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Jan Hecker, il Richelieu di Angela Merkel

Dietro ogni grande statista aleggiano le ombre di abili diplomatici e strateghi lungimiranti, dei novelli cardinali Richelieu che alla luce dei riflettori del palcoscenico internazionale prediligono l’anonimato e il buio del dietro le quinte, il luogo in cui si decide la messa in scena dello spettacolo e dove avviene la scrittura dei copioni degli attori.

Nel caso della Germania della contemporaneità, quella potenza castrata che la longeva Angela Merkel ha (ri)trasformato nella locomotiva d’Europa, colui che aveva suggerito all’orecchio della cancelliera negli ultimi anni rispondeva al nome di Jan Hecker. E coerentemente e conformemente al ruolo rivestito, che era quello dell’eminenza grigia, questo personaggio, per quanto influente, risultava semisconosciuto ai più. Dal 5 settembre di quest’anno, però, il suo nome è sulla bocca di tutti. Quel giorno, invero, è morto misteriosamente a Pechino, dov’era giunto da alcune settimane per guidare l’ambasciata tedesca in loco.

Jan Hecker era nato il 15 febbraio 1967 in quel di Kiel, Germania settentrionale. Sebbene al momento della morte lavorasse nell’ambiente della diplomazia, Hecker era cresciuto e si era formato nelle aule dei tribunali, studiando diritto, giurisprudenza e costituzionalismo.

Il curriculum studiorum di Hecker era eloquente a proposito del suo percorso iniziale: fra il 1988 e il 1994 lo studio di scienze politiche e diritto tra Friburgo, Grenoble e Gottingen, e nel 1997 il master in legge presso l’università di Cambridge e un dottorato nella stessa materia all’università di Gottingen con una tesi su sistema costituzionale francese ed integrazione europea.

Nel 1999, a due anni dal conseguimento del dottorato, avveniva l’ingresso nelle istituzioni. Era stato assunto, invero, nell’Ufficio federale per la protezione della costituzione, un’entità appartenente al Ministero degli Interni. A partire da quell’anno, pur cambiando periodicamente posizione ed ufficio, Hecker non sarebbe più uscito dalle istituzioni.

Negli apparati si era costruito la fama di profondo conoscitore e custode fedele della Costituzione, una dote affiancata dall’agevolezza mostrata e dimostrata nell’ambito delle scienze politiche, scalando poco alla volta i gradoni della piramide del potere. Nel 2011 era entrato nella Corte amministrativa federale, presso la quale aveva cominciato a lavorare come giudice. Un ruolo che gli avrebbe consentito di avere visibilità, di avere a che fare con fascicoli sensibili – come la stampa, le telecomunicazioni e l’immigrazione – e, soprattutto, di avvicinarsi al cancellierato.

Il 2015 sarebbe stato l’anno della svolta. Hecker, forte dell’esperienza maturata negli anni e della credibilità acquisita nel ruolo di giudice della Corte amministrativa federale, veniva investito dell’onere-onore di coordinare la squadra speciale per la politica migratoria della Cancelleria federale.

Il compito era arduo, perché trattavasi di impedire che la Germania venisse travolta e destabilizzata dalla crisi dei rifugiati in corso, ma Hecker avrebbe superato la sfida con successo. Perché fu lui a suggerire, invero, di instaurare una collaborazione tra pubblico e privato – funzionale alla ripartizione dei costi –, di attuare una politica di scrematura – utile a ridurre gli ingressi – e di siglare degli accordi per la “non partenza” con gli stati-chiave dell’Africa – corteggiati a suon di euro, cioè promesse di investimenti e prestiti a fondo perduto. La strategia, rivelatasi vincente, lo avrebbe fatto entrare nelle grazie e nel circuito della Merkel.

