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Chi era Mohammad Reza Pahlavi

Reza Pahlavi è noto per essere l’ultimo Scià, titolo reale esistente durante la monarchia in Iran. Il suo regno inizia nel 1941 e termina con la rivoluzione islamica del 1979. Il suo nome è legato soprattutto alla cosiddetta “rivoluzione bianca”, una serie di iniziative politiche volte a occidentalizzare l’Iran. Nota anche la sua storia d’amore con la seconda moglie Soraya, oggetto di film e romanzi negli anni successivi.

Reza Pahlavi nasce a Teheran il 26 ottobre 1919. Il suo nome completo è Mohammed Reza Pahlavi ed è figlio di Reza Pahlavi, generale iraniano impegnato in quel momento nel tentativo di detronizzare lo Scià Ahmad Qajar. Un anno dopo la nascita di Mohammed Reza Pahlavi, il padre riesce ad ottenere il potere con la nomina a primo ministro, ma solo nel 1925 viene formalmente incoronato quale nuovo Scià.

Mohammed Reza Pahlavi quindi non nasce quale erede al trono, ma viene insignito di questo titolo all’età di sei anni, quando il padre diventa sovrano. La nomina quale erede è dovuta al fatto che Mohammed, pur essendo il terzogenito, è il primo figlio maschio dello Scià. Già in adolescenza quindi “studia” quale futuro monarca e futuro capo di Stato.

Il padre nel 1932 lo manda all’istituto Le Rosey, in Svizzera. Si tratta di una delle più importanti scuole private elvetiche, dove il giovane Reza Pahlavi ha la possibilità di vedere da vicino la cultura occidentale. Circostanza quest’ultima importante per comprendere il suo futuro operato come Scià. Rientra in Iran (nome con cui il padre inizia a far identificare il Paese nel 1935, dopo che per diverso tempo la designazione ufficiale è stata quella di Regno di Persia) nel 1936, dove conclude i suoi studi superiori prima di iscriversi all’accademia militare.

La seconda guerra mondiale non coinvolge inizialmente l’Iran. Lo Scià Pahlavi dichiara infatti la neutralità di Teheran e l’equidistanza con le parti in lotta. Nel 1941 però la situazione cambia. Il primo ministro britannico Wiston Churchill e il leader sovietico Josiph Stalin pianificano un’invasione del Paese nell’agosto dello stesso anno. Gli alleati temono infatti un avvicinamento tra l’Iran e la Germania nazista, circostanza però mai confermata dagli iraniani. Il Paese diventa ad ogni modo strategico. Il cosiddetto “corridoio persiano” garantisce il rifornimento di armi ai sovietici da poco invasi da Hitler nell’ambito dell’operazione Barbarossa.

L’operazione militare ideata da Londra e Mosca ha luogo effettivamente nell’estate del 1941. Il 28 agosto le truppe inglesi e sovietiche occupano già buona parte del territorio iraniano e lo Scià ordina un cessate il fuoco che sa di vera e propria resa. Churchill e Stalin premono il sovrano per firmare la cessazione di ogni velleità e l’interruzione di ogni rapporto con i Paesi dell’asse. Di fronte a queste condizioni, Reza Pahlavi decide il 16 settembre di lasciare il Paese. Lo Scià abdica a favore del figlio, il quale all’età di 22 anni diventa il 17 settembre nuovo sovrano.

Da quel momento in poi il nuovo Reza Pahlavi al potere applica una linea marcatamente filo britannica. Accade durante il conflitto, così come dopo la fine della seconda guerra mondiale. La politica vicina a Londra si accentua con l’inasprimento, a partire dal 1947, della guerra fredda. Teheran dunque diventa un attore filo occidentale nella regione mediorientale. Nel frattempo il Paese diventa strategico sotto il profilo economico ed energetico. Si iniziano a sfruttare i pozzi di petrolio e Reza Pahlavi si mostra favorevole a concedere contratti a società britanniche. Nel frattempo novità importanti arrivano anche dalla vita privata del sovrano iraniano. Dopo aver sposato nel 1939 Fawzia d’Egitto, figlia di Fuad I d’Egitto, l’anno successivo nasce la primogenita Shahnaz Pahlavi. La coppia però divorzia nel 1949. È la fine del primo dei tre matrimoni di Reza Pahlavi.

