Cosa sta succedendo a Hong Kong

Hong Kong è scossa dalle proteste contro la legge sull’estradizione forzata in Cina. Questo disegno di legge è stato proposto dal governo locale per la prima volta nel febbraio 2019. A distanza di un mese sono avvenute le prime manifestazioni, che inizialmente contavano pochi aderenti. Con il passare delle settimane il movimento, nato come specifica forma di protesta nei confronti della legge, è cresciuto sempre di più, passando dalle circa 12000 persone alle centinaia di migliaia di attivisti entrati in scena a partire da giugno.

Le proteste sono sorte a causa del timore degli hongkonghesi che la legge proposta da Carrie Lam, e voluta fortemente anche da Pechino, fosse un chiaro tentativo della Cina di violare la linea di demarcazione tra il sistema politico-giuridico cinese e quello di Hong Kong. Questa città è infatti un’ex colonia britannica tornata sotto il controllo della Cina continentale nel 1997; da allora gode di uno status speciale che manterrà fino al 2047. È il cosiddetto “un paese, due sistemi”, una formula che sottolinea come la Cina sia un unico soggetto politico, ma che all’interno del suo territorio contempli l’esistenza di aree amministrate secondo un diverso ordinamento istituzionale e un differente sistema economico. Grazie a tale principio, Hong Kong dipende direttamente da Pechino solo per quanto concerne la difesa e gli affari esteri; il resto – dalla giurisdizione al sistema monetario, dalla politica d’immigrazione a quella doganale – è gestito in maniera autonoma dalle autorità locali. La situazione rimarrà tale per altri 28 anni, quando finalmente sarà completata la transizione di Hong Kong sotto la completa sovranità cinese.

La legge sull’estradizione ha scoperchiato un vaso di Pandora. I cittadini di Hong Kong si sono sentiti minacciati da un Dragone sempre più pressante e percepito come un vero e proprio mostro limitatore della libertà personale e individuale. Il 9 giugno 2019 si è consumata la prima manifestazione che ha attirato l’interesse della comunità internazionale; secondo la polizia hanno partecipato all’evento 240 mila persone, mentre i manifestanti sostengono che nelle strade ci fossero un milione di attivisti. Ma cosa prevede la legge sull’estradizione? La possibilità che i sospettati di determinati reati presenti sul territorio hongkonghese possano essere estradati in Cina per essere processati oltre Muraglia dai tribunali cinesi, che rispondono al Partito comunista cinese e seguono un iter burocratico diverso rispetto alla magistratura di Hong Kong. Per quali reati può essere chiesta l’estradizione? Non ci sono paletti fissi, anche se rientrano nella casistica solo quelli più gravi, con pene detentive superiori ai 7 anni; tuttavia, ogni caso deve essere deciso dalla magistratura locale. L’emendamento è stato voluto dal governo presieduto da Carrie Lam dopo che, nel febbraio 2018, un ragazzo hongkonghese di 19 anni fu stato accusato di aver ucciso la propria compagna mentre era in vacanza a Taiwan; Hong Kong non riuscì a farlo estradare a Taipei perché le leggi dell’ex colonia britannica non contemplavano tale evenienza.

L’amministrazione di Hong Kong, attraverso l’approvazione della controversa legge sull’estradizione, voleva ufficialmente colmare un vuoto normativo, anche se la vicinanza di Carrie Lam a Pechino è subito stata vista con sospetto. Nessuno ha creduto alla versione raccontata dal governo locale, diventato presto il bersaglio principale delle proteste. Intanto, tra luglio e agosto, i manifestanti sono diventati sempre più furiosi.

Il 12 giugno, il giorno in cui ci sarebbe dovuta essere la presentazione del disegno di legge per la seconda lettura, le manifestazioni pacifiche si sono trasformate in violenti scontri. La polizia ha cercato di riportare la calma in tutti i modi, anche usando gas lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il 16 giugno è avvenuta una nuova marcia per protestare contro il comportamento troppo violento delle forze dell’ordine, seguita, qualche giorno dopo, da una nuova ondata di proteste nel giorno della celebrazione del 22° anniversario dell’indipendenza britannica.

Il 9 luglio, qualche giorno dopo l’assalto dei manifestanti al parlamento locale, Carrie Lam ha dichiarato “morto” il disegno di legge sull’estradizione ma i dimostranti non si sono accontentati. Le loro richieste, nel frattempo, hanno incluso nuove invocazioni: il ritiro definitivo della legge – e non solo un congelamento – e di Carrie Lam, l’apertura di un’indagine sui metodi violenti usati dalla polizia, l’amnistia nei confronti dei manifestanti arrestati durante le proteste e il suffragio universale. In poche parole, una parte degli hongkonghesi stava chiedendo al governo locale di rescindere ogni legame con la Cina.

Gli scontri sono diventati violentissimi e hanno coinvolto, oltre a poliziotti e manifestanti, anche abitanti locali e presunte triadi mafiose. A metà agosto gli attivisti pro democrazia hanno bloccato l’aeroporto creando gravi disagi ai trasporti cittadini; la polizia è stata costretta a intervenire con la forza.

Il 19 agosto 2019 più di un milione e mezzo di persone, circa un quarto della popolazione di Hong Kong, ha partecipato alla seconda più grande manifestazione dal 9 giugno.

Sfiancata da mesi di proteste, scontri, violenze e pressioni, il 4 settembre 2019 Carrie Lam ha in parte ceduto, arrivando a ritirare la legge sull’estradizione.