Chi era Ruhollah Khomeini

Incredibilmente carismatico, influente e molto popolare. Prima di diventare il padre politico dell’Iran contemporaneo, Ruhollah Khomeini rappresentava questo: un religioso perseguitato dalla personalità magnetica, capace di sedurre (letteralmente) migliaia di persone. Soprattutto giovani. Poi, nel febbraio del 1979, divenne l’esule iraniano più importante di tutti, in grado di trasformare completamente il volto del proprio Paese. Attraverso una rivoluzione sociale a cui impresse un carattere personale fortemente integralista, ispirato ai più rigidi principi della religione islamica.

Percepito come il principale avversario dello shah Mohammad Reza Pahlavi, la sua figura si impose come quella di un liberatore e di un leader, deciso a trasformare la Persia in Repubblica islamica. È stato la Guida suprema dell’Iran per dieci anni (dal 1979 al 1989)  e, nonostante non fosse il religioso più autorevole dal punto di vista della dottrina, Khomeini mantenne un ampio controllo sulla vita pubblica e privata di tutti i cittadini, imponendosi sulle loro decisioni.

Ruhollah Khomeini nacque il 24 settembre del 1902 a Khomeyn, una città dell’Iran centrale. Si dice provenisse da una famiglia di “seyyed”, ovvero i discendenti diretti del profeta Maometto, il che contribuì a farlo entrare nell’immaginario popolare come una sorta di messia. Il padre era un imam e un modesto proprietario terriero, che venne ucciso quando Khomeini era un bambino. Crebbe nell’atmosfera della prima rivoluzione costituzionale iraniana e nel clima culturale del primo conflitto mondiale. Dopo aver studiato il Corano, ma anche le basi della logica e della retorica, grazie al fratello e ai parenti, nel 1920 venne mandato a formarsi ad Arak, per poi trasferirsi nella città santa di Qom, dove seguì il suo maestro religioso: ‘Abd al-Karim Hairi.

Nella città santa, Khomeini arrivò nel 1923 e ci rimase fino al 1962. Lì completò gli studi in sharia, sotto la guida del Grande ayatollah e Marja (una figura fondamentale per l’islam sciita, visto che rappresenta l’imam atteso, al Mahdi, che un giorno tornerà a salvare l’umanità) Sayyid Hossein Tabataba’ i ‘Borujerdi. Nel 1936 divenne mojtadeh, dimostrandosi un promettente esponente della religiosità islamica sciita. Ancora molto giovane entrò a far parte del partito religioso musulmano, ovvero un’unione di stretti osservanti dell’islam, noti con il nome di “taleban” (il plurale di “talib” che, in arabo, significa studente di scienze religiose), che avrebbe voluto imporre un governo di stampo tradizionalista. Quando Mohammad Reza divenne shah al posto di suo padre, nel 1925, l’associazione di cui aveva fatto parte Khomeini venne messa fuori legge e il giovane religioso fu costretto alla clandestinità. E fu allora che iniziò a cospirare contro i Pahlavi, fallendo in diverse circostanze.

La famiglia dello shah Reza Pahlavi (LaPresse)
La famiglia dello shah Reza Pahlavi (LaPresse)

Nel 1953 Mohammad Reza Pahlavi assunse i poteri assoluti e riprese l’opera di laicizzazione del Paese e di contrasto, già avviato dal padre, dell’impronta religiosa del clero sciita. Khomeini fu uno dei principali oppositori a questa politica: divenne ayatollah nel 1961 a seguito della morte di Borujerdi e tra il 1963 e il 1964 incarnò l’avversario perfetto del monarca. Era un alter ego dello shah, che rifletteva un’immagine completamente diversa a quella del sovrano. Quello di ayatollah è un titolo di grado elevato, che viene concesso agli esponenti più importanti del clero sciita, talvolta al più autorevole, e ai mujtahidin, cioè la casta dei dotti musulmani. Negli ultimi decenni e, in particolare dall’ascesa di Khomeini, questo titolo ha assunto una connotazione più politica che religiosa (soprattutto in Iran). Nel 1962, Khomeini successe all’ayatollah Kashani nelle funzioni di capo della comunità sciita iraniana. A causa della sua intensa attività politica, palesemente ostile allo shah, e per il ruolo molto attivo nel movimento di opposizione popolare alle riforme agrarie dei Pahlavi, nel 1963 fu costretto all’esilio. Così andò prima a Bursa, in Turchia, poi nella città santa sciita di Najaf, in Iraq, e infine in Francia, a Parigi.

