Chi era Muhammad Anwar al-Sadat

Per l’Egitto, Muhammad Anwar al-Sadat è stato un militare intransigente, un leader autoritario e un politico astuto, probabilmente perché (più di altri) ha saputo rimanere nell’ombra il tempo necessario per ritagliarsi uno spazio. Quello giusto. Essere il numero due di Gamal ‘Abd al Nasser non è mai stato un problema per lui, soprattutto quando nel 1970, dopo la sua morte improvvisa, ne prese il posto. Premio Nobel per la Pace insieme a Menachem Begin nel 1978, Sadat non fu un capo di Stato particolarmente amato dal mondo arabo, ma fu anzi percepito dai palestinesi, in più di una circostanza, una sorta di traditore. Problematico e rigidissimo, la sua politica assolutista portò più volte al soffocamento del dissenso. Capace di imporsi sulla cittadinanza, togliendo anche molte delle libertà individuali, perseguitò i dissidenti e la stampa indipendente ed ebbe più di un dissidio con la Lega araba. Governò comunque l’Egitto dal 1970 al 1981, anno del suo assassinio, e anche se, insieme a Nasser, fu tra i protagonisti della rivoluzione egiziana del 1952 (che fece deporre re Faruq), è ancora oggi considerata una figura molto divisiva.

Muhammad Anwar al-Sadat nacque il giorno di Natale, il 25 dicembre del 1918, a Mit Abu al-Kum, nel governatorato di al-Manufiyya, da una famiglia di etnia nubiana. Nella capitale egiziana, però, arrivò presto, quando aveva soltanto sette anni. Come accadde a molti, scelse la carriera delle armi e nel 1938, infatti, si diplomò alla Regia Accademia militare del Cairo. In seguito al diploma, al-Sadat divenne inviato di stanza nell’allora Sudan anglo-egiziano, dove si dice conobbe Nasser, con cui concretizzò un legame indissolubile. Non solo d’amicizia, ma anche di potere. Durante la Seconda guerra mondiale venne accusato di voler cooperare con il regime nazista contro gli inglesi (che, infatti, lo incarcerarono). In quella circostanza, in tanti sostennero che Sadat lavorò per ottenere aiuti militari dalle potenze dell’Asse, in modo da riuscire a espellere i britannici dall’Egitto (e, di fatto, lui non negò mai l’accaduto).

Dopo la Guerra arabo-israeliana del 1948, tra i militari egiziani (di cui faceva parte anche Sadat) si diffuse un sentimento di frustrazione collettiva e di malcontento. L’evidente superiorità delle forze israeliane (meno equipaggiate di quelle egiziane, ma strategicamente più preparate) e la vittoria bellica suscitarono, infatti, molta rabbia nei confronti dell’apparato statale (e quindi del sovrano). Dopo quel fallimento militare, Nasser fu tra i primi a partecipare ai dibattiti che sfociarono nella costituzione dell’organizzazione segreta dei “Liberi ufficiali“, gruppo che lavorò per spodestare il monarca e per ripensare a un apparato governativo diverso. Per riuscire a cambiare l’assetto statale, generali e capi militari coinvolsero nelle operazioni il generale Muhammad Nagib. E se della rivolta si occupò principalmente Nasser, un contributo concreto lo diede anche Sadat. Quando si consumò il colpo di Stato, all’alba del 23 luglio del 1952, le truppe del consiglio del comando rivoluzionario circondarono il palazzo di re Faruq, gli comunicarono le loro intenzioni e lo costrinsero all’esilio in Italia. I “Liberi ufficiali” demolirono in una notte la monarchia (che perse ogni potere dal giorno successivo, il 26 luglio) e portarono ai vertici dello Stato Nagib, come capo del Comando della rivoluzione, e Nasser (che divenne suo vice). Nelle ore successive alla deposizione del sovrano, fu proprio Sadat a comunicare, tramite la radio nazionale, la fine del Regno d’Egitto e nel 1954, dopo che Nasser destituì anche Nagib, Sadat entrò a far parte del suo governo, ricoprendo a lungo la carica di presidente dell’Assemblea nazionale. A lui, il leader affidò anche la segreteria dell’Unione nazionale (il partito unico) e l’incarico più importante: la vicepresidenza.

Nell’ottobre del 1970, a pochi giorni dal decesso improvviso di Nasser, Sadat prese il suo posto come presidente e nel giro di poco scardinò completamente la sua struttura politica. Avviò quella che tutti riconoscono come una seconda rivoluzione (e che lui stesso definì “correttiva”), allontanando, a partire dal maggio del 1971, tutti i politici e i militari fedeli a Nasser e aprendo all’Occidente e agli investitori privati. L’impronta “socialista” lasciata dal suo predecessore venne letteralmente spazzata via. Un anno dopo, nel 1972, Sadat chiese anche il ritiro dall’Egitto dei consiglieri militari sovietici e di circa 20mila uomini del loro personale militare. A differenza di Nasser, il neopresidente favorì la rinascita dei movimenti islamisti conservatori (tra tutti i Fratelli musulmani) e a differenza del suo predecessore restituì loro la dignità tolta negli anni dal defunto leader. Ai gruppi religiosi furono concesse nuove autonomie e Sadat, per rimarcare il fatto di essere dalla loro parte, imparò a pubblicizzarsi come un politico credente , facendo inserire nella nuova Costituzione un emendamento che restituiva dignità alla shari’a. Ma non solo. Nei primi anni Settanta, insieme a Libia e Siria, tentò (non riuscendoci) di costituire una Federazione delle Repubbliche arabe. In seguito, l’Egitto di Sadat si allontanò da molti Paesi arabi, ma ne avvicinò altri, come il Sudan, l’Arabia Saudita, lo Zaire e la Somalia (il presidente, infatti, in queste ultime due circostanze si schierò a sostegno del regime di Mobutu e della guerra dell’Ogaden). Mantenne buoni rapporti anche con la Persia dei Pahlavi e nel 1979, quando si concretizzò la rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, ospitò negli anni dell’esilio lo shah Mohammad Reza Pahlavi.

