Chi era Robert Mugabe

Una volta disse: “Soltanto Dio può destituirmi”. E, in un certo senso, ha avuto ragione di crederlo. Nella sua lunga vita, Robert Mugabe ha subito diverse metamorfosi: non è stato soltanto un eroe nazionale, come sostengono alcuni, o il simbolo di un’Africa dove gli uomini (soprattutto ai vertici) contavano e contavano molto. Per tanti, Mugabe si è trasformato in un despota. È morto a 95 anni, il 6 settembre 2019, lasciando un Paese che lo ha molto amato e molto odiato, costringendolo, nel 2017, a cedere il suo potere sotto una forte pressione dell’esercito. Ad annunciare il suo decesso, su Twitter, il suo successore e attuale presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, con cui ebbe un rapporto conflittuale.

L’attuale presidente, infatti, passò dall’essere uno degli uomini più fedeli a rappresentare uno dei maggiori sospettati di tradimento. Così Mnangagwa fu braccio destro e poi nemico. Ma a determinare la fine (politica) di Mugabe fu l’idea di passare tutti i suoi poteri alla moglie Grace, accusando pubblicamente l’allora vicepresidente di tradimento.

Dello Zimbabwe fu primo ministro dal 18 aprile del 1980 al 31 dicembre del 1987, giorno in cui divenne presidente (carica che si tenne fino al 2017). Nel tempo è stato accusato di aver instaurato nel suo Paese un regime dittatoriale. Un giornalista della Bbc, in un articolo, lo definì “l’ultimo re politico africano” e il 21 novembre 2017, dopo un potere pressoché assoluto, si dimise dalla carica di presidente, dopo essere stato posto sotto la custodia dell’esercito pochi giorni prima.

Mugabe nacque e trascorse gran parte della sua infanzia nella missione gesuita di Kutama dove ricevette un’educazione cattolica, nel distretto di Zyimba, a nord-ovest di Salisbury, in quella che un tempo si chiamava Rhodesia meridionale. Terzo di sei figli, il padre, un carpentiere di etnia shona, lo abbandonò quando aveva 10 anni. Ad allevarlo ci pensò la madre, che lo affidò ai sacerdoti cattolici gesuiti. A 17 anni arrivò il diploma di insegnante, che gli permise di essere impiegato in varie scuole. Una borsa di studio, nel 1949, gli consentì di frequentare l’università sudafricana di Fort-Hare, dove si laureò in scienze politiche. Lì entrò in contatto con le idee marxiste dei comunisti sudafricani, anche se a influenzare maggiormente la sua personalità furono, in quel momento, le azioni del Mahatma Gandhi. Proseguì gli studi in diverse città africane e ottenne, per corrispondenza, un’altra laurea all’Università di Londra.

Nel 1960, per un breve periodo, rientrò nella colonia della Rhodesia meridionale, dove nel frattempo si era diffuso un movimento nazionalista africano anticolonialista. Influenzato da Sally Hayfron, che  conobbe durante gli anni di insegnamento in Ghana e che divenne la sua prima moglie, concretizzò le teorie marxiste che aveva studiato sui libri durante il periodo universitario. Il suo esordio in politica? Quando prese la parola in una manifestazione pubblica di protesta nel 1961. Lasciò l’insegnamento dopo questo episodio con la convinzione di dedicarsi completamente all’attivismo, entrando a far parte del Partito nazionaldemocratico (Npd), che in seguito venne rinominato Unione popolare africana di Zimbabwe (Zapu).

Mugabe riteneva necessario intraprendere una lotta armata per rovesciare il dominio coloniale britannico e per questa ragione abbandonò il partito nel 1963. Il fondatore del movimento, Joshua Nkomo, fu un grande sostenitore della via diplomatica del negoziato internazionale con gli inglesi e Mugabe, con altri fuoriusciti, entrò a fare parte dell’Unione nazionale africana di Zimbabwe (Zanu), fazione rivale dello Zapu. In quel periodo, uno dei fondatori dello Zanu scelse di nominare Mugabe segretario generale del partito. E da lì iniziò tutto.

Nel 1964 Mugabe venne arrestato con altri membri del partito e fu condannato a dieci anni di prigione. In carcere proseguì la sua formazione e durante la detenzione prese altre due lauree (per corrispondenza) in giurisprudenza ed economia. Continuò anche a leggere i testi marxisti su cui aveva fondato la sua formazione ideologica. Nel 1966 il regime di Rhodesia gli negò di partecipare al funerale del figlio Michael, che ebbe dalla moglie Sally. Il bimbo perse la vita a soli tre anni a causa della malaria, in Ghana.

