La relazione tra Italia e Cina: un ponte tra Oriente e Occidente

Nel secondo dopoguerra, l’Italia è stata tra i precursori dell’approccio occidentale alla Repubblica Popolare Cinese. Prima del riconoscimento da parte di Roma di Pechino come legittima rappresentante della nazione cinese nel 1970, infatti, leader politici come Pietro Nenni e Giorgio La Pira tennero aperto un dialogo secondo per intensità solo a quello condotto dalla Francia del Generale de Gaulle.

Nel 1955, la Firenze amministrata dal democristiano La Pira “fu la prima città italiana a invitare il sindaco di Pechino a intervenire in un dibattito”, come ricorda Alessio Caschera ne L’Italia nel mondo, aggiungendo: “Tra i più fervidi sostenitori dell’apertura a oriente troviamo anche Enrico Mattei. Il fondatore di Eni fu tra i primi a compiere un viaggio in Cina per motivi commerciali”, aprendo la strada ad accordi economici siglati tra il 1962 e il 1963, in pieno embargo occidentale alla Repubblica Popolare.

Questo breve excursus storico è necessario a puntualizzare un dato fondamentale: la relazione tra Cina e Italia è ben radicata nel passato e il nostro Paese ha sempre svolto una cruciale funzione da ponte tra Oriente e Occidente. Funzione metaforica che ora assume una salienza strategica: l’Italia è stata infatti considerata, negli ultimi anni, un Paese cruciale per il grande progetto della “Nuova via della seta”, principalmente nella sua ramificazione marittima. Come riportato da Giorgio Cuscito nel numero di Limes di gennaio 2017, “la carta diffusa nel 2013 dall’agenzia di stampa Xinhua individuava in Venezia il fondamentale anello di congiunzione tra la cintura economica della Via della Seta (la rotta terrestre) e la Via della Seta marittima del XXI secolo”.

Il futuro del rapporto tra Roma e Pechino, tanto in chiave politica quanto sul versante economico (l’interscambio bilaterale nel 2017 è valutato attorno ai 40 miliardi di dollari), si giocherà sulle nostre capacità di cogliere questa opportunità vitale.

Nel maggio scorso, Paolo Gentiloni è stato l’unico leader del G7 a partecipare al forum sulla Belt and Road Initiative organizzato dal governo di Xi Jinping. Tuttavia, l’interesse di Roma ha da sempre assunto connotati contrastanti. La Cina stenta a riconoscere nell’Italia un interlocutore deciso come la Francia del Presidente Macron, accolto da Xi come un imperatore nel suo recente viaggio nella Repubblica Popolare, o la Germania che punta a trasformare il porto fluviale di Duisburg in un hub del commercio transcontinentale.

L’Italia ha l’opportunità di essere la naturale porta dell’Europa per i flussi commerciali provenienti da Sud e da Est e diretti al cuore del continente. In questo contesto, i cinesi hanno particolare interesse per i nostri porti, che potrebbero espandere una strategia mediterranea già consacrata dall’acquisizione da parte di Cosco dei terminal del Pireo in Grecia.

In una fase che ha visto i traffici attraverso il canale di Suez dilatarsi del 124% tra il 2001 e il 2015, il governo italiano ha a lungo tergiversato prima di offrire “una via complementare alla ferrovia che Pechino ipotizza di costruire per collegare il porto greco all’Europa attraverso i Balcani, suggerendo di sfruttare anche i sistemi portuali e ferrati già esistenti – e già pronti – come Trieste”, come scritto da Alessandra Spalletta dell’Agi.

“La posizione geografica dell’Italia”, aggiunge, “garantisce ai nostri porti un ruolo strategico. I cinesi lo hanno capito e stanno pensando di creare nel Nord d’Italia un hub logistico europeo. Non a caso Cosco (quarta compagnia al mondo) ha acquisito il 40% di Vado Ligure: il nuovo terminal container sarà operativo entro il 2018″. Le prospettive, dunque esistono, e sono rosee: per renderle concrete serve che il futuro governo abbia ben chiari gli obiettivi centrali dell’interesse nazionale italiano nei confronti della “Nuova via della seta”.

Legato a doppio filo ai rapporti tra Cina e Italia è il tema del progressivo riavvicinamento tra Pechino e la Santa Sede, che potrebbe concludersi con la stipulazione di un “concordato” entro la fine del 2018. L’apertura del Vaticano alla Cina avrebbe risvolti geopolitici notevoli: da un lato, certificherebbe il riconoscimento da parte del papato di Francesco di un nuovo membro nel club degli “imperi paralleli”, per usare l’espressione coniata da Massimo Franco nel suo omonimo saggio, dopo gli Stati Uniti; dall’altro, amplificherebbe quel ponte di dialogo tra Oriente e Occidente che la dialettica tra Cina e Italia esemplifica da oltre sessant’anni.

Il concordato sino-vaticano, in altre parole, sarebbe il trionfo del modello multipolare: un modello che l’Italia deve necessariamente sostenere, non abbandonando la sua collocazione nel campo occidentale ma ritagliandosi spazi di manovra laddove le occasioni e l’interesse nazionale lo richiedano. La cultura, in questo senso, può aiutare ad aprire uno spazio di dialogo tra Italia, Cina e Vaticano. Ben prima di Mattei e La Pira, infatti, Italia e Cina hanno dialogato grazie ai mercanti romani dell’epoca di Marco Aurelio, agli esploratori dell’era di Marco Polo, ai gesuiti di Matteo Ricci.

Non è un caso che la Santa Sede e l’Impero di Mezzo abbiano intensificato il loro dialogo sulla scia di una duplice mostra congiunta a Pechino e Roma, evocativamente denominata “La bellezza ci unisce“. L’apertura congiunta del Vaticano al dialogo con Pechino e dell’Italia alla “Nuova via della seta” segnalerebbe, una volta di più, che i legami del passato, molto spesso, sono l’importante presupposto della collaborazione nel presente.