Negli anni del suo allontanamento dal Paese, Khomeini ridefinì i rapporti tra politica e religione. Nella sua idea, infatti, il clero doveva governare e per farlo avrebbe dovuto rifiutare categoricamente ogni concezione passiva e mite della fede. Il fenomeno del “khomeinismo”, così, segnalò l’emergere di una nuova forma di costruzione sociale e di legittimazione del leader carismatico, in cui gli elementi impulsivi ed emotivi intrecciavano storia, politica e religione. E così, mentre in Iran l’opposizione allo shah imperversava anche a causa della dura repressione governativa, l’ayatollah dall’estero fomentava la rivolta in attesa di poter tornare e fare la rivoluzione. Anche attraverso la diffusione clandestina di audiocassette di propaganda, spedite illegalmente dalla Francia e indirizzate alle migliaia di persone che avrebbero poi destituito il sovrano. La rivolta si compì nel febbraio del 1979, 16 anni dopo il suo esilio e dopo un anno in cui assunse la direzione politico-spirituale del movimento di opposizione che fece cadere i Pahlavi.

Alla base della rivoluzione che trasformò l’Iran non ci fu soltanto la religione, ma anche la necessità di un cambiamento radicale della società, schiacciata delle politiche repressive e anti-islamiche del sovrano. L’Iran degli anni Settanta era un Paese fortemente disomogeneo, attraversato da pesanti crisi strutturali e una congiuntura economica sfavorevole (anche perché, in quel momento, Pahlavi era solo e politicamente isolato). Khomeini, comunque, non fu l’unico ideologo di quella trasformazione, ma il cosiddetto “clero combattente” (definizione che l’altro teorico della rivoluzione Ali Shariati diede al gruppo di religiosi che dimostrava di avere piena consapevolezza della propria funzione politica) si identificò subito in lui e nei suoi seguaci. La Rivoluzione islamica, però, fu prima di tutto una rivoluzione popolare, all’interno della quale si muovevano meccanismi molto diversi. Tra gli oppositori dei Pahlavi, infatti, non c’era soltanto l’ayatollah Khomeini, ma anche il Fronte nazionale e i Democratico-liberali, il partito comunista Tudeh, i Socialisti islamici, gli Islamisti progressisti e, infine, le correnti islamico-riformiste.

Tuttavia, il ruolo centrale di guida di quella rivoluzione lo assunse comunque Khomeini. Le prime sommosse, tra la fine del 1978 e l’inizio del 1979, misero in fuga Mohammad Reza Pahlavi, che lasciò temporaneamente l’Iran. Lo shah nominò nuovo primo ministro Shapur Bakhtiar, un liberale democratico. Ma il suo governo, disconosciuto da tutte le opposizioni, cadde in poco tempo, travolto dall’ondata di proteste popolari. Pahlavi lasciò definitivamente il Paese il 16 gennaio 1979, permettendo, di fatto, il ritorno di Khomeni, che venne riportato in Iran dalla Francia il 1° febbraio.

In Europa, il religioso sciita aveva creato il Consiglio della Rivoluzione islamica (un organo fondamentale per il successivo controllo del Paese). Pochi giorni dopo, l’ayatollah, rifiutando in un primo momento ogni carica istituzionale, affidò la creazione di un nuovo governo al rappresentante moderato Mehdi Bazargan. Il suo esecutivo non durò sia per le sue posizioni, ritenute troppo liberali, sia perché privo di poteri effettivi, visto che aveva lasciato che il Komiteh (controllato direttamente dal Cri) esercitasse ogni potere. Alla fine del marzo del 1979, un referendum approvava la creazione della Repubblica islamica, con il 98% dei consensi.

