Diyanet, l’ente dietro alla diplomazia delle moschee di Erdogan

La Turchia dell’era Erdogan ha costruito una parte considerevole del proprio successo presso la comunità musulmana mondiale (umma) attraverso la formulazione di un’astuta e lungimirante diplomazia delle moschee, ovvero costruendo e/o rinnovando di tasca propria i luoghi di culto islamici in ogni continente.

Ovunque vi siano popoli turchici, dalla Moldavia alla Mongolia, lì opera l’Agenzia di coordinamento e cooperazione turca (TIKA, Türk İşbirliği ve Koordinasyon İdaresi Başkanlığı), ma ovunque vi siano popoli di fede islamica, che sia nella vicina Europa o nei remoti altopiani del Chiapas messicano, lì si trova il Direttorato degli affari religiosi (Diyanet İşleri Başkanlığı), pronto a inviare imam, aiuti umanitari, testi sacri, predicatori per riavvicinare i secolarizzati e per convertire i non-musulmani e, soprattutto, a edificare moschee.

Diyanet, abbreviazione di Diyanet İşleri Başkanlığı (Direttorato degli affari religiosi), è un’agenzia governativa fondata nel 1924 con il duplice obiettivo di regolamentare l’islam turco e sostituire la defunta figura dello sheikh ul-Islam, ruolo storicamente esercitato dal sultano di turno della Sublime Porta.

Opera nel rispetto dell’articolo 136 della Costituzione della repubblica turca e, almeno fino al periodo antecedente all’era Erdogan, ha contribuito in maniera determinante a garantire la natura laica delle istituzioni statali e sociali e ad evitare che la realtà musulmana nazionale venisse toccata dal radicalismo di provenienza wahhabita, formando imam e gestendo scuole coraniche e moschee sia in patria sia all’estero, in quei Paesi, come la Germania, caratterizzati dalla presenza di diaspore di dimensioni rilevanti.

Diyanet inizia a diventare un potere nel potere, nonché un braccio del potere, negli anni immediatamente successivi all’ascesa di Recep Tayyip Erdogan a capo del governo. Numeri e fatti possono spiegare ciò che alle parole non riesce: fra il 2006 e il 2015 il bilancio è quadruplicato e il numero degli impiegati è raddoppiato, toccando quota 150mila persone, nel 2012 ha aperto un proprio canale televisivo (Diyanet TV) che trasmette 24/7 e nel 2019 ha potuto esercitare le proprie funzioni, in patria e in 145 Paesi in tutto il mondo, forte di un capitale utilizzabile di quasi due miliardi di euro – l’agenzia governativa con più fondi a disposizione.

A partire dal 2010, anno del licenziamento del presidente kemalista Ali Bardakoğlu, l’agenzia Diyanet viene progressivamente trasformata da uno strumento di controllo della laicità ad un mezzo per la promozione dell’islam turco e del neo-ottomanesimo sia in patria sia all’estero.

Sotto l’egida del nuovo direttore, Mehmet Görmez, che ricoprirà l’incarico per sette anni, ossia fino al 2017, Diyanet stabilisce un profittevole rapporto basato sul do ut des con Erdogan: denaro – tanto denaro – in cambio di appoggio concreto e aperto alla svolta islamista dell’AKP. Risaltano, fra gli esempi più eloquenti della collaborazione fra Erdogan e Diyanet, il cambio di rotta di quest’ultimo nei confronti dei copricapi islamici (il cui impiego viene, oggi, incoraggiato) e delle questioni riproduttive e sessuali (come la crescente ritrosia a tollerare l’utilizzo dei contraccettivi e le campagne contro l’omosessualità).

Diyanet perde ogni tipo di autonomia dall’AKP all’indomani del tentato golpe del luglio 2016, venendo colpito da un’ondata di epurazioni – 492 ufficiali rimossi nei quattro giorni successivi al colpo di Stato non riuscito – che ha possibilitato la sostituzione repente e coatta dei rimanenti elementi kemalisti, accusati di appartenenza alla rete Gulen, con lealisti di Erdogan e sostenitori di una riforma dell’agenzia in direzione di una sua utilizzazione ai fini dell’esportazione e della promozione mondiale dell’islam turco di derivazione ottomana.

I dati relativi all’anno 2019 esplicano in maniera lapalissiana quanto sia determinante il ruolo svolto da Diyanet nella costruzione e nel consolidamento del potere morbido della Turchia nel mondo: all’epoca, forte di un capitale disponibile di quasi due miliardi di euro (un miliardo e 700 milioni per l’esattezza), l’agenzia aveva all’attivo progetti in 145 Paesi in tutto il mondo, nei quali aveva in loco imam e/o predicatori, dirigeva scuole coraniche, amministrava moschee – più di 2mila (dati 2016) – ed erogava beni e servizi pubblici alle comunità islamiche ivi localizzate.

In sintesi, l’agenda operativa dell’agenzia copre l’intero globo, dove ha costruito più di 100 moschee negli ultimi anni, sebbene l’attenzione di giornalisti ed analisti sia frequentemente focalizzata sul Vecchio Continente. Ed è precisamente questo elemento – la sua natura internazionale – che contribuisce a spiegare (in parte) il successo riscosso dalla presidenza Erdogan nella promozione oltreconfine del panturchismo, del nazionalismo islamico e del neo-ottomanesimo. Perché Diyanet, che forma gli imam, preconfeziona i sermoni del venerdì, emette fatwe ed eroga welfare, oggi è divenuto un potente ed attrattivo megafono dell’agenda Erdogan, e i dati riguardanti le tendenze di voto delle diaspore turche in Europa lo confermano.

Da non trascurare, inoltre, che Diyanet non risponde soltanto al governo, ma anche all’Organizzazione di intelligence nazionale (MIT, Millî İstihbarat Teşkilatı), alla quale gira informazioni sulla presenza all’estero di militanti curdi, gulenisti ed oppositori politici, ergo può essere ritenuto un ente a metà tra l’instrumentum regni e il servizio segreto.

È in Europa, più che altrove, che Diyanet ha costruito una rete particolarmente ramificata ed capillare, diventando con lo scorrere del tempo un punto di riferimento per le comunità musulmane, ossia non soltanto per le comunità turche. I numeri, anche in questo caso, possono svolgere una funzione esplicativa estremamente chiara ed importante: