Chi era Jamal Khashoggi il dissidente ucciso a Istanbul

Avrebbe compiuto 60 anni due giorni fa. Ma di Jamal Khashoggi nessuno ha più saputo nulla dalle 13 del 2 ottobre, giorno in cui il famoso giornalista di Medina era entrato nel consolato saudita di Istanbul, per ritirare i documenti del suo divorzio. Da quel palazzo, infatti, nessuno l’avrebbe visto uscire. Ufficialmente una strana sparizione, per molti un possibile omicidio che macchia l’immagine del Regno di Mohammad Bin Salman. E poi ipotesi, intrighi, ricostruzioni e inchieste.

Quella del giornalista saudita è una scomparsa che fa rumore. Non soltanto per l’importanza del nome della famiglia Khashoggi nel Paese (Jamal è infatti parente dell’imprenditore miliardario Adnan e cugino di Dodi Al Fayed), ma anche per il ruolo che una voce come la sua ha avuto, negli anni, nell’area mediorientale. Un uomo scomodo ma quasi intoccabile. Per diversi motivi. Perché prima molto vicino alla famiglia reale e poi emblema di libertà per diversi oppositori del governo saudita.

Jamal Khashoggi aveva studiato alla Indiana University, negli Stati Uniti. La sua carriera giornalistica l’aveva iniziata proprio lì, come corrispondente per il Saudi Gazette. Dal 1987 al 1990 lavorò come reporter per il quotidiano Asharq Al-Awsat, giornale di proprietà saudita ma con sede a Londra, e negli otto anni successivi collaborò per il panarabo Al-Hayat. Un lavoro giornalistico incessante che presto lo portò a raccontare l’Afghanistan, l’Algeria e il Kuwait negli anni più difficili.

La sua voce divenne ancora più celebre a metà anni Novanta, dopo aver incontrato e intervistato, più volte, Osama Bin Laden, molto prima che diventasse il leader riconosciuto di Al Qaeda. Nel 1999 gli venne proposto l’incarico di vice direttore ad Arab News. Accettò e rimase per quattro anni. A lungo consigliere e capo ufficio stampa della famiglia reale, lavorò anche per Al-Watan, dove però iniziarono le prime stranezze: dal quotidiano, infatti, sarebbe stato mandato via, senza particolari ragioni, nel 2003, probabilmente per problemi legati alla politica editoriale. Fu reintegrato nel 2007, ma lo allontanò un nuovo licenziamento, nel 2010. Nello stesso anno, Khashoggi venne nominato direttore generale del canale news Al Arab, di proprietà del Principe Alwaleed Bin Talal e gestito da Manhama, in Bahrein . Il network chiuse il giorno successivo al suo lancio, nel febbraio del 2015. Suo malgrado probabilmente, negli anni, Khashoggi è divenuto un oppositore delle politiche del principe ereditario Mohammed Bin Salman, in particolare dopo che alle promesse di riforma erano seguite un’ondata di arresti e di repressione.

Khashoggi, però, non ha mai smesso di scrivere, né di raccontare. Nel 2017 si è esposto, anche sui social network, avversando apertamente le politiche del Paese. Si era trasferito a Washington dopo che, di fatto, la presenza in Arabia Saudita non sembrava più gradita. Disse che gli era stato ordinato di tacere. Invito che, però, non aveva accolto. “L’Arabia Saudita non è sempre stata così repressiva. Ora è insopportabile”: sul Washington Post, nel settembre dello stesso anno, aveva fatto pubblicare questo articolo. E su Twitter aveva aggiunto: “Non sono contento di pubblicare questo pezzo, ma il silenzio non serve al mio Paese”. Il post non era piaciuto a Riad e poco dopo, il quotidiano Al-Hayat aveva deciso di chiudere il loro rapporto di lavoro, censurando tutti i suoi scritti. Khashoggi ha scelto le colonne del Washington Post anche per descrivere, di fatto, le complessità dei difficili equilibri sociali di Riad. Sostenitore della libertà di parola e del diritto di espressione, ha paragonato le politiche del principe ereditario a quelle di Vladimir Putin. Da tredici giorni, le sue opinioni non si leggono più.

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