Al compimento della rivoluzione, Khomeini non rappresentava soltanto un leader, ma incarnava soprattutto il modello emozionale di guida suprema della rivolta. La sua visione politica era avversata dai liberali, dalle sinistre, ma anche da altri ayatollah moderati, i quali consideravano la sua posizione religiosa come deviata rispetto alla tradizione. Le elezioni successive, però, confermarono le doti carismatiche del leader religioso e all’appuntamento elettorale, infatti, vinsero i candidati khomeinisti. In poco tempo, la rivoluzione che fece sfilare una pluralità di volti e di voci diverse si trasformò in una morsa sempre più stretta. Una volta trionfato, infatti, il clero rivoluzionario di cui si era fatto portavoce Khomeini, si rapportò alla religione in una prospettiva di rigidissima conservazione e di forte controllo nella vita di tutti i cittadini. A ogni livello.

La folla inneggia al ritorno dell'ayatollah Khomeini (LaPresse)
La folla inneggia al ritorno dell’ayatollah Khomeini (LaPresse)

Il khomeinismo arrivò a produrre, nel tempo, una trasformazione così radicale da incidere profondamente sulle coscienze individuali e sulle dinamiche sociali. Il carattere duale della Repubblica islamica, fondato sulla presenza di organi religiosi e politici insieme, permise al clero attivista e militante di occupare le massime cariche istituzionali. Fino a condizionarne l’andamento.

Dopo la cacciata dello shah, Khomeini riformò il Paese e lo divise in due autorità: una civile, costituita da un parlamento e da un presidente eletti democraticamente, ma con funzioni unicamente amministrative, e una religiosa, che l’ayatollah guidò personalmente per dieci anni e cui era possibile accedere soltanto per cooptazione. Dall’ascesa del leader religioso sciita nel Paese, l’autorità religiose detiene il reale potere politico dello Stato, supervisionando e controllando tutto. Dagli organi amministrativi, fino alla giustizia.

Il primo risultato dopo la rivoluzione fu la sospensione o la limitazione di alcune libertà individuali (come la libertà di culto, di stampa e di pensiero), ma anche il divieto di divorziare o di interrompere volontariamente una gravidanza. L’evidenza più tangibile delle trasformazioni apportate da Khomeini fu l’imposizione alle donne del velo islamico e l’istituzione della pena di morte per adulterio e bestemmia. Così, in breve tempo, Khomeini marginalizzò tutte le altre forze politiche e impose il sistema di governo chiamato velatat-e-faqih, che tradotto significa “governo del giureconsulto”, cioè un esecutivo nel quale veniva riconosciuto il ruolo di guida del giurista islamico sulla comunità di credenti (e non solo).

La fine del grande leader si consumò dentro le mura di una struttura sanitaria, dove terminò la sua vita terrena e, insieme, la sua leggenda. Khomeini, infatti, si ammalò di cancro all’intestino e morì il 3 giugno del 1989, dopo un ricovero di 11 giorni in ospedale. Si dice che ai funerali pubblici della Guida suprema parteciparono più di tre milioni di persone, che si accalcarono pur di toccare la bara di legno dove era contenuto suo corpo. Le esequie, in forma privata, si tennero due giorni dopo e la salma di Khomeini venne trasportata e tumulata in un mausoleo esterno al cimitero di Behesht-e-Zahra, a Teheran. Ancora oggi, in rete, è possibile trovare reperti video che testimoniano gli ultimi istanti di vita della Guida suprema, che giace sul letto, avvolto da due cuscini e un lenzuolo bianco.

Attorno a lui si alternano uomini, donne, familiari, medici e religiosi. Ma anche un canto, incessante, che trasforma l’agonia di Khomeini in un rito che resta cristallizzato nel tempo.


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