Nel 2017, conchiusa la missione presso la squadra speciale per le politiche sui rifugiati, Hecker veniva trattenuto a Berlino. Questa volta, però, l’incarico propostogli sarebbe stato di gran lunga più prestigioso dei precedenti: consigliere per gli affari esteri della Merkel. Incarico che avrebbe accettato – subentrando all’uscente Cristoph Heusgen – e che avrebbe assunto in simultanea all’ingresso nel Dipartimento federale per le politiche sullo sviluppo, la sicurezza e l’estero.

Ostile a microfoni, telecamere e riflettori, Hecker avrebbe trascorso gli anni del consiglierato viaggiando in lungo e in largo con la Merkel, mostrando una particolare predilezione per i soggiorni in Asia e riservando attenzione speciale al fascicolo turco-greco, del quale aveva capito l’importanza per la sicurezza fisica dell’intera Europa ai tempi della prima crisi dei rifugiati. Fascicolo che avrebbe gestito direttamente, recandosi in loco ogniqualvolta possibile per dialogare con le controparti greche e turche e che, poco a poco, avrebbe consacrato la Germania nel primo e principale – o meglio unico – intermediario tra le sempre-belligeranti Grecia e Turchia.

La migrazione, in breve, era stata il veridico e centrale pallino di Hecker, costantemente in viaggio tra Ankara, Tripoli, Cairo e Lagos per siglare accordi sottobanco in materia di rimpatri ed esternalizzazione delle frontiere dell’Europa, ma sarebbe riduttivo ed errato circoscriverne l’importanza del ruolo alla mera sfera migratoria. Perché i consigli di Hecker, invero, avevano guidato i passi della Merkel su una grande varietà di teatri: dai Balcani occidentali alla Cina.

Né oltranzista dell’atlantismo né convinto sostenitore dell’eurasiatismo, ma solo e soltanto filotedesco, Hecker aveva giocato un ruolo determinante nel supportare la cancelliera negli anni bui della massima pressione trumpiana sul Nord Stream 2 e sulla Nuova via della seta. Due lotte che hanno visto prevalere la Germania, e che la Merkel non avrebbe mai potuto vincere senza il contributo di uomini come Hecker e Matthias Warnig.

Hecker, comunque, da sempre più interessato a Pechino che a Mosca – che è e resta un affare di schroediani e affaristi dell’energia –, nel mese di agosto 2021 aveva scelto la prima quale sua destinazione di lavoro. O meglio: era stato selezionato dall’uscente Merkel per portare avanti il sogno dell’asse Berlino-Pechino in qualità di ambasciatore in loco. Era stato selezionato, in breve, per inviare a Pechino un messaggio eloquente: continuità.

Non ha potuto portare a compimento la missione affidatagli. Il 5 settembre, a due settimane dall’arrivo a Pechino, la stampa tedesca ha dato notizia della sua morte. Una morte giunta come un fulmine a ciel sereno, che ha scioccato la Merkel, e sulle cui cause, al momento, vige la totale riservatezza. Una morte che, volendo correre il rischio dell’accusa di apologia del cospirazionismo, non può non destare sospetti – questo è tempo di guerra tra blocchi, una guerra tutt’altro che fredda – e che riporterà la mente di alcuni indietro di alcuni mesi, al decesso di Du Wei, il neoambasciatore cinese a Tel Aviv, anch’egli morto improvvisamente, prematuramente e misteriosamente, cioè in circostanze molto simili.

La nomina di Hecker a capo dell’ambasciata tedesca in Cina era stata importantissima, dunque, perché indicativa del futuro della Germania nell’era post-Merkel. Un futuro che, se le cose dovessero andare come previsto, potrebbe continuare a sapere di merkelismo, cioè di ricerca di rivalsa, autonomia strategica e grandezza. Tre mete alle quali i fedeli dell’Erinnerungsgemeinschaft aspirano sin dalla Die Wende e che, se raggiunte, significherebbero un ritorno della Germania alla storia, questa volta non Los von Rom ma Los von Washington. Uno scenario, quella di una Germania rinata e orientata a levante, che qualcuno, forse, vorrebbe che non si materializzasse.