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Gli accordi di Oslo tra Israele e Palestina

Gli accordi di Oslo si conclusero con una storica stretta di mano, tra Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e Yitzhak Rabin, primo ministro d’Israele, nel cortile della Casa Bianca, il 13 settembre del 1993. Dietro di loro, nella fotografia che ha immortalato una data storica, sorrideva l’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton. Quel trattato, frutto di una serie di accordi politici che si conclusero nella capitale norvegese il 20 agosto dello stesso anno, è ancora considerato il primo (e unico) tentativo di riconciliazione tra israeliani e palestinesi. In quel trattato, infatti, le parti, a lungo in conflitto, posero come prima condizione il riconoscimento reciproco e il diritto a esistere. Poi, però, la storia e gli eventi fecero il resto, complicando una situazione già molto difficile.

“Il governo dello Stato di Israele e il team dell’Olp, detta ‘delegazione palestinese’, che rappresenta il popolo palestinese, concordano che è tempo di mettere fine a decenni di scontri e conflitti, di riconoscere i reciproci diritti legittimi e politici, e di sforzarsi di vivere nella coesistenza pacifica, nel mutuo rispetto e nella reciproca sicurezza, per giungere a un accordo di pace giusto, durevole e globale, e a una riconciliazione storica, attraverso il processo politico concordato” si legge nel preambolo dei patti che, ufficialmente, presero il nome di “Dichiarazione dei principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim”e che, almeno all’inizio, promisero una sorta di tregua nel lungo conflitto arabo-israeliano. La stretta di mano tra Arafat e Rabin, a Washington, fu la prima in pubblico e la notizia di quel gesto, che aveva fatto il giro del mondo in poche ore, creò diverse aspettative (alcune delle quali negli anni disattese). Gli accordi, nonostante rappresentassero un primo e decisivo passo verso la pacificazione, non risolsero definitivamente la questione palestinese che, invece, proseguì nel tempo.

Il trattato si concretizzò dopo 14 sessioni di negoziati ufficiali, che si erano svolti tra il 1992 e il 1993. Con la “Dichiarazione dei principi”, per la prima volta, gli israeliani riconoscevano nell’Olp l’interlocutore ufficiale che parlava per il popolo palestinese, ma anche il diritto di governare su alcuni dei territori occupati. Parallelamente, l’Olp riconosceva a Israele il diritto di esistere e rinunciava formalmente all’uso della violenza per ottenere i suoi scopi, cioè la creazione di uno Stato palestinese. Gli accordi di Oslo furono quindi l’esito una serie di intese (segrete e pubbliche) avviate durante la conferenza di Madrid del 1991 e dai negoziati del 1993 tra il governo israeliano e l’Olp, come parte di un processo di pace che doveva risolvere la lunga guerra tra arabi e israeliani. Prima del fatidico incontro alla Casa Bianca del settembre ’93, le parti si erano confrontate in una villetta nei pressi della capitale norvegese, ma il documento definitivo fu siglato da Arafat e Rabin nel 1995, patto che prese il nome di “Oslo II“, che garantiva all’Olp il governo di numerose città e villaggi a Gaza e in Cisgiordania, dopo che nel 1994 l’esercito israeliano aveva cominciato a ritirarsi dai territori occupati. Insieme ai principi, le due parti si impegnavano a firmare anche le “Lettere di mutuo riconoscimento”.

