La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Igor Sechin, il capo dei siloviki

I cosiddetti siloviki, securocrati in giacca e cravatta a metà tra lo 007, l’affarista e il chekista, sono una delle colonne portanti della Russia post-eltsiniana. Lo stesso Vladimir Putin, in ragione del suo passato, è uno di loro. E di siloviki, consapevole della scarsa qualità della classe politica postsovietica, si è circondato sin dal giorno uno.

Spiegare chi è e cosa fa un silovik non è semplice, anche perché questa figura non esiste al di fuori della Russia, ma si può, o meglio si deve, tentare. E non esiste modo migliore di spiegare il significato di questa parola, il senso di questo personaggio, che raccontare la storia di Igor Sechin, direttore della Rosneft e (presunto) vertice della cupola dei siloviki.

Igor Ivanovič Sechin nasce a Leningrado, odierna San Pietroburgo, il 7 settembre 1960. Portato per l’apprendimento delle lingue straniere sin dalla giovane età, Sechin si laurea in scienze linguistiche nel 1984 presso l’Università statale di Leningrado.

Fluente in portoghese e in francese, due idiomi essenziali al tempo della Guerra fredda – per via delle guerre per procura tra la Françafrique e l’Africa lusofona –, Sechin trascorre la seconda metà degli anni Ottanta nel neonato Mozambico, dove lavora come interprete per conto del governo sovietico. Una copertura, secondo alcuni, utilizzata per nascondere i veri obiettivi del suo trasferimento: agente segreto collegato alle operazioni di insurgenza e destabilizzazione nell’ex spazio coloniale portoghese.

Alla caduta dell’Impero sovietico, il misterioso Sechin decide di fare ritorno in patria. E qui, entrando a far parte della squadra di lavoro del sindaco di San Pietroburgo, fa la conoscenza di un altro uomo appena rincasato dall’estero: Vladimir Putin. Tra i due sarà, sin dai primordi, un rapporto idilliaco: scambi di favori, scambi di conoscenze, un dai e ricevi continuo e mutualmente vantaggioso.



Il passaggio di Putin da San Pietroburgo a Mosca equivale al passaggio di Sechin da San Pietroburgo a Mosca. Dal futuro presidente, invero, viene fatto entrare nel Cremlino prima come membro della tesoreria e dopo capo della segreteria del primo ministro.

L’era eltsiniana è agli sgoccioli, lo stato profondo sta per riprendere il controllo del Cremlino, e Putin abbisogna di persone come Sechin: con l’acume per gli affari, con esperienza all’estero, con doti diplomatiche. Un percorso verso la vetta già scritto.

Sechin è una delle poche persone che può vantare di aver conosciuto Putin da prima che diventasse Putin e, non meno importante, che può vantare di aver avuto e di avere con lui una relazione sana, mai contradditoria e priva di dissidi. Sechin, non a caso, è stato definito dalla stampa russa “il vice di Putin” e “il capo dei siloviki”. Nessuno avrebbe più influenza sul capo del Cremlino di lui.

I primi otto anni dell’era Putin hanno significato per Sechin due cose: l’ingresso al Cremlino, in qualità di vicecapo dell’amministrazione presidenziale – dal 1999 al 2008 –, e la costruzione di un impero economico, cominciata con l’entrata in Rosneft nel 2004 e finalizzata nel 2012 con l’assunzione della presidenza della stessa.

Nonostante i dissidi con Dmitrij Medvedev, dal quale fu “declassato” a vice-primo ministro nel 2008, Sechin è riuscito a restare saldamente parte della cerchia di potere putiniana. E ci è riuscito per via dell’ottima relazione intrattenuta con Putin, dei rapporti costruiti con il FSB, del quale ha permesso e facilitato l’entrata nel settore metano-petrolifero, e dell’agenda estera portata avanti in parallelo durante il paragrafo Medvedev.



Privato da Medvedev di funzioni e poteri, ma deciso a mantenere e ad espandere l’impero costruito con il supporto di Putin, Sechin avrebbe trascorso il periodo medvediano portando avanti un’agenda estera utile sia al proprio portafogli sia all’interesse nazionale. Nel 2008 gli accordi in materia di armi ed energia con il Venezuela chavista. Nel 2009 un accordo di esplorazione sottomarina con Cuba.

Le pressioni del nuovo presidente, però, avrebbero voluto infine la meglio. Nel 2011, sulla base di una legge firmata da Medvedev, Sechin viene costretto a dare le dimissioni da Rosneft. Un anno dopo, ad ogni modo, Putin – appena rieletto – lo reinserirà nuovamente nel gigante petrolifero e lo farà segretario esecutivo della Commissione federale su carburanti, energia e sicurezza ambientale.

Il ritorno in scena di Putin equivale alla ritrasformazione di Sechin in potere dietro il trono, tanto che nel 2014 verrà descritto dalla CNBC come “la seconda persona più potente della Russia”. Una convinzione condivisa anche dall’allora amministrazione Obama, che quell’anno introdurrà il silovik nell’elenco degli individui sanzionati per la guerra nell’Ucraina orientale, congelandone i beni posseduti negli Stati Uniti e privandolo del diritto di condurre affari con aziende e singoli statunitensi.


Pilastro del sistema putiniano, fatto oggetto di ulteriori sanzioni da parte occidentale allo scoppio della guerra in Ucraina del 2022, Sechin è divenuto crescentemente potente e influente negli anni. Un potere esteso alla politica domestica, come dimostrato dal ruolo-chiave giocato nell’arresto e nella condanna dell’ex ministro dell’economia Aleksei Ulyukaev. Un’influenza esercitata e visibile anche a livello internazionale, come provato dagli accordi siglati tra Rosneft e gli omologhi cinesi che hanno contribuito a migliorare le relazioni tra Mosca e Pechino.



Capo dei siloviki, traghettatore di Rosneft nel resto del mondo e, in particolare, nei teatri-chiave del Sud globale – cosa che ha trasformato il colosso petrolifero in un instrumentum regni con cui il Cremlino ha potuto farsi largo nelle ricche praterie latinoamericane e africane –, Sechin è oggi uno degli uomini più ricchi di Russia ed anche uno dei più enigmatici.

Il suo passato continua ad essere avvolto dal mistero come il suo presente: ieri presunto agente segreto delle cui attività in Mozambico non esistono documenti, oggi presunto miliardario – patrimonio di circa ottocento milioni di dollari secondo Forbes – che non ha conti e non emette fatture.

Capo di un circuito spionistico di livello internazionale, rivelatosi politicamente utile al momento del grande ritorno della Russia, Sechin è l’incarnazione del silovik: un uomo a metà tra lo 007, l’affarista e il chekista. I suoi passi sono ovunque, ma non lascia tracce. La sua assenza è presenza. La sua stessa esistenza è fonte di timore in molte persone, perché tesoriere che gestisce sia danari sia segreti. Caratteristiche, apparentemente più reali che fantasiose, che gli sono valse un soprannome suggestivo ed eloquente: Dart Fener.


Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.