A livello politico tiene sempre banco la questione delle concessioni petrolifere. L’Iran formalmente è una monarchia costituzionale, con un primo ministro a guidare un governo e un parlamento, chiamato Majilis, a detenere il potere legislativo. Il Majilis appare restio a concedere ulteriori contratti alle società inglesi e, in particolare, alla Anglo-Iranian Company (Aico). Contro l’Aico si schierano diverse fette della società iraniana. In tanti non vedono di buon occhio la politica accondiscendente verso Londra. Tra questi gruppi ci sono partiti e movimenti di sinistra, così come gli islamisti e una parte del clero. Un estremista religioso nel 1951 uccide il primo ministro Ali Razmara, favorevole a un nuovo accordo con l’Aico.

Al suo posto il Majilis riesce a far eleggere Mohammad Mossadeq. Quest’ultimo è uno dei principali oppositori al rinnovo delle concessioni all’Aico e, una volta al governo, grazie alla maggioranza in parlamento fa approvare un disegno di legge di nazionalizzazione delle industrie petrolifere. Ha inizio così quella che alla storia passa come la “crisi di Abadan”, dal nome della località dove hanno sede buona parte delle industrie petrolifere iraniane. Il Regno Unito preme sullo Scià affinché sostituisca Mossadeq, cosa che avviene nel 1952 ma alla notizia della destituzione del primo ministro a Teheran e nelle principali città scoppiano proteste da parte di migliaia di cittadini. Reza Pahlevi è costretto quindi a ridare l’incarico a Mossadeq. Tornato alla guida del governo, il contrasto con lo Scià è talmente forte da costringere quest’ultimo all’esilio nel 1953.

Reza Pahlevi vola quindi a Roma e qui resta per diversi mesi. Dalla sua parte però ha ancora l’esercito, preoccupato delle velleità di Mossadeq di trasformare l’Iran in una repubblica. Circostanza non particolarmente gradita allo stesso clero sciita, nonostante i contrasti con lo Scià. Questo favorisce un colpo di Stato militare che spiana la strada al repentino rientro dall’esilio di Reza Pahlevi. Da questo momento in poi il sovrano accentua il carattere autoritario della monarchia.

Dopo la fine del primo matrimonio, lo Scià intraprende una relazione con Soraya Esfandiary Bakhtiari. Quest’ultima è figlia di un importante rappresentante della tribù Bakhtiari, una delle più influenti nel Paese. Il padre per alcuni anni è ambasciatore in Germania e qui si sposa con Eva Karl, ebrea tedesca futura madre di Soraya. Il matrimonio tra lo Scià e la giovane Bakhtiari è sì combinato ma tra i due nasce una vera storia d’amore, capace di infiammare per anni anche i rotocalchi in occidente. Soraya ha uno stile di vita occidentale e quando si trova in Germania sogna di fare l’attrice. Anche per questo la stampa europea si accorge della coppia. Ma la favola d’amore non ha un lieto fine. Nel 1958 Reza Pahlavi ripudia la moglie per via della mancanza di eredi. Prima di compiere questo gesto, lo Scià, dicono le cronache dell’epoca, sarebbe pronto ad abdicare e a lasciare il trono al fratello per garantire continuità dinastica. Quest’ultimo però muore in un incidente aereo. Si arriva quindi alla decisione che pone termine al matrimonio. Soraya va a vivere in Francia dove intraprende la carriera di attrice e soggiorna spesso in Italia, diventando così una delle icone della “Dolce Vita” negli anni ’60.

