Imran Khan, l’architetto del Pakistan moderno (e islamista)

La cattura di Kabul da parte dei talebani di Hibatullah Akhundzada verrà rammentata dalla posterità come uno degli eventi più iconici del Duemila. Perché quel giorno, 15.8.2021, la dura lex historiae ha chiuso un capitolo-chiave del libro interminabile del Grande Gioco, quello relativo all’occupazione occidentale, preparando il calamo e l’inchiostro necessari alla scrittura di uno nuovo.

Sarà la storia a decidere l’epilogo di questo capitolo la cui scrittura è appena cominciata, tuttavia non mancano gli elementi utili alla formulazione di scenari e previsioni. Elementi che suggeriscono che qui troveranno la morte o il senesco unipolarismo o il germogliante multipolarismo. E che ci invitano a diffidare di quelle letture catastrofistiche che hanno comparato Kabul 2021 a Saigon 1975, veicolando l’idea traviante che il 15.8.21 abbia avuto luogo la Caporetto dell’Impero americano. Perché quelle letture, invero, ignorano che Saigon 1975 sarebbe stata seguita da Kabul 1989 e, soprattutto, da Mosca 1991.

Nel babelico e brumoso risko afghano, in breve, v’è soltanto una certezza – da sempre –: quasi nessuno è al sicuro, quasi nulla è certo. E quel quasi è un riferimento al Pakistan, il grande incompreso dell’Asia meridionale che degli studenti del Corano è creatore e che dell’Afghanistan ha storicamente desiderato essere il custode. Pakistan che, già frainteso per natura, non potrebbe essere capito pienamente senza introdurre la figura del suo attuale primo ministro, Imran Khan.

Imran Khan, oggi, è uno degli uomini più potenti del pianeta, in quanto primo ministro dell’unica potenza nucleare del mondo islamico, ma il percorso che l’ha condotto alla guida di Islamabad è stato lungo e, almeno inizialmente, orientato a lidi diversi dalla politica, come lo sport e la filantropia.

Khan – nome completo Imran Ahmed Khan Niazi –, nasce a Lahore il 5 ottobre 1952 in una famiglia della borghesia pashtun di nobile lignaggio. I Khan Niazi, invero, possono vantare tra i loro avi Haibat Khan Niazi, un celebre guerriero afghano del 16esimo secolo, e Pir Roshan, l’inventore dell’alfabeto pashtun.

Introdotto al cricket sin dalla tenera età, in conformità con una tradizione di famiglia, Khan viene allevato alla coltivazione di due passioni: lo sport e la politica. La prima gli sarebbe stata trasmessa dalla famiglia, la seconda l’avrebbe maturata negli anni trascorsi in Inghilterra, più precisamente tra Worcester e Oxford, per studiare economia, filosofia e scienze politiche.

Entrato nel mondo del first-class cricket all’età di soli sedici anni, a Lahore, Khan avrebbe continuato a giocare anche durante il periodo di studio in Inghilterra, gareggiando regolarmente con le squadre universitarie dal 1971 al 1976. Nel 1976, anno del ritorno in patria, Khan avrebbe messo da parte le conoscenze acquisite a Oxford per dedicarsi a tempo pieno al cricket agonistico dopo aver ricevuto un’offerta dalla nazionale pakistana.

Il cricket lo avrebbe portato in tutto il mondo, rivelandosi determinante nella costruzione della sua fama. Khan, invero, ancora oggi viene ricordato come uno dei battitori più forti e creativi della sua generazione, alla luce dei record stabiliti e dell’utilizzo pioneristico di tecniche di tiro basate sul reserve swing. All’apice della sua carriera, toccato nel 1992, Khan avrebbe condotto il Pakistan alla vittoria nel Campionato mondiale di cricket.

Ritiratosi ufficialmente dal mondo del cricket nel dopo-mondiali, Khan avrebbe dedicato la seconda parte degli anni Novanta alla coltivazione di un nuovo ma vecchio interesse: la politica. Cominciando dalla sponsorizzazione di programmi umanitari dell’Unicef in Asia meridionale, Khan avrebbe successivamente contribuito in maniera diretta – cioè attingendo al proprio portafogli – alla diffusione del benessere e alla lotta della povertà in Pakistan.

Tra le iniziative più importanti della “fase filantropica” figurano lo stabilimento dell’organizzazione caritatevole Shaukat Khanum – dietro alla costruzione del primo istituto di oncologia del Pakistan –, la creazione dell’università privata Namal e la costituzione della Fondazione Imran Khan – un ente benefico impegnato nella distribuzione di cibo agli indigenti e nel miglioramento delle condizioni di vita nelle aree più remote della nazione.

