La minaccia missilistica dell’Iran in infografiche

Secondo il giornalista Pierre Haski ci sono due foto che descrivono molto bene lo  stato del Medio Oriente nel 2017 e ciò che ci aspetta nel 2018. Il primo scatto porta la data del 21 maggio e ritrae il presidente egiziano al Sisi con re Salman dell’Arabia Saudita e il presidente statunitense Donald Trump. L’altro è stato invece immortalato sei mesi dopo a Sochi e mostra il premier iraniano Rouhani, il presidente Turco Erdogan e quello russo Putin. La lettura, un po’ semplicistica forse, mette in luce i due blocchi che sono andati a costituirsi intorno alla mezzaluna.

43276AED-A8CA-4756-8FEC-4BE5770A9474

La verità è che quelle foto mostrano qual è il duello in corso ora e qual è la grande incognita che ci accompagnerà nel corso del nuovo anno. L’Iran. Il riavvicinamento di Washington a Riad dopo gli otto anni di gelo avuti con Obama, hanno rimesso in discussione l’accordo sul nucleare che gli Usa, e altre cinque potenze mondiali (Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) hanno sottoscritto con Teheran nel 2015. Ma a spingere verso una revisione di quel patto, se non il suo diretto abbandono, è stato il presidente americano. A inizio ottobre Donald Trump ha deciso di non certificare l’intesa rispedendola al Congresso che ora deve decidere cosa fare, se emendare il testo spingendo per nuovi negoziati oppure se imporre nuove sanzioni.

Se è vero che il tycoon ha fatto dell’avversione all’accordo con l’Iran uno dei punti fermi del suo programma elettorale di politica estera, è certo che il fatto che ha spinto il presidente ad accelerare è stato un altro. Gli iraniani hanno dato una spinta decisiva al loro programma missilistico. Secondo l’amministrazione Trump i test che Teheran ha condotto nel corso del 2017 rappresentano un tradimento «dello spirito» dell’accordo e per questo ha minacciato di varare una nuova stagione di sanzioni. Ma andiamo con ordine. Il 23 settembre, a ridosso della parata militare che rievoca la guerra con l’Iraq (1980-1988) le autorità della repubblica islamica hanno testato un vettore di medio raggio (MRBM) il Khorramshahr, un missile a due stadi mosso da propellente liquido e che può montare testate multiple (Mirv). Secondo valutazioni del think tank Csis, il vettore potrebbe raggiungere una distanza di 2 mila chilometri quindi se lanciato da una delle basi poste ai confini della repubblica islamica potrebbe colpire Tel Aviv, ma anche Istanbul o Il Cairo. Il nuovo arrivato nell’artiglieria iraniana assomiglia molto al Musudan nordcoreano, conosciuto anche come Hwasong-10, segno dei legami nascosti che corrono sull’asse Pyongyang-Tehran. Ma non è il solo a preoccupare americani e alleati, in primis Israele.

Attualmente diversi esperti concordano che l’Iran non possiedi missili di lungo raggio, gli Icbm. Per capirci non disporrebbe di tecnologie simili a quelle mostrate dall’ultimo test missilistico di Kim Jong-un. Ma ha comunque un arsenale di tutto rispetto in tutto il Medio Oriente e la Persia. La chiusura del Paese e la poca trasparenza però rendono difficile capire quanti missili ha l’Iran e quanti ne vengano testati. Ci vengono però in soccorso i dati del Nti (Nuclear teheran initiative). Secondo questi dati dal 1991 in poi sono stati effettuati 126 lanci missilistici. Di questi alcuni sono stati veri e propri attacchi come quando nel 2001 venne lanciato un attacco contro il gruppo terroristico Mojahedin-e Khalq, responsabile di una serie di attentati contro le città iraniane al confine con l’Iraq. Non solo quest’estate il paese degli ayatollah ha effettuato una serie di lanci contro la Siria dopo l’attentato dell’Isis nel cuore di Tehran. Fra attacchi e test l’anno con la maggiore attività è stato il 2001, seguito proprio dal 2017 dove Nti ha registrato almeno 13 diversi missili. Per quanto riguarda la tipologia di vettore quello più lanciato, 49 volte, è stato lo Shahab-1 seguito dallo Shahab-3 e dal Ghadr-1. Questi ultimi in particolare rappresentano i missili su cui il programma fa perno. Senza dimenticare l’evoluzione che ha avuto il missile Sejjil, che dal think tank Csis viene anche chiamato Ashura/Ghadr-110A, uno dei vettori più temibili perché mosso di propellente di tipo solido. E che, almeno in teoria, potrebbe portare una testata pesante come quella necessaria a trasportare materiale atomico. Il test del 23 settembre e la decisione di Trump sull’accordo hanno dato un’ulteriore accelerata al dibattito. A inizio ottobre una fonte anonima aveva raccontato a Reuters che l’Iran sarebbe stato pronto a negoziare il proprio programma missilistico. Voci seccamente smentite da Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione (IRGC), i pasdaran. Jafari è intervenuto in particolare per avvertire gli americani che un eventuale inserimento degli IRGC nella lista delle associazioni terroristiche avrebbe portato a un’escalation senza fine.

«Come abbiamo già detto più volte in passato se l’America voterà nuove sanzioni dovrà spostare le sue basi oltre la gittata dei nostri missili, oltre 2 milla km», ha detto Jafari secondo la stampa locale. «Se le notizie a proposito della stupidità americana nell’inserire le Guardie della rivoluzione nei gruppi terroristici allora le Guardie della rivoluzione considereranno gli americani come se fossero lo Stato Islamico», ha aggiunto. Jafari ha spiegato anche che il programma missilistico è uno strumento di difesa non negoziabile. Ma le minacce di Teheran non si sono rivolte solo a Washington.

Verso la fine di Novembre l’agenzia di stampa iraniana ha riportato la notizia che il vice comandante dell’ IRGC, Hossein Salami, ha messo in guardia anche l’Europa. «Se verremo minacciati aumenteremo il raggio dei nostri missili». Salami ha spiegato anche che «Se abbiamo tenuto il range dei nostri missili intorno ai 2 mila km non è per questioni tecnologiche». «Finora abbiamo sentito che l’Europa non è una minaccia e per questo non abbiamo aumentato la gittata dei vettori. Ma se l’Europa volesse diventare una minaccia saremmo pronti ad aumentare la distanza».

Le parole di Salami richiamano alla mente le dichiarazione del suo superiore Jafari fatte qualche mese fa. Il capo dei guardiani aveva infatti spiegato che le limitazioni alla gittata erano dovute a una specifica richiesta del supremo leader l’Ayatollah Ali Khamenei. Nessun analista al momento è in grado di dire se le affermazioni di Salami e Jafari sono solo minacce o hanno un fondo di verità. Quello che è certo è che la minaccia agli Usa è reale. Stando al bollettino mensile pubblicato dal Defense Manpower Data Center dell’esercito americano nei Paesi che vanno dalla Siria all’Oman sono impiegati quasi 40 mila uomini e che, almeno nei piani di Teheran, potrebbero venire messi molto presto sotto tiro.