La questione taiwanese: che cos’è e perché è importante

La cosiddetta questione taiwanese è uno dei grandi nodi irrisolti del XX secolo. Retaggio della storia cinese, nonché ombra della guerra civile combattuta nella prima metà del ‘900 tra i comunisti di Mao Zedong e i nazionalisti di Chiang Kai Shek, la continua tensione che intercorre tra la Repubblica Popolare cinese e la Repubblica di Cina potrebbe seriamente mettere a rischio la stabilità mondiale.

Il motivo è semplice: dopo la riunificazione di quella che consideriamo la Cina moderna ad opera del Grande Timoniere Mao, il generale Chiang fu sconfitto e costretto a ritirare le sue truppe nell’isola di Taiwan. Qui, nel 1949, mentre i comunisti fondarono la Cina socialista, i nazionalisti del partito Kuonitang dettero vita alla Repubblica di Cina. Entrambi i Paesi dichiarano di essere i legittimi rappresentanti del popolo cinese.

Da quel momento in poi il mondo si ritrova davanti a due Stati che affermano di rappresentare il popolo cinese. In una prima fase Taiwan viene riconosciuta da molti Paesi occidentali come l’unica Cina e ottiene perfino un seggio all’Onu. Il governo taiwanese si allea con gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e diventa una roccaforte dell’anticomunismo.

Quando tuttavia la Cina di Deng Xiaoping, a metà degli anni ’70, decide di puntare sul binomio riforme e apertura, Taiwan inizia a essere emarginata. Viene esclusa dall’Onu, allontanata dagli Stati Uniti e da quasi tutti gli altri Paesi, che preferiranno allacciare i rapporti con Pechino. Mentre il governo taiwanese continua a professare la propria autonomia e indipendenza dalla Cina continentale, il Dragone considera l’isola una provincia ribelle da annettere alla madrepatria con ogni mezzo possibile.

Se al lascito della storia cinese aggiungiamo il ritorno di fiamma di Washington al fianco di Taiwan, con gli Usa che non hanno alcuna intenzione di lasciare via libera all’espansione cinese nella regione indo-pacifica, ecco che lo scenario ha tutto per diventare veramente esplosivo.

Taipei divenne la capitale dei nazionalisti cinesi il 7 dicembre 1949, al termine della sanguinosa guerra civile terminata con la sconfitta del Kuomintang. Per capire la storia recente di Taiwan è tuttavia necessario fare un passo indietro.

In Cina, nel 1912, dopo più di duemila anni di dominio imperiale, il sistema dinastico della dinastia Qing giunse al declino. Al suo posto subentrò la Repubblica di Cina. Ricordiamo che il Paese aveva dovuto fare i conti con un secolo di instabilità, in parte per via della dominazione straniera e in parte a causa delle ribellioni interne, foraggiate dai “signori della guerra“. Questi ultimi, militari situati per lo più nel Nord, sognavano di ereditare il potere imperiale.

Fu in un contesto simile che il Kuomintang (KMT) di Sun Yat Sen iniziò ad addestrare un esercito nazionale con il quale sfidare i signori della guerra e garantire alla Cina un futuro. Inizialmente sembrava che i nazionalisti del KMT potessero allearsi con l’allora neonato Partito Comunista Cinese per conseguire la stabilità del Paese. Con la morta di Sun Yat Sen e l’ascesa del generale Chiang Kai Shek, i nazionalisti ruppero ogni ponte con i comunisti e posero fine all’influenza dei militari del nord. Nel 1928, a Nanchino, Chiang formò un governo del quale deteneva sia il potere politico che militare.

Nel frattempo i comunisti riuscirono a riorganizzarsi e, guidati da Mao Zedong, sconfissero i nazionalisti al termine di una lunga guerra civile. Chiang Kai Shek fuggì a Taiwan portando con sé le riserve auree del Paese. Il generale razziò tutti i manufatti provenienti dalla Città Proibita e dal palazzo imperiale di Nanchino. Gli stessi, oggi, si trovano nel National Palace Museum di Taipei.

Dal 1949 in poi il KMT continuò a operare sull’isola, fino alla democratizzazione di Taiwan. A circa 160 chilometri di distanza i comunisti si proclamarono gli unici successori della defunta Repubblica di Cina, dichiarando illegittimo il governo nazionalista taiwanese.

Le tensioni tra Cina e Taiwan non si sono mai placate. Anzi: negli ultimi anni sono cresciute sempre di più, di pari passo con lo scontro geopolitico tra Pechino e Washington. Taipei dichiara di essere indipendente dal governo cinese ma il Dragone si oppone con fermezza. Basti pensare che nel 2005 il governo cinese ha approvato una legge anti-secessione che legittima un intervento armato nel caso in cui Taiwan dichiarasse l’indipendenza.

Si stima che sulle coste cinesi siano piazzati oltre 500 missili puntati su Taiwan. La possibilità che la Cina decida di invadere l’isola per riannettere con la forza quella che considera una provincia ribelle è da prendere in considerazione. Secondo quanto riportato dalla rivista Proceedings, dello US Naval Institute, una ipotetica invasione di Taiwan da parte della Cina si concluderebbe in appena tre giorni. Con gli Stati Uniti incapaci di difendere l’alleato.

A peggiorare una situazione già di per sé problematica troviamo la presenza degli Stati Uniti. Dopo anni di freddezza Washington è tornata ad avvicinarsi a Taiwan. E lo ha fatto tanto per motivazioni di ragione economica quanto per tutelare i propri interessi geopolitici in Asia (e non solo).

Con la presidenza di Donald Trump il governo americano ha rifornito di armi Taiepi e rassicurato l’isola di tutto il sostegno militare necessario in caso di possibili minacce da parte di Pechino. Già, perché se Taiwan dovesse effettivamente essere assorbita dalla Cina, gli Stati Uniti perderebbero un baluardo piazzato a metà strada tra il Mar Cinese Meridionale e Orientale.