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Daniel Ortega, il presidente eterno del Nicaragua

Quando si scrive e si parla di antiamericanismo in America Latina, spesso e volentieri, la mente va alla Cuba castrista, al Venezuela chavista e alla Bolivia di Evo Morales. Non era la Bolivia, però, alla quale John Bolton si era riferito nel 2018, ai tempi dell’amministrazione Trump, parlando di una “Troika della tirannia” nella parte meridionale delle Americhe: era il piccolo e indomabile Nicaragua di Daniel Ortega.

José Daniel Ortega Saavedra nasce in quel di La Libertad, Nicaragua centrale, l’11 novembre 1945. Figlio di due vittime della dittatura dei Somoza – una dinastia al potere ininterrottamente dal 1937 con il beneplacito degli Stati Uniti –, Ortega viene introdotto all’ambiente dell’attivismo politico sin dalla tenera età.

Appartenenti alla classe medio-alta della società nicaraguense, gli Ortega erano contrari alla dittatura di Somoza più per ragioni ideologiche, ovvero un radicato antiamericanismo promanante dal loro culto nei confronti di Augusto César Sandino, che economiche, dato che il costo della dittatura veniva scaricato essenzialmente sui ceti più bassi.

Arrestato per la prima volta a soli quindici anni a causa di attività antigovernative, Ortega, durante gli anni Sessanta, sarebbe entrato a far parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN, Frente Sandinista de Liberación Nacional). A partire da quel momento, il momento della svolta, il giovane Ortega avrebbe cominciato a dare forma a quell’odio serbato sin dall’infanzia, acquisendo la fama di duro nel sottobosco sandinista attraverso omicidi, rapine a mano armata e un periodo di addestramento speciale trascorso a Cuba.

Negli anni Settanta, una volta rientrato in patria, Ortega avrebbe messo al servizio dei guerriglieri del FSLN le arti belliche apprese a L’Avana dagli insegnanti castristi. In concomitanza con la militanza nell’esercito sandinista, Ortega e suo fratello Humberto avrebbero costituito un loro esercito, Los Terceristas.

Los Terceristas, cioè quelli della “terza via”, divergevano dalle altre formazioni in guerra contro la dittatura dei Somoza per una peculiarità di forma: arruolavano chiunque, dai cattolici ai protestanti e dai marxisti-leninisti ai reazionari. L’unico requisito richiesto ai combattenti era l’adesione alla sostanza: l’odio verso la dittatura. Molto presto, con l’incedere della guerra di liberazione, i terceristi dei fratelli Ortega avrebbero protagonizzato la galassia insurrezionalista, catalizzando la caduta dell’ultimo Somoza: Anastasio.

Nel 1979, data della fine definitiva del somozismo e dell’instaurazione della Giunta di ricostruzione nazionale, Ortega sarebbe diventato il capo de facto del piccolo Nicaragua. Invitato alla Casa Bianca nell’immediato post-rovesciamento, Ortega avrebbe ricevuto un’offerta allettante da parte dell’allora presidente Jimmy Carter: aiuti allo sviluppo in cambio di una politica estera, se non filoamericana, perlomeno neutrale. Offerta che, come è noto, Ortega avrebbe rifiutato.

Allevato all’antiamericanismo, memore delle condizioni di vita dei nicaraguensi sotto i Somoza e ulteriormente indottrinato dai rivoluzionari cubani, Ortega, una volta assunto il pieno comando – nel 1984 –, avrebbe cominciato a lavorare alla trasformazione del Nicaragua da satellite statunitense a nuova casa latinoamericana dell’anti-imperialismo di stampo marxista-leninista.

Ortega, molto presto, avrebbe compreso la natura irrefutabile della proposta di Carter. Perché scegliere L’Avana (e dunque Mosca) in luogo di Washington, invero, avrebbe fatto scivolare Managua in una sanguinosa e terrificante guerra fratricida, alimentata dalla comparsa dei cosiddetti Controrivoluzionari (Contras, Contrarevolucionarios) e perdurata fino al 1990. Una guerra che avrebbe imprigionato il Nicaragua in uno stato di sottosviluppo quasi cronico, impedito ai sandinisti di trasporre in realtà i loro sogni rivoluzionari e reclamato circa 30mila vite.

Il governo nicaraguense, per quella cruenta guerra per procura – perché eteroguidata dagli Stati Uniti, addestratori e finanziatori dei Contras –, avrebbe citato in giudizio l’amministrazione Reagan presso la Corte di giustizia internazionale. Le prove presentate dagli avvocati di Ortega, incontestabili e incontrovertibili, avrebbero spinto il tribunale ad emettere una storica sentenza a favore di Managua, in base alla quale la Casa Bianca avrebbe dovuto sia porre fine all’embargo sia cessare i tentativi di rovesciamento.

Il verdetto della Corte di giustizia internazionale, comunque, sarebbe rimasto su carta, inapplicato, data l’impossibilità dei giudici di procedere ad un’esecuzione coatta nei confronti del reo confesso e condannato, gli Stati Uniti. La guerra civile sarebbe terminata soltanto nel 1990, con la sconfitta di Ortega alle presidenziali e il ritorno dei filoamericani al potere.

