Ecco chi è Jair Bolsonaro, leader dell’estrema destra brasiliana

Il tentativo di omicidio di Jair Bolsonaro da parte di un aggressore armato di coltello a Minas Geiras avvenuto il 6 settembre scorso ha scosso la politica brasiliana a poca distanza dalle delicatissime elezioni presidenziali di ottobre. L’attacco al candidato alla presidenza dell’estrema destra, infatti, ha segnalato il grave stato di tensione di cui è preda il gigante latinoamericano, già scosso negli ultimi mesi dalle conseguenze politiche e sociali del processo all’amato ex presidente Lula.

Salvato in ospedale poco dopo l’aggressione, nella notte tra il 12 e il 13 settembre Bolsonaro è stato nuovamente operato d’urgenza. “Il leader dell’estrema destra verdeoro”, scrive Il Sussidiario, “ricoverato presso l’ospedale Albert Einstein di San Paolo, è dovuto tornare nuovamente in sala operatoria a seguito di una tomografia che ha rivelato la creazione di un’aderenza sulla parete dell’intestino tenue, che stava causando un’ostruzione, con il rischio di necrosi. Bolsonaro accusava da ore una fortissima nausea, e i medici, dopo gli appositi controlli, ne hanno scoperta la causa”.

Impossibilitato a proseguire la campagna elettorale dopo l’aggressione, Bolsonaro vede i suoi consensi accrescersi quotidianamente dopo l’attentato subito e ha ampliato la sua leadership nelle intenzioni di voto per il primo turno presidenziale passando dal 22-23% medio al 26-30% di cui oggi pare accreditato assieme alla sua formazione conservatrice, il Partito Social-Liberale, che in alcune rilevazioni tocca il 33%. L’attentato ha portato sotto i riflettori la sua storia politica, molto spesso controversa: proprio di questa carriera ci accingiamo a parlare, raccontando l’esperienza personale e politica dell’uomo che ambisce a diventare il prossimo presidente del Brasile.

Classe 1955, nativo dello Stato federale di San Paolo, Bolsonaro ha vissuto la parte più importante della sua formazione nei ranghi dell’esercito brasiliano, frequentando la prestigiosa e antica Academia Militar des Aghulas Negras da cui uscì laureato nel 1977.

Erano gli anni in cui il regime militare instaurato in Brasile nel 1964 portò a un punto massimo la sua presa sul Paese e sulla popolazione. La propaganda della dittatura, guidata negli anni Settanta da Emilio Medici e Ernesto Geisel, celebrava la crescita dell’economia del Paese mentre, nel frattempo, i dissidenti venivano imprigionati e torturati a migliaia. Il regime non raggiunse i livelli di abiezione delle dittature militari cilena ed argentina, ma limitò in maniera forte e drastica i diritti della popolazione brasiliana.

Nel 1979 João Figueiredo, succeduto a Geisel, firmò una legge d’amnistia per i crimini politici commessi dal 1964 in avanti; sei anni dopo, il Brasile oberato da un debito di 90 miliardi di dollari e da una serie di manifestazioni e scioperi conobbe la sua transizione democratica nelle prime elezioni presidenziali libere dopo decenni.

In questo clima agitato Bolsonaro, che servendo nei paracadutisti e nell’artiglieria aveva raggiunto il grado di capitano, ebbe modo di farsi conoscere: nel 1986 denunciò il presunto disinteresse del nuovo governo democratico verso le forze armate, i tagli al personale dell’esercito dovuti a motivazioni economiche e espresse il suo rammarico per la fine del regime castrense in un’intervista alla rivista Veja. La comparsa pubblica di Bolsonaro fu il preludio all’inizio di una carriera politica avviatasi nel 1988 e sempre caratterizzata da una collocazione ben precisa.

Entrato in politica nel Partito Cristiano-Democratico di posizioni fortemente conservatici, ma da allora in avanti pellegrino tra diverse formazioni della destra brasiliana, Bolsonaro fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1991 a Rio de Janeiro, occupando un seggio che da allora ha continuato a detenere.

Nel corso della sua carriera parlamentare a Brasilia, Bolsonaro è stato in continuazione la voce più dura e drastica dell’emiciclo: celebri sono stati i suoi interventi in difesa dell’operato del regime militare, le proposte per la reintroduzione della pena di morte abolita nel 1988, l’invocazione di una politica law and order contro il crimine endemico in Brasile, proposte choc come quella del 2008 per la risoluzione del problema della povertà attraverso la sterilizzazione degli indigenti.

