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Guida al voto in Turchia

Nella giornata di oggi oltre 60 milioni di cittadini saranno chiamati alle urne in Turchia per il rinnovo del Parlamento e, soprattutto, per l’elezione del primo presidente della Repubblica che eserciterà compiutamente le ampie prerogative esecutive garantite dalla riforma costituzionale del 2017. Protagonista del voto odierno è, ovviamente, la figura del presidente in carica, Recep Tayyip Erdogan, che si presenta ai nastri di partenza come grande favorito e punta a tenere sotto controllo una dinamica da lui accelerata attraverso la convocazione di elezioni anticipate, dato che il voto presidenziale era inizialmente previsto per il novembre 2019.

L’importante Paese euroasiatico arriva all’appuntamento del voto fiaccato dalla recessione economica e dalla crisi valutaria, contraddistinta da una grave svalutazione della lira turca, e sulle barricate sotto il profilo geopolitico, avendo negli ultimi mesi rilanciato il suo attivismo contro i curdi tanto nello scenario siriano quanto in quello iracheno.

Erdogan punta a capitalizzare vittorie come quella conquistata ad Afrin e a ottenere legittimazione per una nuova linea politica che punta a sanare le ferite dovute al naufragio della strategia neo-ottomana in Medio Oriente (ma non, nel richiamo ideologico, sul fronte interno); al tempo stesso, egli dopo il referendum costituzionale del 2017 guida un  Paese fratturato a metà tra le roccaforti favorevoli alla sua formazione politica, l’Akp, radicate nell’Anatolia profonda ove forte è l’afflato conservatore e il legame al tradizionalismo, e le aree rivierasche ed urbane in cui ha maggior fortuna il nazionalismo civico di derivazione kemalista. A quest’ultima ideologia fanno riferimento i due più seri sfidanti del presidenteMuharrem İnce del partito Chp e l’outsider Meral Akşener, “lady di ferro” della nuova formazione Iyi (“Bene”).

Kim Sengupta dell’Independent ha parlato, non a torto, del fatto che le elezioni di oggi rappresentano uno dei voti più importanti della storia turca, se non il più importante di sempre: se da un lato Erdogan, vincendo, sdoganerebbe la sua leadership fino alla fatidica data del 2023, centenario della fondazione della Repubblica, dall’altro le opposizioni si trovano di fronte a un’occasione irripetibile per fermare la presa sul potere dell’Akp e capitalizzarne l’indebolimento manifestatosi nel risicato esito del referendum. Se Erdogan fosse costretto al ballottaggio si aprirebbero scenari inediti.

Per le opposizioni il voto rappresenta una vera e propria linea del Piave (o una Çanakkale, per usare una metafora attinente alla storia turca): portare Erdogan al ballottaggio, obiettivo che appare raggiungibile stando ai sondaggi, significherebbe poter unire in seguito le forze sul comune terreno programmatico fondato su nazionalismo civico e laicità. La riconferma del Sultano significherebbe un nuovo squilibrio nei rapporti di forza della politica turca dopo quello prodottosi in seguito al brutale giro di vite governativo in seguito al fallito golpe del 2016, che ha portato a un completo azzeramento del complesso civico-mediatico opposto al governo.

L’opposizione ha fatto dell’antierdoganismo un punto d’unione: come segnalato da Timeil frastagliato campo che unisce secolaristi, curdi e nazionalisti laici ha trovato in Erdogan un motivo d’unione maggiore delle differenze interne. Per questo, entrambi i principali sfidanti del Presidente hanno dichiarato che appoggeranno la controparte in caso di approdo al ballottaggio contro Erdogan. Una tale comunione d’intenti appare difficile da mantenere sul lungo termine: la grande ora degli anti-Erdogan è questa, ed è loro imperativo categorico non lasciarsela sfuggire.

La maggior parte dei sondaggi accredita Erdogan in testa con una percentuale di voti oscillante tra il 40 e il 45% al primo turno, seguito da İnce con circa il 25-30%. Un sondaggio ufficiale di Iyi accreditava la Aksener al secondo posto con il 24,7% dei suffragi e cercava di dare credito a un rilevamento di inizio maggio che segnalava l’ex Ministro dell’Interno come vincitrice di stretta misura al ballottaggio.

I calcoli per la determinazione degli equilibri nel ballottaggio devono tenere in conto anche la capacità degli anti-Erdogan di mobilitare a loro favore gli elettori degli altri schieramenti dopo l’eliminazione dei rispettivi candidati: in questo caso, una sacca di voti decisamente sicura appare l’8-10% in mano al leader curdo Selahattin Demirtas, candidato nonostante risulti ancora detenuto in isolamento a Edirne.

Dal canto suo, Erdogan è atteso alla prova del nove: anni di infiammata retorica tanto sul fronte interno quanto su quello internazionale sono riusciti a radicare il consenso della Turchia nei suoi confronti o il Presidente troverà difficoltà dopo che le prime difficoltà economiche hanno eroso il ruolino di marcia sino ad ora impeccabile del suo quindicennio di potere, contraddistinto da una crescita continua? Il Sultano riuscirà a presentarsi come nuovo Ataturk alla fatidica scadenza del 2023? Ma, soprattutto, in Turchia c’è ancora speranza per la tenuta del sistema democratico? Le elezioni di oggi e l’eventuale ballottaggio contribuiranno a dare risposta a questi importanti quesiti.