Le presidenziali del 1990 avrebbero sancito l’ingresso di Ortega all’opposizione per un lungo periodo, durato fino al 2007. I nicaraguensi, infatti, erano esausti della guerra civile e si sarebbero fatti convincere dalle promesse di pace sociale e prosperità economica dell’ex sandinista reinventatasi anti-orteguista Violeta Barrios de Chamorro.

Battere Ortega, comunque, non fu affatto facile: ci vollero le intimidazioni dei Contras – 42 omicidi nel corso della campagna elettorale – e ben quattordici partiti, uniti sotto la bandiera dell’Unione nazionale di opposizione, per sconfiggere il presidente uscente. A partire da quell’anno, complice la privazione del potere politico, i sandinisti di Ortega, lungi dall’essere demoralizzati, avrebbero cominciato a preparare il terreno per una ridiscesa in campo nel futuro inoltrato, procedendo alla ricostruzione delle loro reti locali e all’erosione del nuovo ordine dal basso.

Sconfitta la concorrenza all’interno del FSLN, rappresentata dai moderati Sergio Ramirez e Henry Ruiz, Ortega avrebbe potuto dedicarsi all’opposizione dura, cercando di minare l’agenda della presidenza Chamorro a mezzo di scioperi, mobilitazioni, occupazioni e proteste. Il ripresentarsi di faide all’interno del FSLN, comunque, avrebbe impedito all’ex capo rivoluzionario di riaccedere alla presidenza altre due volte: nel 1996 e nel 2001.

La seconda sconfitta avrebbe giocato un ruolo determinante nel convincere Ortega a cambiare tatticamente approccio. Una volta compreso quanto la società fosse cambiata dai tempi della guerra civile, l’astuto Ortega avrebbe mutato camaleonticamente aspetto, presentandosi come un peccatore redento: un marxista divenuto socialdemocratico, un anticlericale rinato nel cattolicesimo ed un antiamericano disposto a resettare la politica estera di Managua.

La metamorfosi gattopardesca di Ortega avrebbe portato frutti nel 2006, in occasione della chiamata alle urne per il rinnovo della presidenza. L’ex capo rivoluzionario, infatti, sarebbe tornato al potere dopo diciassette anni di assenza presente, venendo rieletto con il 38% dei suffragi. Potere che, questa volta, non avrebbe più lasciato.

Il camaleontico Ortega avrebbe mostrato la propria vera pelle all’indomani della vittoria elettorale:

  • Allineamento del Nicaragua sia al fronte della nuova sinistra latinoamericana – capeggiato dal Brasile di Lula – sia all’Alternativa Bolivariana per le Americhe del Venezuela di Hugo Chavez.
  • Ripresa di una demagogica campagna di attacchi agli Stati Uniti, ritenuti la causa del sottosviluppo delle nazioni meso- e sudamericane.
  • Riforma costituzionale per competere alle presidenziali a tempo indefinito.
  • Ripristino del sodalizio di guerrafreddesca memoria con la Russia, (ri)divenuta rapidamente un partner essenziale del Nicaragua e, più nello specifico, dell’ordine orteguista, sorretto attraverso una varietà di modi: supporto diplomatico, interscambio commerciale, investimenti e addestramento delle forze di sicurezza alle ultime tecniche e tattiche della guerra asimmetrica e non convenzionale.
  • Avvicinamento alla Repubblica Popolare Cinese.
  • Progressiva sottomissione degli apparati-chiave dello Stato, come la giustizia, e della società, come l’informazione.

Riconfermato a grandi voti prima nel 2011 e poi nel 2016, nonostante i malumori dell’opposizione e una parte di popolazione in costante mobilitazione, Ortega sembrava godere di un appoggio popolare vasto, variegato e genuino nella prima parte dello scorso decennio. Appoggio che, secondo la BBC – non propriamente un media simpatetico verso i regimi antiamericani –, sarebbe stato motivato dalla “crescita economica stabile e dall’assenza di violenza in comparazione ai problemi dei confinanti El Salvador e Honduras”, due ragioni che gli erano valse la fama “migliore opzione” possibile per molti nicaraguensi.

A partire dal 2018, tuttavia, l’era d’oro dell’orteguismo e del nuovo sandinismo è entrata in una fase di tremenda crisi a causa della trasformazione delle sempreverdi dimostrazioni popolari – una costante della storia nicaraguense – in una specie di resistenza diffusa, particellare e semi-armata. Una resistenza scaturita da alcune iniziative governative, in particolare il faraonico Canale del Nicaragua – finanziato da Pechino nell’ambito della Nuova Via della Seta –, che non soltanto ha avuto gravi ripercussioni sulla prestazione economica – il pil è in diminuzione da tre anni –, ma che ha coartato Ortega a fare affidamento sugli specialisti russi delle guerre ibride per evitare un rovesciamento.

L’insurgenza, da allora ad oggi, non si è più fermata. E sebbene l’entrata in scena del Cremlino abbia permesso al longevo alleato di non essere detronizzato, l’obiettivo del regista di questa nuova guerra per procura al Nicaragua è stato raggiunto: l’orteguismo è stato costretto ad un ripiegamento verso l’interno – utile a debilitare la già moribonda Alba – e la Cina ha fatto un passo indietro dal cortile di casa degli Stati Uniti, riponendo nel cassetto dei sogni irrealizzabili quel canale che avrebbe dovuto collegare i Caraibi all’Impero celeste e rivaleggiare con Panama.