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Politica

Graham Fuller, il vero Jack Ryan

Jack Ryan, l’analista politico diventato incidentalmente 007, è la creazione più fortunata della mente visionaria di Tom Clancy ed è uno dei personaggi fittizi più celebri di Hollywood. Le sue avventure immaginarie hanno ispirato film, più di recente una serie...

Jack Ryan, l’analista politico diventato incidentalmente 007, è la creazione più fortunata della mente visionaria di Tom Clancy ed è uno dei personaggi fittizi più celebri di Hollywood. Le sue avventure immaginarie hanno ispirato film, più di recente una serie televisiva, e hanno fatto sognare decine di milioni di spettatori.

Nel mondo, ogni giorno, tanti Jack Ryan contribuiscono alla scrittura della storia con le loro intuizioni, i loro lampi di genio e le loro missioni impossibili. Altri, come presidenti, capi diplomatici e strateghi, tendono a prendersi i loro meriti. Ma lungo i corridoi che conducono alle stanze dei bottoni, è possibile sentir sussurrare i loro nomi. E quei sussurri dicono, ad esempio, Miles Copeland – l’architetto dell’operazione Ajax – e Graham Fuller – la mente dell’affare Iran-Contra.

Il genio dell'analisi politica

Graham Fuller è un nome che può non dire nulla ai più, perché apparentemente anonimo e tipicamente americano, ma è portatore, in realtà, di significati che hanno cambiato la geografia del potere, l’identità e la traiettoria storica di una parte delle relazioni internazionali. Ed è per questo che merita di essere conosciuto.

Più simile al Jack Ryan di Tom Clancy che a Lawrence d’Arabia, anche perché ha lasciato incisioni sull’anima e sul volto del Medio Oriente armato di penna, Fuller è il visionario analista politico al quale si devono eventi come lo scandalo Iran-Contra e strategie come la strumentalizzazione dell’Islam politico, come ideologia statuale e come forza nonstatuale, per scopi di divide et impera nell’islamosfera.

Classe 1937, scuola Harvard, Fuller è un appassionato di relazioni internazionali nello spazio sovietico e nell’area mediorientale, nonché poliglotta autodidatta – fluente in arabo, farsi, russo e turco –, che nel dopo-laurea viene avvicinato dai cacciatori di talenti dell’apparato di intelligence, i quali gli propongono la classica offerta che non si può rifiutare: una posizione come analista politico nei servizi segreti.

L’ingresso nelle anticamere delle stanze dei bottoni avviene mettendo piede nel Foreign Service, una sorta di servizio segreto a disposizione della rete diplomatica, per conto del quale inizia a viaggiare tra Europa, Medioriente e Asia inoltrata. Ma l’esperienza non dura molto: la sua familiarità con l’Asia e con l’islamosfera cattura l’attenzione della Central Intelligence Agency, bisognosa di giovani e di geni, che gli offre un ruolo di ufficiale operativo di stanza all’estero. Lui accetta. L’inizio dell’avventura.

La scalata nelle gerarchie della Cina

Il lavoro di Fuller consiste nel pensare per altri. Viene inviato in teatri-chiave per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, dei quali si ha necessità di capire cosa sta succedendo, perché, cosa potrebbe accadere in futuro, e sui quali scrive dei “think piece” (let. “pezzi riflessivi”), ovvero delle analisi a scopo riflessivo.

L’incarico di ufficiale operativo lo avrebbe portato a stazionare, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, in lungo e in largo l’Eurafrasia: dalla Germania alla Turchia, dal Libano all’Arabia Saudita e allo Yemen, da Hong Kong all’Afghanistan. In quest’ultimo, a Kabul, Fuller finisce col passare di ruolo: da ufficiale operativo a capo stazione. Fino al richiamo in patria. È il 1978.

La voce dell’alta qualità delle analisi di Fuller è giunta a Langley, il quartier generale della CIA, i cui vertici lo desiderano in patria per un breve periodo. La sua perspicacia è richiesta da coloro che hanno odorato venti di insurrezione nell’Afghanistan comunista, ma che non hanno idea di come farla partire, a chi affidarla. Ed è qui che giocherà un ruolo-chiave Fuller, che lì ha stazionato, confermando che esiste la concreta possibilità di utilizzare l’Islam contro l’Unione Sovietica. Da quelle sessioni di discussione, a porte chiuse e per pochi fortunati, sarebbe di lì a breve nata l’operazione Ciclone.



L’ascesa di Fuller è inarrestabile. Nel 1982, in riconoscenza dei servigi offerti a Langley, viene nominato Ufficiale di intelligence nazionale per il Vicino Oriente e l’Asia meridionale. Il ruolo implica maggiori responsabilità, nuovi incarichi, ma la gloria sarebbe eventualmente arrivata dal lavoro di sempre: la scrittura degli amati pezzi riflessivi.

In Iran è da poco asceso al potere un carismatico chierico di nome Ruhollah Khomeini, che ha già sfidato gli Stati Uniti con la crisi degli ostaggi, e la presidenza Reagan sta provando a contenerne la minacciosità finanziando e armando il suo rivale, l’Iraq, nel nome dell’amicus meusinimicus inimici mei. La paura che tale politica possa condurre Khomeini, messo sotto embargo dalla Casa Bianca, a rivolgersi al Cremlino è tanta. Washington è ad un bivio. Fuller trascorre le giornate a pensare per Reagan. E un giorno, nel modo più inaspettato, arriverà il lampo di genio.

Viaggio nel Fullerverso

Parlando con Howard Teicher, direttore dell’unità Vicino Oriente e Asia meridionale, Fuller viene a sapere che gli Stati Uniti stanno riscontrando una serie di difficoltà in Nicaragua. Nel piccolo paese mesoamericano, dove una rivoluzione comunisteggiante ha soppiantato la dinastia filoamericana dei Somoza, è fortemente sentita la necessità di formare un’opposizione extraparlamentare armata che sia in grado di impedire la nascita di una seconda Cuba.

L’intuizione di Fuller, che prenderà la forma di un pezzo riflessivo a doppia firma – con Teicher –, è intrisa di creatività strategica. L’idea del duo, che stregherà la presidenza Reagan, è di aprire un canale di dialogo segreto coi vertici iraniani allo scopo di vendergli armi sottobanco, i cui proventi sarebbero stati destinati al finanziamento e all’armamento dei Contras. Quattro piccioni con una fava: Khomeini e Saddam inconsapevolmente diretti verso una guerra di logoramento, l’avanzata sandinista fermata dalla guerra civile, l’Unione Sovietica allontanata dall’Iran e impantanata in Nicaragua.

Le armi come mezzo per un obiettivo duale: il congelamento dei processi d’ascesa di due potenze mediorientali ostili a Washington, ovvero Baghdad e Teheran, e l’apertura di una nuova bocca di lupo per l’Orso sovietico, già alle prese con un’albeggiante rivoluzione a Varsavia e con una guerra asimmetrica a Kabul. Armi ai khomeinisti per combattere i baathisti e per finanziare gli antisandinisti, ma con reale orizzonte il collasso dell’accerchiata e morente Unione Sovietica. Una triangolazione che, una volta di pubblico dominio, avrebbe preso il nome di affare Iran-Contra.



A differenza di altri attori coinvolti nello scandalo Iran-Contra, come Oliver North e Caspar Weinberger, Fuller sarebbe uscito illeso: né sottoposizione a processo né bisogno di perdoni presidenziali. Mentre una parte dell’amministrazione Reagan finiva indagata o nel mirino della giustizia, Fuller, il cui contributo alla nascita del piano fu ritenuto “fondamentale” dal New York Times, veniva premiato dallo Stato profondo e nominato, nel 1986, vicepresidente del Consiglio di Intelligence Nazionale.

Al termine della Guerra fredda, vinta dagli Stati Uniti anche grazie alle intuizioni perspicaci di Fuller, l’analista avrebbe lasciato ogni incarico governativo, preferendogli l’insegnamento nelle università, la sporadica comparsa su grande stampa, la pubblicazione periodica di riflessioni su think tank e la scrittura di libri su Islam, Turchia e relazioni internazionali in Medio Oriente, tra i quali i casi editoriali The Future of Political Islam e A World Without Islam.

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