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Chi è Emmerson Mnangagwa, l’uomo di regime per il dopo Mugabe

La nomina di Emmerson Mnangagwa alla presidenza dello Zimbabwe ha sancito un momento storico per il Paese africano. Mnangagwa, infatti, sarà il primo leader politico a succedere al dimissionario Robert Mugabe dopo la conquista dell’indipendenza, avvenuta nel 1980. La caduta di Robert Mugabe, Presidente per 37 anni, è stata accelerata proprio dalla sua decisione di silurare Mnangagwa dal ruolo di vice-presidente per favorire la moglie Grace, fatto che ha causato la repentina reazione delle forze armate e, dopo una breve ma intensissima crisi politica, le dimissioni dello storico leader e la transizione interna alla Zimbabwe African National Union – Patriotic Front (ZANU-PF).

Insediatosi venerdì 24 novembre, Mnangagwa si è presentato ai cittadini dello Zimbabwe promettendo una netta discontinuità col recente passato. Come riportato dal Guardianinfatti, Emmerson Mnangagwa ha promesso una transizione democratica capace di schiarire i dubbi suscitati dal proseguimento della leadership sul paese della ZANU-PF. Mnangagwa ha rappresentato a lungo uno dei volti più noti del regime di Mugabe, artefice di politiche che hanno, nel corso di tre decenni, portato lo Zimbabwe al collasso. La transizione, lungi dall’essere un prodotto di un vero processo democratico, è apparsa come una faccenda interna al regime.

Sono stati infatti gli apparati militari a sfiduciare, di fatto, Mugabe, con la tacita approvazione dell’importante alleato cinese. Al padre padrone dello Zimbabwe è subentrato il 75enne Mnangagwa, che vanta un lunghissimo cursus honorum nei palazzi di Harare. Il potere rimane concentrato nelle mani di un referente dell’élite che ha guidato la guerra contro la Rhodesia razzista di Ian Smith e ha poi controllato il Paese dal 1980 ad oggi. Del resto, fu proprio Emmerson Mnangagwa ad accompagnare Robert Mugabe ai decisivi colloqui di Lancaster House, che sancirono la fine della leadership bianca e della lunga guerra civile, aprendo la strada alla nascita del moderno Zimbabwe e alla supremazia assoluta della ZANU-PF.

Soprannominato il “Coccodrillo”, Emmerson Mnangagwa ha ricoperto incarichi di primo piano nei diversi governi guidati da Mugabe: Ministro della Sicurezza Nazionale dal 1980 al 1988, Ministro della Giustizia dal 1989 al 2000, Speaker del Parlamento dal 2000 al 2005, Ministro competente per il rural housing dal 2005 al 2009, Ministro della Difesa dal 2009 al 2013 e, infine, vice-Presidente dal 2014 alla sua recente rimozione. Questo elenco delle cariche ricoperte dal neo-Presidente è sufficiente a qualificarlo come vero e proprio alto papavero del regime e a definire il ruolo giocato nella definizione di politiche economiche e sociali che hanno, nel corso degli ultimi tempi, condotto lo Zimbabwe allo sbando.

Kimiko de Freytas-Tamura del New York Times ha analizzato il ruolo giocato da Mnangagwa nella costruzione del regime della ZANU-PF e nei controversi fatti che caratterizzarono il regolamento di conti politico, militare ed etnico tra la fazione guidata da Mugabe e gli ex alleati della ZAPU nei primi anni dopo l’indipendenza del Paese. In quanto responsabile dei servizi segreti nazionali, la Central Intelligence Organization, e Ministro della Sicurezza Nazionale, Mnangagwa ebbe un ruolo “nel giro di vite dei primi Anni Ottanta che portò all’eliminazione di migliaia di membri dell’etnia Ndebele” nel corso della purga conosciuta in Zimbabwe col nome di “Gukurahundi”.

In seguito, Emmerson Mnangagwa supportò le politiche economiche radicali di Mugabe, dalla dura riforma agraria alla decisione di stampare quantità sproporzionate di denaro, che condussero lo Zimbabwe nella più nera miseria, portando la disoccupazione all’80%, la produzione agricola a un completo tracollo e la nazione a una spaventosa crisi umanitaria a cavallo tra fine XX e inizio XXI secolo, con il tracollo della speranza di vita a circa 35 anni nel 2007 e tassi di diffusione dell’AIDS pari al 15,3% nel 2008.

Il leader che oggi sostituisce Robert Mugabe ad Harare contribuì, nel 2008, a garantire la perpetrazione della sua posizione di potere orchestrando la campagna di intimidazione e repressione che portò all’uccisione di circa 150 sostenitori del candidato dell’opposizione Morgan Tsavnigirai, come riportato da celebri studiosi dello Zimbabwe come Andrew Norton e Rhoda Howard-Hassmann.

Il ritratto di Emmerson Mnangagwa presenta dunque numerosi lati oscuri: il volto nuovo dello Zimbabwe è un anziano veterano dell’era Mugabe, lo storico numero due di un sistema di potere che, nel tentativo di riciclare sé stesso, separare le sue sorti da quelle dell’oramai impopolare Presidente e continuare la sua egemonia, ha deciso di puntare le sue carte sul secondo personaggio più influente della breve storia della nazione. Mnangagwa entra in carica in una fase delicatissima: la transizione interna alla ZANU-PF non è infatti garanzia di reale cambiamento per un Paese allo stremo, che da anni vede l’opposizione democratica repressa o ridotta al silenzio. Il ripristino delle reali libertà democratiche e il ritorno della normalità nel sistema sociale, economico e politico rappresentano sfide primarie che il nuovo governo dovrà necessariamente affrontare. Tuttavia, come può lo Zimbabwe sperare realmente in una discontinuità reale nel momento in cui colui che si ripropone di inaugurare una “nuova era” è stato architetto e artefice dei disastri della precedente?