enterprise Institute (AEI) ed è uno dei centri di ricerca e formazione più antichi degli Stati Uniti. Fondato nel 1938 dal magnate di fede conservatrice Lewis Herold Brown allo scopo di aiutare i decisori politici della Casa Bianca a comprendere il mondo, l’Aei, negli anni recenti, ovvero a partire dal dopo-guerra fredda, è divenuto un incubatore di talenti.

La trasformazione dell’Aei in una fucina di geni avrebbe avuto inizio durante l’era Reagan – uno dei momenti più alti dell’egemonia politico-culturale della destra in America –, e sarebbe terminata tra la prima guerra del Golfo e la guerra del Kosovo, ovvero all’acme del cosiddetto momento unipolare. Inebriati dai successi militari degli anni Novanta, i cervelli dell’Aei avrebbero disseppellito l’antico mito fondativo dell’America come destino e cominciato a lavorare affinché l’albeggiante Duemila potesse diventare il Nuovo secolo americano. Avrebbero iniettato linfa vitale nelle vene di quella scuola di pensiero nota come neoconservatorismo. E non avrebbero più smesso.

L’American Enterprise Institute (AEI) nasce dall’American Enterprise Association (AEA), una realtà costituita da un gruppo di affaristi newyokersi nel 1938. Il gruppo, trainato dalla guida carismatica del ricco capitano d’industria Lewis Herold Brown, ambiva a difendere la libertà d’impresa e la proprietà privata negli Stati Uniti. Una missione, quella dell’Aea, che avrebbe attratto l’attenzione ed ottenuto il supporto di alcuni dei più grandi privati dell’epoca: da Chrysler a General Mills.

Trasformatosi in un vero e proprio gruppo di pressione a difesa dello Stato limitato, l’Aea sarebbe entrato in una fase di declino negli anni immediatamente successivi alla fondazione a causa della decisione di sostenere una battaglia persa sin dal principio: il boicottaggio del New Deal della presidenza Roosevelt.

Al declino avrebbe fatto seguito la stagnazione, che nel 1951, anno della morte di Brown, sarebbe divenuta dissoluzione. I membri uscenti dell’Aea, però, credevano fermamente nei valori e nella missione del defunto fondatore. Perciò, poco dopo la morte di entrambi, di Brown e dell’Aea, alcuni intellettuali, politologi ed economisti diedero vita all’American Enterprise Institute.

Sarebbe stato il pensatore conservatore William Joseph Baroody Sr a guidare la resurrezione dell’Aea 2.0, ribattezzandolo Aei e plasmandolo fino alla morte, dapprima come vicepresidente (1954-62) e dipoi come presidente (1962-78). Baroody Sr, più di ogni altro, avrebbe guidato la trasformazione del nuovo Aea da un gruppo di pressione specializzato in tematiche economiche ad un istituto di ricerca multisettoriale, impegnato nella difesa dei valori conservatori nella società (e nella politica) e, non meno importante, nella formazione di talenti da mettere al servizio del Partito Repubblicano.

L’Aei sarebbe diventato tale soltanto nel 1962 – prima di allora avrebbe continuato a chiamarsi Aea –, anno dell’inizio della presidenza Baroody. E il 1962, fatti alla mano, è lo spartiacque che ha consacrato la conversione di questo ente indipendente in una fucina di talenti al servizio della causa repubblicana e della grandeur americana.

Influente ed inserito nei circoli che contano, Baroody sarebbe riuscito ad attrarre fondi utili alla crescita dell’Aei e, non meno importante, ad attirare al suo interno alcuni dei più grandi cervelli liberal-conservatori dell’epoca: dagli economisti Milton Friedman e James M. Buchanan allo scienziato politico Edward Banfield – consigliere personale di Richard Nixon, Gerald Ford e Ronald Reagan.

Le idee degli “uomini di Baroody” avrebbero contribuito in maniera determinante alla formulazione della politica a stelle e strisce durante la guerra, come mostrano e dimostrano i casi della terapia dello choc di Friedman, poi applicata nel Cile pinochetiano, e della diplomazia degli aiuti allo sviluppo di Peter Bauer, inizialmente concentrata in America Latina e poi esportata in tutto il mondo.