Dopo il rilascio lasciò il Paese e raggiunse il Mozambico. Lì, nel 1974, conobbe il leader del Fronte di liberazione del Mozambico, l’indipendentista locale Samora Machel e assunse la guida dell’ala parmilitare del partito, lo Zimbabwe african national liberation army (Zanla), impegnato nella lotta contro il governo della minoranza bianca guidato da Ian Smith (un esecutivo ovviamente a favore della segregazione). L’anno dopo, nel 1975, morirono alcuni dei leader del partito e Mugabe ne assunse unilateralmente il controllo. Dopo uno scontro con Ndabaningi Sithole, Mugabe costituì una sezione militante dello Zanu, lasciando a Sithole la guida del movimento più moderato Zanu. Nel 1976 Zanu e Zapu scelsero di unirsi e costituirono il Patriotic Front.

La lotta armata proseguì e si fece più dura. Il 1979 fu l’anno dei negoziati di pace tra i leader bianchi della Rhodesia meridionale e il Patriotic Front di Mugabe. In quella circostanza, il dominio coloniale britannico gestì la transizione all’indipendenza del Paese e i britannici sostituirono il regime rhodesiano con un governo coloniale guidato dal governatore britannico, Lord Soames. In quella transizione, l’ex colonia, che successe alla breve esperienza dello Zimbabwe Rhodesia, venne nominata ancora Rhodesia meridionale.

Poco tempo dopo, venne organizzata una tornata elettorale per le elezioni parlamentari per la repubblica dello Zimbabwe e, contrariamente alle aspettative che davano come favorito Joshua Nkomo, il 4 marzo 1980, Mugabe vinse e divenne primo ministro. Fu il primo africano nero, a ricoprire quella carica. Ottenuta, quindi, l’indipendenza effettiva il Paese prese il nome definitivo di Zimbabwe.

Il governo di coalizione costituito con Nkomo venne disciolto nel 1982. La motivazione? Si parlò di un tentativo di golpe in preparazione da parte dello Zapu. Nkomo fu costretto ad abbandonare il governo. La quinta Brigata, predisposta da istruttori nord-coreani, venne impiegata da Mugabe nella regione del Matabeleland per soffocare l’insurrezione degli ex guerriglieri fedeli a Nkomo. È stato stimato che tra il 1983 e il 1987, durante il massacro chiamato in codice Gukurahund, siano stati uccisi circa 20mila civili, tutti appartenenti all’etnia minoritaria Ndebele. Mugabe riuscì a sfruttare la frattura della coalizione per rafforzare il suo potere e dopo la sua rielezione del 1985, concluse un accordo con Nkomo, che eliminò la rivalità Zanu-Zapu e riportà Nkomo al governo in qualità di vice presidente. Nel 1987, su richiesta di Mugabe, Zapu e Zanu si fusero in un unico e nuovo partito. Lo chiamarono Unione nazionale africana di Zimbabwe-Fronte patriottico.

Nel 1987, scaduti i sette anni di mandato, fu abolito il ruolo di primo ministro e Mugabe divenne il presidente del Paese. La carica gli venne riconfermata nelle elezioni del 1990 e del 1996. All’inizio del suo incarico, Mugabe annunciò la volontà di migliorare la qualità della vita della popolazione nera. Dal 1991 avviò alcune riforme economiche e introdusse l’economia di mercato. Quattro anni dopo la morte della moglie, a causa di una malattia renale, nel 1992 Mugabe sposò la sua segretaria, Grace Marufu, di 41 anni più giovane, da cui ebbe altri tre figli. Nel corso degli anni, la moglie Grace assunse un ruolo politico sempre più importante, acquisendo maggiore influenza nella vita politica del Paese.

Nel 1974 venne stimato che i residenti bianchi della Rhodesia fossero circa 300mila (l’8% della popolazione totale) ma che detenessero la grande maggioranza di terreni e ricoprissero ruoli chiave nella società africana. Ma dopo il 1980, con l’avvento di un governo “nero”, i bianchi iniziarono a emigrare, in particolare verso il Sudafrica, nel periodo in cui vigeva ancora l’apartheid, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Nel 1997 si registrarono diversi assalti alle proprietà terriere della restante minoranza bianca da parte di alcune bande armate, sotto il controllo di Chenjerai Hunzyi, un reduce della guerra civile rhodesiana e presidente della Zimbabwe Liberation War Veterans Association, che occupò fattorie e aziende e costrinse i proprietari ad abbandonarle. Nel 2000 venne varata la riforma agraria, che attuò, di fatto, l’espropriazione violenta e senza indennizzi di buona parte delle tenute degli agricoltori bianchi, che possedevano ancora il 70% delle terre coltivabili del Paese.