 

Nonostante la firma ufficiale venne siglata davanti a Clinton, i primissimi incontri relativi agli Accordi iniziarono senza la mediazione americana. Israeliani e palestinesi, infatti, presero contatti in autonomia e la Norvegia, in seguito, offrì il suo territorio per le trattative. I colloqui per concludere l’intesa, infatti, erano stati avviati a Londra, dove vennero poi programmate le tappe di Zagabria e di Oslo. Gli ideatori del processo di pace, condotto inizialmente in totale segretezza, oltre a Shimon Peres, furono Johan Jørgen Holst, ministro norvegese degli Affari esteri, Terje Rød-Larsen e Mona Juul. Alla cerimonia di firma a Washington, nel 1993, in veste di garanti parteciparono Warren Christopher per l’America e Andrei Kozyrev per la Russia, alla presenza di Bill Clinton, di Arafat e di Rabin (entrambi con funzione esecutiva). La firma di quel trattato, che fino a quel momento sembrava impossibile, suscitò in israeliani e palestinesi una nuova speranza per il futuro. In Israele, il dibattito mise una contro l’altra le principali fazioni politiche: per la sinistra il patto costituiva un nuovo segnale importante, mentre la destra si opponeva. Dopo due giorni di discussione alla Knesset, il 23 settembre 1993, un voto di fiducia diede il pieno appoggio agli accordi. Allo stesso modo, anche le reazioni dei palestinesi non risultarono sempre omogenee: al Fatah accettò l’accordo, ma Hamas, il Movimento per il Jihad islamico in Palestina e il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (nate come vere e proprie “organizzazioni del rifiuto“) si opposero, perché più di ogni altra cosa non accettavano l’esistenza di uno Stato sionista. I dubbi sulle (reali) intenzioni dell’altro contribuivano a diffondere un pericoloso clima di diffidenza: gli israeliani, per esempio, sospettavano che i palestinesi non fossero del tutto onesti nel loro desiderio di arrivare a una pacificazione. E viceversa, i palestinesi non confidavano in una reale costituzione di un proprio Stato.

I temi più urgenti inseriti nei patti, oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele e dei reciproci diritti, riguardavano principalmente la Palestina. Nel testo si chiedeva un ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania e veniva affermato il diritto all’autogoverno, attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese. L’esecutivo palestinese ad interim sarebbe dovuto durare cinque anni, durante i quali sarebbe stato negoziato un accordo permanente (previsto nel maggio del 1996). Le questioni più delicate che, per anni, avevano determinato il conflitto sociale tra le due parti (come la divisione di Gerusalemme, i rifugiati, gli insediamenti israeliani e il tema della sicurezza ai confini) vennero volontariamente esclusi dall’accordo. E fino alla conclusione di un patto sullo status finale, Cisgiordania e Striscia di Gaza sarebbero state divise in tre zone, contrassegnate con le prime tre lettere dell’alfabeto. Nella Zona A, il pieno controllo spettava all’Autorità palestinese; nella Zona B, il controllo civile era palestinese, mentre quello legato alla sicurezza restava materia israeliana; nella Zona C, infine, la piena autorità era israeliana (ma non sui civili palestinesi).

 

Lo scopo dei negoziati era quello di stabilire un’autorità palestinese di autogoverno, un consiglio eletto per il popolo palestinese della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, per un periodo transitorio di non più di cinque anni. Il tutto avrebbe dovuto portare a un insediamento permanente, basato sulle risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni Unite. Per fare in modo che i palestinesi potessero governarsi in base ai principi democratici, le elezioni politiche generali e libere si sarebbero dovute svolgere per eleggere il consiglio. La giurisdizione del consiglio palestinese avrebbe coperto la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, eccetto per questioni che sarebbero state negoziate nei colloqui per lo status permanente. Le due parti, inoltre, consideravano le due aree come una singola unità territoriale. Il periodo transitorio di cinque anni sarebbe iniziato con il ritiro dalla Striscia e dalla zona di Gerico e i negoziati per lo status permanente (che avrebbero dovuto coprire le questioni rimanenti) sarebbero cominciati non appena possibile. In base al progetto, si sarebbe dovuto attuare un trasferimento di autorità tra le forze di difesa israeliane e i palestinesi autorizzati, riguardante l’educazione, la cultura, la salute, l’assistenza sociale, la tassazione diretta e il turismo. Il consiglio, inoltre, avrebbe costituito un’importante forza di polizia, mentre Israele avrebbe continuato ad avere la responsabilità per la difesa per le minacce esterne. Un comitato di cooperazione economica arabo-israeliana sarebbe stato istituito, con lo scopo di sviluppare e implementare in maniera cooperativa i programmi identificati nei protocolli e la Dichiarazione sarebbe dovuta entrare in vigore un mese dopo la firma. Inoltre, tutti i protocolli annessi al documento e i verbali concordati che la riguardavano, sarebbero stati considerati come parte di del patto.