Nel 1977, in segno di gratitudine per i servigi resi alla nazione, l’ex presidente Ford avrebbe accettato di entrare a far parte della squadra di Baroody in qualità di membro illustre (distinguished fellow). Baroody sarebbe morto l’anno successivo all’ingresso di Ford, ma la sua eredità sarebbe stata tramandata ai posteri, e da loro portata avanti e valorizzata con dedizione.

All’alba degli anni Ottanta, complice l’effetto Ford, l’Aei era divenuto il salotto dei conservatori d’America. All’entrata di Ford, invero, avrebbe fatto seguito quella di Arthus Burns – consigliere dei presidenti sin dai tempi di Dwight Eisenhower e futuro ambasciatore in Germania Ovest –, di David Gergen – tuttofare che negli anni è stato consigliere di vari presidenti, analista politico, scrittore e giornalista – e degli influenti giudici Robert Bork e Antonin Scalia.

Luogo di incontro dei più celebri economisti di scuola liberista dell’epoca, nonché di pensatori e politologi di credo conservatore, l’Aei sarebbe diventato uno dei think tank ufficiosi della Casa Bianca negli anni dell’era Reagan. Alcuni dei personaggi che più hanno contribuito al concepimento e al concretamento delle politiche reaganiane in casa e all’estero, invero, provenivano ed erano stati formati dall’Aei.

Tra i cervelli dell’Aei presi in prestito da Reagan si ricordano, per via dell’importanza politica e culturale rivestita, Irving Kristol – altresì noto come il “padrino del neoconservatorismo” –, Jeane Kirkpatrick – l’autrice dell’omonima dottrina di politica estera e figurante nella squadra di consiglieri di Reagan – e il filosofo Michael Novak.

Fra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima parte degli anni Novanta sarebbe avvenuta la transizione dal conservatorismo al neoconservatorismo. E determinante, a questo proposito, sarebbe stato l’ingresso di Kristol, il grande teorico della scuola neocon, la cui trascinante personalità avrebbe influenzato profondamente l’intero scheletro dell’Aei.

La fine della Guerra fredda aveva comportato un cambio di paradigma, indi un’alterazione degli obiettivi di politica estera, e l’Aei doveva stare al passo dei tempi. Non l’Europa ed il mondo russo, ma il Medio Oriente e il mondo islamico sarebbero state le nuove priorità della Casa Bianca. E l’Aei, fiutata la nuova epoca, avrebbe cominciato a formare una nuova generazione di diplomatici e politici, allevati al culto del neconservatorismo e specializzati in relazioni internazionali nel mondo islamico.

Tra coloro che negli unipolari Novanta frequentarono le aule dell’Aei, trovando spazio e prosperità durante l’era Bush, figurano e risaltano per significanza John Bolton tra i sognatori del Nuovo secolo americano e negli anni scorsi al servizio dell’amministrazione Trump – e Dick Cheney – storico vice di Bush Jr. Nel complesso, più di venti ricercatori dell’Aei hanno lavorato direttamente per le due amministrazioni Bush Jr, mentre l’istituto è ringraziato pubblicamente dall’ex presidente in tre occasioni per il contributo dato all’elaborazione della politica estera di quegli anni.

Caduto in un periodo di oblìo durante l’era Obama, l’Aei è tornato a nuova vita durante il breve ma intenso paragrafo Trump, mostrando, per l’ennesima volta, un incredibile senso di adattamento ai tempi. Perché, pur rimanendo fedele alla linea neocon, l’Aei ha progressivamente ridotto le attività dedicate al mondo islamico per concentrarsi su argomenti come Cina, Indo-Pacifico e regimi illiberali. Argomenti che, essendo dotati di una rilevanza bipartisan, potrebbero permettere all’influente think tank di galleggiare in quel mare in burrasca che sono gli Stati Uniti, la cui identità sta venendo riscritta dall’egemonia politico-culturale dei liberal e la cui nuova agenda estera è il riflesso di minacce più provenienti dall’Estremo Oriente che dal Medio.