Sullo sfondo della filantropia, Khan avrebbe cominciato ad affacciarsi nel mondo della politica stricto sensu. Nel 1993, ad esempio, avrebbe ricoperto il ruolo di ambasciatore per il turismo nel governo ad interim di Moeen Qureshi. Tre anni dopo, poi, la svolta con la fondazione del Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), un partito centrista.

La fortuna ed il successo non sarebbero giunti subito. Khan, invero, avrebbe conquistato le masse poco a poco, più per l’adozione di posizioni politiche islamiste e antiamericane che per la filantropia e il ricordo dello sportivo illustre. Eventi-chiave del suo lungo percorso verso la presidenza, difatti, sarebbero stati l’appoggio incondizionato alla dittatura militare di Pervez Musharraf, il ruolo giocato nell’esplosione della controversia sulla dissacrazione dei Corani a Guantanamo nel 2005 e la lotta senza quartiere agli attacchi con droni degli Stati Uniti sul suolo pakistano. E nel 2018, dopo più di vent’anni di competizioni elettorali perdute, il Pti avrebbe vinto le parlamentari, magnetizzando il voto di un terzo dell’elettorato, con la promessa di fare del Pakistan quello Stato-nazione che avrebbe desiderato Muhammad Ali Jinnah.

Eletto dai pakistani per traslare in realtà i sogni del padre fondatore della nazione, Muhammad Ali Jinnah, Khan si è contraddistinto sin da subito per l’assertività e la coerenza. L’assertività nel portare a compimento gli scopi prefissati, come l’aggiustamento delle finanze statali, l’espansione dello stato sociale e il miglioramento del clima di investimento  una scalata di ventotto posizioni dal 2018 al 2020 nel Doing Business della Banca Mondiale , e la coerenza nel perseguire gli indirizzi politici difesi sin dagli anni Duemila, come l’allontanamento dagli Stati Uniti, la riduzione della dipendenza dall’Arabia Saudita e un avvicinamento critico alle forze del multipolarismo, cioè Cina, Russia, Iran e Turchia.

A Khan, inoltre, i posteri riconosceranno il merito di aver introdotto in Pakistan dei temi irrilevanti fino al 2018, come il cambiamento climatico, la transizione verde e la diversificazione energetica. Temi che il primo ministro ha affrontato avallando dei mastodontici piani di rimboschimento, la costruzione della diga di Diamer Bhasha e l’ingresso nel mercato automobilistico delle prime vetture elettriche.

Per le rivoluzioni diplomatiche inaugurate, nonché per le pionieristiche battaglie politiche condotte tra le quali la lotta alla cultura del clientelismo , Khan è stato eletto dal Time, nel 2019, uno dei cento personaggi più influenti del pianeta.

Dietro la vetrina luccicante, però, si nasconde della polvere, o meglio del marcio. Khan, ad esempio, non ha mai nascosto di provare delle forti simpatie per le cause dei qaedisti e dei talebani. Simpatie che nel 2020 lo avrebbero trascinato nell’occhio del ciclone, quando, durante un’intervista televisiva, descrisse Osama bin Laden come un martire. E che lo hanno rapidamente condotto a fare riferimento all’ala più estrema dell’elettorato nazionalista – quella dei fondamentalisti islamici –, condizionandone in maniera considerevole sia la politica interna – la mancata lotta alle persecuzioni cristofobiche – sia la politica estera – l’asse con la Turchia erdoganiana, l’inasprimento del conflitto con l’India per il Kashmir e il supporto diretto, concreto e multidimensionale al movimento talebano.

Quello che è accaduto, in pratica, è che Khan, la cui vittoria elettorale fu plaudita in Occidente perché ritenuta precorritrice di un vento riformista e liberale, non è stato compreso né approfondito. Perché riformista, sì, lo è e lo è sempre stato, ma liberale, nel senso occidentale del termine, non lo è stato mai. Un patriota agganciato ai servizi segreti, simpatetico verso dittatura e terrorismo, e inclemente nei confronti dell’India e degli Stati Uniti, invece, lo è stato sempre.

Se, oggi, politologi e politici nostrani continuano a non capire l’incomprensibile Pakistan, in sintesi, è anche perché, oltre a trascurarne la complessità, cercano di decifrare i pensieri dei suoi figli con le lenti appannate dell’occidentalo-centrismo. E Khan, il khan di Islamabad, è la prova vivente dei limiti di questo modus interpretandi.