Già al termine degli anni Ottanta, Mugabe aveva pensato di rendere lo Zimbabwe uno stato socialista monopartitico, ma il mutamento degli equilibri politici, la fine dell’apartheid in Sudafrica e la conseguente liberazione di Nelson Mandela intralciarono la sua fama sulla scena politica nel continente. Scelse così di dare asilo all’ex dittatore etiope Menghistu Hailè Mariàm e intervenne nella guerra civile nella Repubblica democratica del Congo. Il suo governo riformò il sistema scolastico e si rese protagonista di un primato: rendere lo Zimbabwe il Paese africano con il più basso tasso di analfabetismo. Ma, dalla fine degli anni Novanta, all’interno del sistema dell’istruzione, crebbe anche la corruzione e l’inefficienza.

Nel 2000 Mugabe chiese i pieni poteri e lo fece tramite un referendum sottoposto alla popolazione. Fu respinto dal 54,7% dei votanti. Nello stesso anno, alle elezioni, il partito di opposizione di Morgan Tsvangirai, conquistò 57 dei 120 seggi del parlamento. Nel 2007 Mugabe fece modificare la Costituzione, abolendo il limite di quattro mandati presidenziali e riuscì, con questo espediente, a partecipare alle elezioni presidenziali del 29 marzo 2008, dove ottenne il 43,2% dei voti al primo turno e l’85,5% dei consensi al ballottaggio (che Tsvangirai boicottò per protesta a causa dei brogli che, secondo lui, si erano verificati nella prima tornata). Nel 2013, Mugabe presentò un’altra candidatura: vinse di nuovo e questa volta al primo turno. Ma in quella circostanza, Stati Uniti e Unione europea denunciarono irregolarità.

Nel 2005, Amnesty International, dopo aver osteggiato apertamente le sue politiche, accusò Mugabe di pianificare deliberatamente violazioni dei diritti umani. L’organizzazione denunciò “l’Operazione Murambatsvina”, che in lingua shona significa “spazza via l’immondizia”, un’azione attuata nelle baraccopoli intorno alle grandi città. In base ai dati riportati da Amnesty, tra il 18 maggio e il 5 luglio 2005 vennero distrutte 92.460 abitazioni, 700mila persone furono lasciate senza casa e a seguito di questi sgomberi, la maggior parte delle persone fu costretta a cercare rifugio nelle periferie o nelle zone rurali e 222mila minori, fra i 5 e i 18 anni, dovettero interrompere il loro percorso scolastico. Nel 2013, Amnesty International confermò come nel Paese le condizioni dei diritti umani erano da considerarsi “scadenti”.

Il suo annus horribilis fu il 2017: il 21 febbraio confermò di volersi candidare (ancora) alle presidenziali. Il 15 novembre venne preso in custodia dopo un’azione congiunta fra esercito e il suo ex numero due, Mnangagawa, senza però essere destituito ufficialmente. Quella dalla scena pubblica fu un’assenza intermittente, perché nonostante l’arresto ufficioso da parte dei militari, Mugabe riuscì a riapparire pubblicamente a una cerimonia all’università di Harare, il 17 novembre 2017. Due giorni dopo, il 19 venne estromesso ufficialmente come leader del Zanu-Pf e fu sostituito da Mnangagawa. Ma ancora rifiutò di dimettersi da presidente.

Le dimissioni arrivarono il 21 novembre 2017, dopo aver negoziato un accordo con i militari, in base al quale venne garantita l’immunità a lui e alla moglie, oltre alla promessa di non toccare il patrimonio di famiglia, fatto che consentì loro di restare nel Paese africano con una liquidazione non inferiore ai dieci milioni di dollari e una serie di privilegi a vita.

Per descriverlo, all’indomani della sua morte, Mnangagwa ha detto di lui:

È un’icona della liberazione, un panafricanista che aveva dedicato la sua vita all’emancipazione del suo popolo: il suo contributo alla storia della nostra nazione e del nostro continente non sarà mai dimenticato