Tuttavia, dopo la firma degli accordi, l’espansione degli insediamenti israeliani accelerò di cinque volte rispetto alla normale crescita, suscitando un concreto senso di frustrazione tra i palestinesi (che accusavano Israele di aver mentito sulle sue reali intenzioni). Negli anni successivi, il clima sociale si incendiò anziché raffreddarsi e il 4 novembre 1995, dopo aver preso parte a un comizio a difesa della pace e delle sue scelte, a Tel Aviv, Rabin venne assassinato da Yigal Amir, un giovane studente israeliano (condannato all’ergastolo e mai pentito per il suo gesto). Il giorno seguente, Peres venne nominato capo del governo, ma il Partito laburista, privato del suo leader più amato (Rabin), perse di misura le elezioni del 1996, che portarono al potere la colazioni di destra guidata da Benjamin Netanyahu, del partito Likud, nettamente contrario a ogni accordo con i palestinesi.

Yasser Arafat e Shimone Peres (Foto LaPresse)

Anche per questo motivo, gli accordi non portarono all’effettiva creazione di uno Stato palestinese e alcuni esponenti di al Fatah, all’inizio degli anni Duemila, dissero che il sogno palestinese, fatto di ritorno, autodeterminazione  e liberazione, si era infranto. Inoltre, l’espansione degli insediamenti israeliani e i blocchi che causarono il deterioramento delle condizioni economiche della cittadinanza palestinese causarono una frustrazione diffusa, anche tra chi aveva difeso strenuamente il patto.

Come osservato da molti analisti, la scrittura del patto sembrava pendere più a favore di Israele: gli accordi, infatti, prevedevano da parte dei palestinesi una serie di concessioni più immediate, mentre le ammissioni israeliane avrebbero potuto attuarsi nel lungo periodo (come il ritiro delle truppe dai territori occupati). Inoltre, le questioni più complesse, riguardanti gli insediamenti dei coloni e lo status di Gerusalemme, vennero rimandate a riunioni successive. La firma degli “Oslo II”, che garantivano all’Olp il governo di diverse città e villaggi a Gaza e nella Cisgiordania, l’uccisione di Rabin nel 1995 e l’ascesa della destra israeliana nell’opinione pubblica contribuirono a complicare i già tesi rapporti tra le parti, complicando ogni eventuale futuro passaggio.

Il successo del Likud e, più in generale, della destra, non fermò né il dialogo tra chi voleva la pace, né la volontà di assistere a un fatto storico senza precedenti. Così nell’ottobre del 1998, Arafat e Netanyahu firmarono in America un accordo che fissava i tempi del ritiro degli israeliani dai territori occupati, in cambio dell’impegno dell’Olp di contenere gli episodi di terrorismo. Clinton richiamò le parti nel luglio del 2000, a Camp David (lo stesso posto dove, nel 1978, era stato siglato il primo accordo tra Egitto e Israele tra Sadat e Begin). Il vertice tra Arafat ed Ehud Barak non portò buoni risultati ma anzi, in seguito, sancì la fine del tentativo di pace studiato anni prima. Gli Accordi di Oslo rappresentarono il primo (e l’unico) esperimento pacifico tra Palestina e Israele. Il 28 settembre dello stesso anno, fra l’altro, la passeggiata di Ariel Sharon alla spianata delle moschee di Gerusalemme (territorio tradizionalmente controllato dai palestinesi) riaccese la miccia dello scontro e fece scoppiare la seconda intifada, che durò fino al 2005 e che provocò la morte di migliaia di persone.