Cosa sono gli accordi di Taif che regolano il sistema politico del Libano

A ottobre del 2019 la società civile libanese ha iniziato a manifestare contro il malgoverno chiedendo riforme economiche, politiche e sociali per uscire dalla crisi che il Libano sta attraversando da tempo e mettere fine alla corruzione dilagante.

Le manifestazioni hanno portato alla caduta del Governo guidato da Saad Hariri a novembre del 2019 e il premier – dopo un lungo stallo – è stato sostituito dall’ex ministro dell’Educazione Hassan Diab, una figura ben lontana dalle richieste della piazza, che voleva a capo dell’esecutivo qualcuno lontano dai palazzi del potere. Diab è durato in carica meno di un anno: il premier ha rassegnato le sue dimissioni a seguito dell’esplosione del porto di Beirut avvenuta il 4 agosto 2020. Da quel momento la situazione in Libano è ulteriormente peggiorata, portando la Francia a intervenire nelle questioni libanesi per riportare ordine nel Paese. Parigi, che gestisce i soldi internazionali per la ricostruzione del Libano, ha legato l’erogazione dei fondi all’implementazioni di nuove riforme. Nel frattempo il Paese ha visto salire al governo un nuovo premier Najib Mikati e una stretta sui consumi. All’ombra di nuove tensioni tra le comunità. Al centro del dibattito politico libanese si trova il sistema confessionale che regola la vita libanese e la sua possibile sostituzione con un nuovo “patto politico” di stampo laico.

Una delle caratteristiche principali del Libano è il confessionalismo, ossia la divisione dei poteri e delle cariche politiche su base confessionale nel rispetto delle diverse comunità presenti nel Paese. Ufficialmente, in Libano ci sono 18 confessioni diverse e già a partire dal 1920 – anno della nascita del Grande Libano sotto la direzione francese – la divisione della società su base confessionale è stata posta alla base della vita politica libanese.

La Repubblica costituzionale libanese, che nacque come protettorato francese, fu fin dal principio una democrazia confessionale: l’elezione dei membri del Parlamento avveniva infatti sulla base di quote stabilite in relazione al peso demografico dei gruppi religiosi ed etnici. Tale sistema rimase in vigore anche a seguito dell’indipendenza di Beirut dalla Francia, raggiunta nel 1943 nel secondo Dopoguerra. Quell’anno entrò in vigore il cosiddetto “patto nazionale”, secondo cui la carica di presidente sarebbe stata affidata a un cristiano-maronita, quella di primo ministro a un sunnita e quella di presidente della Camera a uno sciita.

Il sistema si era mostrato fin da subito debole, non riuscendo a creare un giusto equilibrio tra le confessioni più importanti del Paese, ma ha continuato e continua tuttora a regolare la vita politica libanese. Nel 1989 infatti, con la fine della guerra civile iniziata nel 1975, il Paese dei cedri firmò gli Accordi di Taif che – oltre a mettere fine ai combattimenti – hanno continuato a garantire una divisione su base confessionale del potere, apportando sole alcune leggere modifiche.

Mentre il patto nazionale prevedeva una divisione che favoriva leggermente i cristiani-maroniti, con gli Accordi di Taif il sistema fu equilibrato, stabilendo quindi una divisione paritaria dei seggi e riducendo il potere del presidente maronita. Alla vigilia degli anni ’90, tuttavia, per esaminare la composizione della popolazione libanese fu utilizzato un censimento del 1932 – l’ultimo mai realizzato – che non rispecchiava più la situazione sul terreno. Secondo i dati, gli unici ancora a disposizione del governo, la popolazione sarebbe formata per il 51 per cento da cristiani e per il 48 per cento da musulmani.

Gli Accordi del 1989 hanno anche favorito una divisione della società e un’assegnazione delle risorse del Paese in base alle rispettive appartenenze confessionali, con un conseguente dilagare della corruzione. Un problema contro cui si è schierata la popolazione scesa in piazza a fine 2019 e che vorrebbe vedere un superamento del sistema attuale e una maggiore trasparenza da parte dello Stato nell’amministrazione delle risorse pubbliche.

A raccogliere la richiesta della piazza – ancora acefala – è stato il presidente francese Emmanuel Macron, primo leader straniero a visitare il Paese a seguito dell’esplosione del porto di Beirut. Il capo di Stato ha infatti chiesto un cambio ai vertici del Libano, affermando che le figure al potere avevano ormai perso il favore del popolo e quindi il loro diritto a rappresentare i libanesi. Come già detto, Macron ha anche legato l’erogazione dei fondi per la ricostruzione del Paese all’implementazione di nuove riforme economiche, politiche e sociali. Il capo dell’Eliseo ha parlato a questo proposito di un nuovo patto sociale per sanare le ferite del Libano e superare il sistema confessionale.

La proposta francese, con grande sorpresa, è stata accolta anche dal partito filo-iraniano Hezbollah, che a fine agosto si è detto pronto a discutere di un nuovo assetto politico-sociale. Anche il presidente Michel Aoun ha sostenuto il progetto, ventilando l’ipotesi di fare del Libano uno Stato laico. A rilanciare l’idea è stato anche Amal (sciita) il cui leader Nabih Berri – attualmente speaker della Camera – ha definito il settarismo un “male incurabile”, auspicando che il Paese diventi presto uno Stato civile e dotato di una nuova legge elettorale non più su base settaria.

Al di là dei proclami dei rispettivi partiti, apportare una modifica così importante non sarà semplice. Il sistema confessionale non regola solo la vita politica del Paese, ma anche quella sociale ed economica. Le manifestazioni iniziate nel 2019 si sono dimostrate per lo più trasversali, aprendo uno squarcio su una società diversa, lontana dalle logiche settarie o religiose, ma molto resta ancora da fare e il rischio che tutto cambi perché tutto resti resti uguale è dietro l’angolo.