A lungo considerato un personaggio folcloristico dai colleghi, Bolsonaro ha visto trasformate in leggi dello Stato solo due delle 173 proposte presentate in Parlamento nei suoi 27 anni di attività parlamentare. Nel 2014 la sua rielezione come deputato più votato di Rio de Janeiro con 464mila voti era sembrata la vetta più alta raggiungibile nella sua carriera politica, ma da allora in avanti Bolsonaro è diventato una figura centrale nella politica brasiliana. A favorirne l’ascesa sono state la progressiva delegittimazione della classe dirigente del Paese e la sua abilità nel compattare un blocco sociale e politico in suo sostegno in un tempo relativamente breve.

Nel 2018, Bolsonaro è assurto agli onori della cronaca dopo la decisione di entrare nel Partito Social-Liberale come candidato alla presidenza di un Brasile nel pieno caos: dopo l’impeachment velato da trame golpiste della presidentessa Dilma Rousseff, la completa delegittimazione del successore Michel Temer, incastrato in diverse trame e scandali e, soprattutto, l’aumento esponenziale della criminalità che ha portato il numero annuo di omicidi a circa 60mila hanno spianato una vera e propria autostrada per il tribuno di destra.

Per la prima volta nella sua carriera politica, Bolsonaro ha proposto in occasione della sua corsa alla presidenza un’agenda includente al suo interno proposte di riforma economica di spiccata matrice neoliberista: tagli alla spesa pubblica, riforme fiscali, deregulation in diversi settori dell’economia. La triade formata da sicurezza, liberismo economico e conservatorismo sociale, molto spesso marcato da frasi oscene verso le minoranze, ha attratto su Bolsonaro il consenso di una nuova forza politica del Paese: l’elettorato evangelico e pentecostale.

Influenzata dalle idee di estremo individualismo e della “teologia della prosperità” veicolata da diversi predicatori televisivi, fautrice di una concezione altamente pragmatica della fede religiosa, come riportato sul penultimo numero di Limes, la comunità evangelica ha dirottato su Bolsonaro la maggior parte dei suoi voti potenziali, trainandone l’ascesa nei sondaggi. Il candidato della destra ha colto l’importanza di un supporto tanto importante, segnalando il suo legame con l’elettorato religioso nel nome stesso scelto per la coalizione che lo sostiene, “Dio sopra tutto” (Deus acima de todos).

Nel frammentato panorama politico brasiliano, prima dell’attentato subito, Bolsonaro era l’unico candidato ad aver portato in scena una campagna estremamente attiva e partecipata.

“Adorato dai suoi potenziali elettori, che lo accolgono in folle compatte al grido di ‘mito’, è tra i pochi personaggi pubblici a risvegliare simili passioni in un Brasile poco incline a infiammarsi di passioni politiche. I suoi avversari hanno peraltro ribattezzato i simpatizzanti ‘bolsominion’, un riferimento ai minion, i pupazzi gialli e blu che seguono ciecamente il protagonista di Cattivissimo me. Ma il loro profilo è più complesso di quanto appaia”, si legge su Internazionale.

Abilissimo nell’uso dei social network, Bolsonaro fonda su Facebook e YouTube buona parte della sua comunicazione, e non è un caso che i suoi sostenitori siano più numerosi nel sud del Paese, laddove l’accesso a internet è migliore.

“Influenzati dal mito liberista della meritocrazia”, continua Internazionale, “i sostenitori di Bolsonaro esaltano all’estremo il successo individuale. In un mondo in cui il self-made man è l’ideale assoluto, le politiche di discriminazione positiva, attuate per permettere ai neri di accedere alle università, sono considerate un’ingiustizia che rischia di alimentare il “razzismo dei bianchi che si sentono danneggiati”.

Con le sue nuove proposte economiche Bolsonaro ha convinto alcuni investitori, come la potentissima Confederazione nazionale dell’industria (Cni), ad appoggiarlo e nella composizione della sua possibile amministrazione è partito con una scelta che ricorda le sue radici, nominando il generale in pensione Antônio Hamilton Mourão come candidato alla vicepresidenza.

L’attentato di Minas  Geiras ha portato Bolsonaro vicino alla morte e ha compromesso la sua presenza in campagna elettorale: tuttavia, la base di consenso creata dal candidato non dovrebbe, in vista del primo turno, disperdersi. Bolsonaro è espressione del risentimento e della paura che cova in un Brasile senza più certezze: la crescita esponenziale del candidato di destra nei sondaggi dopo l’attentato segnala come siano milioni, oramai, i cittadini che non si sentano rappresentati dal sistema attuale. Difficile pensare che siano le ricette proposte da Bolsonaro a rappresentare la soluzione ottimale, ma la politica brasiliana oramai non può più ignorare i crescenti consensi per le sue posizioni.

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