Cos’è il G20

Il G20 è un forum internazionale che vede la partecipazione della maggior parte delle nazioni più industrializzate del pianeta e all’interno del quale vengono discusse le principali questioni economiche mondiali ma anche problematiche di carattere diverso e più generale. Gli Stati membri dell’organizzazione sono Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Corea del Sud, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti e ad essi va ad aggiungersi l’Unione Europea che rappresenta, naturalmente, gli interessi di tutti i Paesi aderenti tra cui Paesi Bassi e Spagna che, pur essendo nazioni ad alta industrializzazione, non fanno parte del G20. L’importanza di questo forum internazionale è andata crescendo, nel corso degli anni, grazie all’esplosione delle principali economie dei cosiddetti Paesi emergenti e alla progressiva perdita di importanza del G7, a cui partecipano le sette più grandi e prospere democrazie occidentali od occidentalizzate: Canada, Francia, Giappone, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti.

Il G20 nasce, nel 1999, come riunione informale dei governatori delle banche centrali e dei ministri delle finanze delle nazioni più sviluppate e di quelle emergenti del Pianeta. La crisi finanziaria asiatica del 1997 e quella russa del 1998, tra le altre, avevano provocato una certa preoccupazione a livello mondiale ed il primo obiettivo del forum è stato ed è proprio quello di prevenire ulteriori crisi sistemiche gestendo la governance dell’economia globale. La grave recessione, sperimentata nel 2008 da molte nazioni occidentali ed a livello globale, indusse l’allora presidente americano George W. Bush ad invitare i leader  delle principali economie alla Casa Bianca per cercare di coordinare una risposta a livello mondiale. Fu in questa occasione che il G20 iniziò a strutturarsi come riunione dei Capi di Stato e di Governo delle nazioni aderenti e gli incontri,da allora, divennero annuali mentre nel 2009 e nel 2010 ebbero luogo due volte l’anno rispettivamente a Londra e Pittsburgh e Toronto e Seoul. Il prestigio degli incontri conobbe, in questo modo, una crescita esponenziale e la progressiva centralità assunta, sullo scacchiere internazionale, da nazioni come Cina ed India ha contribuito ad aumentare l’importanza dei vertici a parziale discapito di quelli del G7.

Il G20 non ha una struttura permanente e neppure un proprio staff mentre la presidenza ruota, su base annua, tra i diversi Paesi aderenti. La nazione che presiede il forum si occupa anche dell’organizzazione e di ospitare l’incontro tra i leader. Nel 2019 questo compito è toccato al Giappone mentre per il 2020 sarà l’Arabia Saudita a presiedere il G20. La città che ospita il meeting si trasforma, per alcuni giorni, in uno dei luoghi più monitorati del Pianeta e vede affluire verso di sé un gran numero di contestatori decisi a protestare contro il nuovo ordine economico mondiale. La riunione dei Capi di Stato e di Governo verte, di anno in anno, su tematiche diverse e ritenute, in quel momento, particolarmente pressanti ed urgenti ma il focus di base è comunque posto su quelle economiche. L’obiettivo, alla conclusione di ogni incontro, è quello di redigere una dichiarazione di intenti, concordata ma legalmente non vincolante, che spinga i Paesi partecipanti ad agire per la risoluzione di una specifica problematica o in un determinato ambito. Chiaramente i vertici annuali sono anche un’importante occasione in cui i leader possono organizzare incontri bilaterali che, talvolta, assumono un importanza persino maggiore del forum stesso.

A partire dal 2011 le tematiche affrontate nel corso delle riunioni non si sono più limitate solamente a questioni economiche ma si sono allargate anche a salute, uguaglianza di genere, energia e cambiamento climatico. L’informalità dei summit è volta a raggiungere la più ampia convergenza possibile sul tema in discussione e prima dell’incontro tra i Capi di Stato e di Governo, ciòè nel corso dell’anno, a riunirsi sono i cosìddetti sherpa (collaboratori fidati degli esecutivi nazionali), i ministri delle Finanze, altri esponenti ministeriali e gruppi di lavoro specifici. La partecipazione agli incontri del G20 non è limitata ai soli Stati aderenti al gruppo ma viene estesa, tramite la formula dell’invito permanente, anche a rappresentanti di altri enti internazionali o Paesi: tra queste ci sono la Spagna, il Segretario Generale delle Nazioni Unite,  il Direttore Generale del Wto, i vertici dell’Asean e dell’Unione Africana, il Direttore del Fondo Monetario Internazionale.

Le economie delle nazioni del G20, includendo anche tutti gli Stati parte dell’Unione Europea, producono circa l’85 per cento del Pil nominale mondiale ed il loro ruolo dominante sullo scenario internazionale rende le decisioni adottate, in ambito commerciale e finanziario, nel corso dei summit particolarmente importanti. Il 64 per cento della popolazione mondiale, inoltre, risiede in uno dei 43 Paesi aderenti al gruppo che ha quindi un carattere quasi universale. A differenza del G8 (poi divenuto G7) la membership è più diffusa a livello territoriale e non è concentrata nell’Occidente industrializzato: ciò rende possibile, nel senso letterale del termine, una concertazione di politiche ed intenti che possono avere ricadute consistenti su molte aree del globo. Le potenzialità del G20, in un certo senso, sono immense e qualora una determinata agenda trovi un riscontro positivo al suo interno può essere proiettata con facilità su scala mondiale.

I punti di forza del G20 rischiano, però, di generare effetti avversi: l’informalità dei summit, la mancanza di una Carta fondativa e di una struttura permanente e soprattutto l’assenza di poteri coercitivi in merito all’attuazione delle decisioni concordate rischiano di annacquare l’efficacia dei vertici. L’equilibrio dei summit, inoltre, risulta legato all’atteggiamento cooperativo dei vertici delle nazioni più importanti: l’unilateralismo ed il protezionismo portati avanti dall’Amministrazione americana di Donald Trump, ad esempio, confliggono con la necessità di trovare ed implementare soluzioni comuni. La guerra commerciale tra Washington e Pechino turba le dinamiche di lavoro del gruppo mentre, ad esempio, le resistenze manifestate dagli Stati Uniti nei confronti degli Accordi di Parigi sul Cambiamento Climatico hanno impedito l’adozione di una posizione unanime in materia nel corso del summit di Osaka del 2019. Il Continente Africano, inoltre, risulta particolarmente sottorappresentato all’interno del G20 e la Nigeria, ad esempio, non prende parte in qualità di membro ai lavori del gruppo.

I punti deboli del G20, in un certo senso, sembrano ricordare quelli del Brics, che vede riuniti al suo interno Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Le agende delle principali potenze mondiali, infatti, sono divergenti ed improntate alla soddisfazione degli interessi nazionali più che alla realizzazione di forme di cooperazione sempre più evolute. Gli Stati Uniti di Donald Trump, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping rivaleggiano per il predominio commerciale e politico in diverse aree del globo: dal Medio Oriente all’Africa, dall’Europa Orientale all’America Latina. Pensare che queste divergenze significative possano passare in secondo piano oppure essere abbandonate in favore di una cooperazione accentuata pare, al momento, una pura utopia che sfocia nella fantapolitica. Il G20, dunque, è di certo una vetrina privilegiata all’interno della quale, su temi specifici, possono essere raggiunte intese anche importanti e dove i rapporti bilaterali e multilaterali possono migliorare e conoscere delle accelerate ma il gruppo continua ad essere lontano dall’avere un’organizzazione coerente e di certo non sfrutta appieno le sue grandi potenzialità.


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