Lo Scià contra nuove nozze il 21 dicembre 1959 con la principessa Farah Diba. Da questa unione nel 1960 nasce Reza Ciro Pahlavi, ancora oggi considerato dai monarchici iraniani come vero pretendente al trono. Reza Pahlavi però appare ancora innamorato di Soraya e i due si incontrano in segreto.

Sotto il profilo politico, dopo il breve esilio del 1953 lo Scià dà vita a un sistema sempre più autoritario e accentratore. In politica estera la posizione di Teheran continua a essere vicina a quella di Londra e a quella occidentale. Una circostanza che lo spinge ad avvicinarsi all’occidente anche sul piano interno. Nel 1962 si dà il via a quella che gli storici chiamano “rivoluzione bianca”. Si tratta di un vasto programma volto, nelle intenzioni di Reza Pahlavi, a “modernizzare” l’Iran. Viene introdotto il suffragio universale consentendo anche alle donne il voto, si creano incentivi per l’alfabetizzazione, ancora molto scarsa nelle aree rurali, e inoltre vengono approvate le riforme agrarie e industriali. Molte terre e molti beni appartenenti al clero sciita vengono espropriate e redistribuite. La rivoluzione bianca incontra però non pochi ostacoli, sia politici che sociali. Il Paese non sembra pronto e né tanto meno intenzionato a digerire in modo così veloce le riforme.

La rivoluzione bianca nel corso degli anni ’70 scatena proteste sia tra partiti e movimenti di sinistra, sia tra i membri del clero sciita. La popolazione dal canto suo inizia a vedere con sospetto il crescente autoritarismo dello Scià e a criticare aspramente la corte e la corruzione percepita all’interno di essa. Nel 1978 sono i partiti di sinistra a scendere in piazza e nel corso di questo anno le statue dello Scià vengono divelte nelle università. Poi si aggiungono anche i movimenti religiosi. L’Ayatollah Khomeini, in esilio a Parigi dall’inizio della rivoluzione bianca, lancia proclami ai rivoltosi. È l’inizio della rivoluzione che, ben presto, viene dominata dagli islamici e assuma la connotazione di una rivolta islamica.

Nel gennaio del 1979 la situazione nelle principali città è caotica. Anche gli Usa, per bocca del presidente Carter, tolgono l’appoggio a Reza Phalavi, invitato ad andare fuori Paese. Il 16 gennaio lo Scià abbandona l’Iran. Questa volta l’esilio si rivelerà definitivo. Il sovrano, che da poche settimane scopre di essere malato di cancro, vola in Marocco assieme alla moglie. Pochi mesi dopo entrambi vengono condannati, dalle nuove istituzioni della Repubblica Islamica proclamata il 30 marzo, a morte in contumacia. Finisce l’era degli Scià e l’ultimo monarca iraniano trascorre i mesi successivi fuori dal Paese.

Dopo il Marocco, Reza Pahlevi vola negli Usa. Qui viene diagnosticata nel dettaglio la sua malattia. Si tratta di un tumore affine al linfoma non Hodgkin, uno dei più gravi. Intuisce di essere in uno stadio terminale sia della malattia che del suo percorso di vita. Negli Stati Uniti prova a curarsi e per questo gli viene concesso un visto umanitario. Da Teheran però lo Scià viene reclamato. I nuovi leader del Paese sostengono di dover eseguire la condanna decretata contro di lui. Carter si oppone e, per tutta risposta, i pasdaran nella capitale iraniana prendono in ostaggio gli impiegati dell’ambasciata Usa. Nasce la cosiddetta “crisi degli ostaggi”, che lo stesso Scià non arriva a vedere.

L’occupazione della sede diplomatica termina solo il 20 gennaio 1981. Lui invece muore in Egitto il 27 luglio 1980. Il governo del presidente Sadat è l’unico ad accoglierlo e nella capitale egiziana trascorre gli ultimi giorni di vita. Reza Pahlavi si trova ancora oggi sepolto al Cairo.

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