Il 6 ottobre del 1973, giorno dello Yom Kippur (cioè la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione dei peccati), insieme alla Siria del generale Hafiz al-Assad, l’Egitto di Sadat attaccò Israele, con l’intento di recuperare una parte della Penisola del Sinai, occupata dalla Guerra dei Sei Giorni. Nonostante questa volta il Cairo avesse studiato alla perfezione il piano d’attacco, l’esercito israeliano, abbastanza impreparato, fermò comunque l’avanzata dei militari siriani ed egiziani (che, però, riuscirono a riprendersi, almeno in parte, alcune aree del Sinai). E nonostante l’interruzione dell’avanzata e nessuna vittoria, Sadat ne uscì rinvigorito, perché parte di quell’occupazione restituì all’Egitto un ruolo importante nella regione.

Il primo ministro israeliano, Meanchem Begin, e il presidente egiziano, Muhammad Anwar al-Sadat (Foto LaPresse)

Nel novembre del 1977, il presidente egiziano incontrò a Gerusalemme il primo ministro, Menachem Begin, diventando così il primo leader del mondo arabo a recarsi in Israele (parlando davanti alla Knesset, il parlamento). “Sono venuto da voi, con passo fermo, per costruire la pace. Venendo qui ho abbattuto il muro del rifiuto”, dichiarò Sadat. L’azione destò un certo scalpore tra i capi di Stato arabi, che iniziarono a vedere in lui una sorta di ambizioso traditore. A dicembre dello stesso anno, anche Begin fece visita al presidente egiziano. I due si incontrarono una terza volta negli Stati Uniti, nel 1978, a Camp David, davanti all’allora presidente americano Jimmy Carter. Il motivo dell’incontro fu per discutere degli accordi tra i due Paesi. Il 26 marzo del 1979 i due leader firmarono a Washington il trattato di pace israelo-egiziano che, di fatto, interrompeva le ostilità tra Egitto e Israele. Il gesto portò entrambi i leader a ricevere il Nobel per la Pace. E se il riconoscimento a livello mondiale ebbe una portata determinante, nel mondo arabo rese ancora più sgradita la figura del successore di Nasser. Per i fondamentalisti islamici, infatti, gli accordi di Camp David firmati da Nasser rappresentarono a tutti gli effetti solo un segno di cedimento.

E se nel mondo arabo la figura di Sadat, dopo Camp David, risultò sempre più impopolare, il presidente “reagì” inasprendo la vitta sotto il regime. La conseguente crisi economica, l’isolamento del leader egiziano e la repressione contribuirono a peggiorare la sua immagine pubblica. L’insoddisfazione nei confronti della sua politica si concretizzò prima degli accordi di Camp David, quando nel 1977 gran parte della popolazione si oppose al contenimento della spesa pubblica adottato dal governo. La rabbia esplose nelle piazze dei più importanti centri urbani egiziani. E alle rivolte (come quella “del pane”), Sadat, che nel frattempo dovette occuparsi anche delle frange più estremiste delle organizzazione islamiste, oppose l’esercito. Nel 1978 sciolse l’Unione socialista araba e creò il Partito nazionale democratico, un movimento con posizioni più moderate, allontanandosi completamente dalla politica di Nasser. Un referendum del 1980 lo confermò Primo ministro e presidente a tempo indeterminato e nel 1981, a poche settimane dal suo assassinio, ordinò l’arresto di circa 1.600 persone, tra cui dissidenti, esponenti religiosi, giornalisti, gruppi studenteschi e oppositori politici.

Il 6 ottobre  1981, Sadat venne ucciso al Cairo, durante lo svolgimento di una parata militare per ricordare l’inizio della guerra del Kippur contro Israele. In base a quanto ricostruito, tre soldati infiltrati si allontanarono dal corteo, gettarono alcune bombe a mano e gli spararono contro con dei mitra. Le immagini dell’attentato furono riprese e mandate in onda dalla televisione di Stato.

Il responsabile, il tenente Khalid al Islambud, che faceva parte della Jihad islamica egiziana, fece sapere di voler punire Sadat per gli accordi di pace con Begin e Israele. L’uomo, arrestato con altri due complici (tre furono uccisi durante il conflitto a fuoco) e condannato a morte nel 1982, oltre a uccidere Sadat, ferì gravemente anche l’allora vicepresidente Hosni Mubarak (che prese il posto del presidente deceduto). Ai funerali di Sadat, che venne raggiunto da cinque colpi d’arma da fuoco, due dei quali mortali, parteciparono tre ex presidenti americani (Gerald Ford, Jimmy Carter e Richard Nixon), ma nessun capo di Stato arabo, né musulmano (a parte l’allora presidente del Sudan, Ja’far al-Nimeyri).